Nella letteratura
Quando rinunciamo alla nostra Trasfigurazione
di Sergio Di Benedetto | 12 marzo 2017
C'è il rischio di perdere l’occasione per salire sul monte per farci trasformare, quando rimaniamo attaccati al nostro fondo di peccato, nel torbido che ci abita; come accade al protagoniste di "Memorie dal sottosuolo" di Dostoevskij

La Trasfigurazione anticipa la meta del cammino, del Cristo e di ogni uomo, che è come Lui figlio di Dio: «Questi è il figlio mio prediletto» dice una voce dal cielo, indicando una dignità che è anche nostra. Siamo figli di Dio, siamo chiamati a mutare le nostre vesti in luce, non solo dopo la morte, ma anche nella nostra vita quotidiana.

Ma spesso rinunciamo a questa trasfigurazione: accade tutte le volte in cui perdiamo l’occasione per salire sul monte per farci trasformare, quando rimaniamo attaccati al nostro fondo di peccato, nel torbido che ci abita, perché impastati di terra e cielo.

 

Io sono una persona malata…sono una persona cattiva. Io sono uno che non ha niente di attraente.

 

Così esordisce il protagonista di Memorie dal sottosuolo, romanzo breve di Dostoevskij tra i più crudi nel rappresentare il groviglio di male e bene che abita ogni uomo, racconto di una perversione ostinata e di una trasfigurazione mancata.

L’uomo che narra è un cattivo, ma un cattivo mediocre: infelice, bugiardo, umiliato da se stesso prima che dagli altri. Egli passa le giornata nel livore, condannando un mondo da cui si sente escluso, perché condanna prima se stesso: un duello mancato, il rifiuto patito da parte di un gruppo di compagni sono le stazioni di una via crucis personale fatta di continuo disprezzo. La sua cattiveria è fondamentalmente un’angoscia esistenziale profonda, frutto di una grande solitudine:

 

Una volta l’ebbi anche, un amico. Ma ero già un despota, in fondo all’anima; volevo un dominio illimitato sull’anima di quel ragazzo; volevo inculcargli il disprezzo per l’ambiente in cui viveva; pretendevo che rompesse altezzosamente e definitivamente con quell’ambiente suo».

 

Ma la vita offre anche a lui un’occasione di uscire dal sottosuolo in cui si trova: una prostituta, Lisa, che l’uomo inganna illudendola di poterla salvare dal bordello, gli dà fiducia, prova a volergli bene.

È l’invito a salire sulla montagna per vivere la trasfigurazione.

Egli però rifiuta, umiliando Lisa, pagandole un rapporto sessuale e provocando così la sua fuga; chiude la possibilità per una vita diversa, ferendo nell’intimo una persona più debole, ma che in fondo si dimostra più forte di lui, perché almeno ha il coraggio di amare. Coraggio che al protagonista manca: per questo si condanna a una vita infelice, perché crogiolarsi nel peccato, rifiutando la dignità dei figli di Dio, conduce solo alla tristezza:

 

Lisa, per quanto offesa e schiacciata da me, capì molto di più di quanto io mi fossi immaginato. Capì, da tutto quel che le avevo detto, ciò che una donna capisce sempre prima d’ogni altra cosa, se ama sinceramente e cioè: che io ero infelice.

 

Dovremmo ricordarcelo, ogni qual volta rifiutiamo di trasfigurarci abdicando al nostro essere figli: non salire sulla montagna è un torto che facciamo a noi stessi.

18/03/2017 11:40 Francesca Vittoria
Trasfigurazione
ogni qual volta rifiutiamo di trasfigurarci abdicando al nostro essere figli: non salire sulla montagna è un torto che facciamo a noi stessi.
Gesù Cristo era però uomo-dio , e mi viene di che come uomo saliva sulla montagna perché lassù ci si sente liberi , senza folla per lui, come Dio un luogo che fin dall’antichità Dio Padre chiedeva di trovarsi quando si intratteneva in dialogo , dove dialogare lui con il Padre,, Ma a me sembra che per noi la cosa sia un po diversa, vorrei anche dire che non c’è bisogno per noi di salire in nessuna montagna se non per il piacere di respirare aria buona e godere di un bel panorama, per noi la nostra trasfigurazione avviene lo in un altro modo, nella vita di tutti i giorni se le nostre azioni sono motivate da buoni sentimenti, quei sentimenti che sono anche stati di Cristo che è venuto a insegnare e che ha dato esempio da seguire. Una trasfigurazione meno ieratica ma non per questo meno bella suppongo agli occhi di Cristo il quale invece che piangere su tutto quanto vede di osceno, brutto,violento, degradante compiersi ogni giorno sulla terra, dall’essere umano che il Padre ha con amore creato a sua immagine e somiglianza, può sentirsi consolato dal vedere quanto comunque nella Sua Chiesa si fa, quanta folla ancora non si dimentica di Lui e lo segue, per quanto il Suo Pastore te in Terra e tutti i Suoi collaboratori e la folla che lo segue si prodigano perche il suo popolo si trasfiguri e per questo salga, cammini anche con fatica in salita dove ad ogni svolta si può vedere un panorama diverso, una sorpresa , perché è da Dio vi è un Cristo che è davanti e guidarlo , che lo stimola lo incoraggia, gli da forza, lo cura , lo cerca e non vuole perdere nessuno di quelli che lo seguono
Francesca Vittoria



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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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