Nella musica pop
«Chi toglie i peccati del mondo?»
di Sergio Ventura | 15 gennaio 2017
Io non amavo particolarmente De Gregori, anzi. Ma fu meglio così. La catarsi risultò più vera. Uscii da quella trasmissione come se la Chiesa - nella persona del cardinal Tonini - fosse stata capace di riconoscere, accogliere, accompagnare - nella persona di De Gregori - il giovane che ero e non quello che avrei dovuto essere.

Zurbaran

Francisco de Zurbarán, Agnus Dei, 1635-1640

 

21 Ottobre 1996. Puntata storica dell'innovativo programma televisivo 'Roxy bar', condotto con notevole successo di pubblico da Red Ronnie ed in onda su Telemontecarlo - poi divenuta LA7. In trasmissione, un maturo De Gregori alla ricerca di sonorità maggiormente rock e un già anziano ma sempre inossidabile (cardinal) Ersilio Tonini.

Si erano dati appuntamento in quel luogo giovanile di incontri tra cultura musicale e tematiche di attualità, perché un articolo dell'Osservatore romano aveva duramente attaccato alcuni dei più importanti cantautori italiani (De André, Dalla, Battiato, Ligabue, Venditti), proprio a partire da un brano di De Gregori accusato, insieme agli altri colleghi, di farsi portatore di una "nuova moda religiosa pilotata dai padroni del disco".

L'articolo - che passò ovviamente per una presa di posizione della Chiesa - ebbe una grande risonanza tra noi ventenni dell'epoca. Alcuni sprezzanti verso l'ennesima prova di chiusura da parte di un'istituzione che 'meritava' di essere abbandonata tra i relitti del passato, altri - come il sottoscritto - più cauti perché in quella stessa istituzione stavano trovando luoghi e persone in grado di riattivare una vita di fede più matura, ma decisamente perplessi verso un giudizio la cui esagerazione se non infondatezza erano evidenti a chiunque avesse un minimo di conoscenza del percorso esistenziale e musicale di quei cantautori.

La trasmissione fu comunque un piccolo miracolo di cui parlammo a lungo nei giorni seguenti, tra una lezione universitaria ed un'altra. E molto pesarono quelle due ore televisive nella decisione di indirizzare la mia passione per lo studio verso la filosofia e soprattutto la teologia, una volta terminati gli studi giuridici. Ricordo nitidamente ancora oggi quale fu la mia risposta all'ennesima domanda di una cara amica sul nostro futuro postuniversitario, al termine di una lezione di procedura civile pochi giorni dopo il confronto tra De Gregori e il cardinal Tonini: - mah, tanto io mi occuperò di teologia... -.

Della serata, invece, non ricordo i dettagli. Per questo anni fa cercai il modo di ottenere una registrazione della puntata - ma non ebbi successo. Perché? Cosa mi toccò? Cosa mi restò impregnato dentro? Il fatto inequivocabile che da un lato c'era un essere umano, apparentemente in ricerca, ma anche sulla difensiva, a tratti adirato verso la religione, ma disposto a farsi provocare, e dall'altro lato un uomo di Chiesa capace di essere presente e di ascoltare dove stava quell'uomo, capace di compiere nel momento giusto un gesto affettuoso, corporeo verso quell'uomo: "Posso ringraziare Dio di avere fatto uno come te", disse il cardinale al cantautore prendendo la sua mano nella propria.

Io non amavo particolarmente De Gregori, anzi. Ma fu meglio così. L'identificazione, la catarsi risultò più vera. Uscii da quella trasmissione come se la Chiesa - nella persona del cardinal Tonini - fosse stata capace di riconoscere, accogliere, accompagnare - nella persona di De Gregori - il giovane che ero e non quello che avrei dovuto essere. Con la certezza che quella stessa Chiesa sarebbe stata capace di riconoscere, accogliere e accompagnare il giovane (e l'adulto) che sarei potuto - e non necessariamente quello che sarei dovuto - diventare. Con un desiderio di riconoscenza volto a tentare di divenire altrettanto capace di riconoscere, accogliere e accompagnare gli altri per come sarebbero stati - e non per come avrebbero dovuto essere.

