Nella musica pop
Vince chi molla
di Sergio Ventura | 19 febbraio 2017
"Come reagiresti allo schiaffo che il tuo compagno di banco ti ha appena dato, se tu fossi sicuro di non essere visto da nessuno?”. Niccolò Fabi ci aiuta a leggere il Vangelo di oggi.

“Boia chi molla, è il grido di battaglia!”. Quanti di noi sono cresciuti con questo funereo ritornello, altrettanto pericoloso dell’“Avanti popolo, alla riscossa, bandiera rossa la trionferà”? Slogan in linea con l’interpretazione guerresca che ancora oggi giovani ed adulti danno del biblico “occhio per occhio, dente per dente” (Mt 5,38), ignari del fatto che esegeti di ogni scuola ne hanno da tempo spiegato il principio di proporzionalità sotteso: “solo un occhio per un occhio, solo un dente per un dente”.

Non potrò mai dimenticare, al riguardo, quel misto di stupore e tremore che provai quando due o tre lustri orsono chiesi agli studenti di una classe di rispondere in modo anonimo alla domanda: “Come reagiresti allo schiaffo che il tuo compagno di banco ti ha appena dato, se tu fossi sicuro di non essere visto da nessuno?”. Fu la più brava ed educata della classe l’unica a rispondere: “Beh, professore, almeno un paio di schiaffi!”. Per le altrui risposte, invece, ci sarebbe stato bisogno di ambulanze e carabinieri…

Non ci si può nascondere, poi, che è ancora decisamente forte ai nostri giorni l’impulso di urlare o di menare le mani quando, negli spazi in cui vivi le tue passioni o nel tuo ambiente lavorativo, l’insipienza o la violenza del Potere - e di chi detiene il potere - ti porta spesso sull’orlo di un’irruenza che l’esperienza acquisita dagli errori passati riesce appena a frenare.

Di conseguenza, solo l’ascolto di un album che è “una sorta di conclusione” nel percorso artistico di Niccolò Fabi, ed al suo interno di una canzone considerata dal cantautore il “testamento” di un uomo che a quarantasette anni ha raggiunto con fatica il proprio equilibrio tra drammi personali ed alti e bassi lavorativi, può condurci a sperare veramente che una somma di piccole cose consista nel sussurrare vince chi molla.

 

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D’altronde, bisogna essere effettivamente arrivati ad un punto di grande libertà interiore e forza morale se nelle cose che ci toccano nella carne si riesce a dire (e soprattutto a fare): “non opporti al malvagio, anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra” (Mt 5,39); e, ugualmente, se si riesce a cantare (probabilmente perché lo si è vissuto): “lascio andare la mano / che mi stringe al gola … Lascio andare (…) il coltello tra i denti”.

Non meno libertà e forza sono necessarie per dire (e fare): “se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu fanne due con lui” (Mt 5,41); ed ugualmente per cantare (un vissuto in cui) “lascio andare la fune / che mi unisce alla riva / il moschettone alla parete / (…) Lascio andare le valigie / (…) Per ogni tipo di viaggio / è meglio avere un bagaglio leggero”. Per dire (e fare): “tu lascia anche il mantello a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica” (Mt 5,40); e per cantare (un vissuto in cui) “lascio andare (…) le sentinelle armate in garritta /ogni mia cosa trafitta”. Per dire (e fare): “dai a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle” (Mt 5,42); e per cantare (un vissuto in cui) “apro piano le mani / cerco di non trattenere più nulla”…

Ma per fare e dire, e per vivere e cantare tutto ciò, spesso è necessario lasciare “andare mio padre e mia madre / e le loro paure”, affiancare al “vi fu detto”, il “ma io vi dico” (Mt 5,38-39.43-44). In un certo senso, tradire le (nostre) tradizioni quando tradiscono la (Sua) Tradizione – fermandosi o retrocedendo al laddove pagano in cui essa si innestò e si propagò. Compito difficilissimo, soprattutto quando si tratta di dire (e fare): “amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano” (Mt 5,44), poiché significherebbe poi (vivere e) cantare: “lascio andare (…) l’orgoglio / (…) tutti i miei attaccamenti”.

D’altra parte – ma non è una consolazione, se questo non fosse il compito, quale “ricompensa” (Mt 5,46) avremmo? Cosa faremmo di così “straordinario” (Mt 5,47), se facessimo ciò che l’uomo del do ut des, dell’amare l’amico e l’odiare il nemico, del salutare e salvare soltanto il fratello (Mt 5,43.46-47), già fa? Null’altro che “mobili antichi” e “diplomi appesi in salotto”, canterebbe il nostro cantautore – perciò anch’essi da lasciare “andare”…

 

Sì, ha ragione Niccolò Fabi: “la salvezza non si controlla”. Dio stesso “fa sorgere il suo sole sui cattivi e i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Mt 5,45). Ecco perché “vince chi molla” – l’unica paradossale strada che forse, dopo i quarant’anni, sembra restare per realizzare il compito d’essere “figli del Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,45), “perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48).

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Sergio Ventura

Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.

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