Nell'arte
La croce trasfigurata
di Gian Carlo Olcuire | 12 marzo 2017
Nella trasfigurazione di S. Apollinare in Classe l’attenzione viene portata sulla gigantesca croce gemmata che ha preso il posto di Gesù: è lei a essere esaltata. Non si associa più alla morte perché trasfigura la morte nella risurrezione.

LA TRASFIGURAZIONE

(mosaico absidale, metà del VI secolo, Ravenna, Basilica di S. Apollinare in Classe)

 

«E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce». Mt 17,1-19

 

È un bel regalo quello che, prima della Pasqua, Gesù fa a tre dei suoi, i più intimi (e la Chiesa fa a noi oggi): un trailer della risurrezione, per pregustare la gloria a cui è destinato il nostro corpo mortale.

Siamo di fronte a una Trasfigurazione unica, dove gli elementi simbolici prevalgono su quelli reali, a conferma della simpatia dell’arte bizantina verso ciò che non sta in superficie.

Di reale sono rimasti Mosè ed Elia, assunti nel più alto dei cieli, oltre a S. Apollinare, discepolo di S. Pietro (suo compagno da Antiochia a Roma, fu inviato a Ravenna, dov’era una base della marina militare romana).

A comandare, ormai, è la luce abbagliante del simbolo, che oscura tutto quanto conta meno. Non solo gli apostoli che accompagnano Gesù sul montePietro, Giacomo e Giovanni – sono sostituiti da tre agnelli, per essere visti nel loro significato, ma tutto il racconto degli evangelisti è spazzato via: il monte non viene nemmeno rappresentato, non c’è traccia della conversazione di Gesù con Mosè ed Elia, né delle parole di Pietro a Gesù sulle tre capanne. Manca il ricordo della nube luminosa da cui esce la voce di Dio, dei discepoli caduti con la faccia a terra e della loro discesa dal monte…

L’attenzione viene dunque portata sulla gigantesca croce gemmata che ha preso il posto di Gesù: è lei a essere esaltata, persino a scapito della figura umana del Signore (di cui resta il volto, all’incrocio dei bracci). Diventata un gioiello sfavillante di luce, la croce non si associa più alla morte perché trasfigura la morte nella risurrezione.

Il loro legame sarà tenuto saldo dall’arte fino alla metà del XIII secolo, anche nella rappresentazione del Cristo crocifisso: che sarà un Cristo trionfante, con gli occhi aperti e così voglioso di vita da mettere in secondo piano il dolore (finché, dalla morte di san Francesco a oggi, il Cristo sofferente ne prenderà il posto).

Le croce, però, è ancora terrestre: il suo sfondo è il cielo stellato, ben distinto dal cielo d’oro dove è posta la mano di Dio.

Quindi, se, da una parte, la croce proietta nel futuro, dice anche che la gloria passa per lei. E, insieme, dice quanto sia necessario Gesù. Il messaggio, in questo caso, viene reso esplicito dalle parole, importanti quanto le immagini. Alcune svelano l’identità delle persone raffigurate in modo reale (Mosè, Elia e S. Apollinare); mentre quelle poste sopra e sotto la croce, rendono chiaro il simbolo. Come una didascalia dotta, le scritte “ichthys” (pesce, in greco, è la sigla di Gesù) e “salus mundi” (in latino), ricordano che è Gesù la salvezza del mondo. 

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Gian Carlo Olcuire

Gian Carlo Olcuire è un grafico. Che si sente realizzato quando riesce a far guardare le parole come se fossero immagini e a far leggere le immagini come se fossero parole. Lavora soprattutto per il mondo cattolico ed è appassionato di linguaggi, soprattutto dell'uso (o abuso, disuso, riuso) che se ne fa nel mondo cattolico.

 

 

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