In questo senso intendo, ancora oggi, il brano di De Gregori in questione - quel brano che non può che venire alla mente ogni qualvolta si ascolta Giovanni il Battista esclamare: "ecco l'agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo" (Gv 1,29).

 

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Il cantautore romano evoca delle vittime, più o meno colpevoli. Sono le vittime della sessualità - come "la ragazza slava venuta allo sprofondo" o quella "africana sul raccordo anulare". Le vittime della droga - "all'uscita dalla scuola". Le vittime della violenza - come il "soldato con le gambe fracassate, con il naso insanguinato / si nasconde dentro la terra, tra le mani / ha la testa di un uomo". Temi indubbiamente cari ad un giovane - di ieri come di oggi, perché capaci di evocare difficoltà ed ambivalenze legate alla corporeità, al ben-essere, ai legami intergenerazionali. Temi, poi, non poche volte pagati a caro prezzo dai giovani...

Per questo il problema di una giovane vittima - più o meno collusa con il carnefice - è sempre lo stesso: "chi toglie i peccati del mondo?" C'è un agnello di Dio che toglie, porta su di sé, i peccati del mondo? Perché spesso ciò che si incontrava da giovani erano le "maschere" dell'agnello di Dio. I "trucchi" di un carnefice, un po' più colpevole ma non meno vittima, "che viene a pascolare / e scende dall'automobile per contrattare" o che "ha gli occhi come due monete / il sorriso come una tagliola / ti dice che cosa ti costa, ti dice che cosa ti piace / prima ancora della tua risposta ti dà un segno di pace".

Ed era allora facile che nella vita di un giovane si presentassero quei momenti cupi legati alla convinzione che quest'agnello di Dio, "percosso e benedetto ai piedi di una montagna / chiuso dentro una prigione, braccato per la campagna / nascosto dentro a un treno, legato sopra un altare ... perduto nel deserto", questo agnello di Dio "nessuno lo può trovare", "nessuno lo può salvare".

D'altra parte, nel barcamenarci tra queste forze potenti - spesso "senza un posto dove stare" o "dove andare", restandone talvolta vittime, talaltra usandole a mo' di carnefice, riuscivamo ancora a trovare la capacità di andare oltre queste "maschere", le nostre "maschere", lasciando spazio all'invocazione: "oh...". A ciò che, grazie ad incontri vissuti nello spirito (Gv 1,32-33) di quello tra De Gregori ed il cardinal Tonini, poteva diventare - e per alcuni di noi diventò - l'incipit di una preghiera.

Affinché il vero agnello di Dio, quello che neanche Giovanni conosceva (Gv 1,31), venisse e si mostrasse a chi non fosse ancora in grado di (ri)conoscerlo: "aiutami a fare come si può / prenditi tutto quello che ho / insegnami le cose che ancora non so, non so ... aiutami a stare dove si può / prenditi tutto quello che ho / insegnami le cose che ancora non so, non so".

Perché si può sperare che un giovane chieda ad un adulto "insegnami ad andare / dovunque sarai, sarò", se e solo se, prima, si sarà acconsentito nel profondo con quanto da quel giovane stesso viene spesso non detto ma certo sperato: "se mi riconoscerai, dovunque sarò, sarai".

Se la storia, infine, insegnasse qualcosa, nel 2014 - di questi tempi - si sarebbe parlato di Rufus Wainwraight - do you remember? - più per questa sua toccante reinterpretazione dell'Agnus Dei che per altro...

 

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17/01/2017 14:18 Fabio Colagrande
Ricordo benissimo quella trasmissione. L'enfasi empatica con cui Tonini travolse la timidezza burbera di De Gregori. Anche per me resta un episodio esemplare e indimenticabile di una Chiesa aperta e illuminata, capace di cogliere le scintille dello Spirito anche in ambiti popolari ma lontani. Ce ne fossero di cardinali e di cantautori così. Bravo Sergio a ricordarlo.


15/01/2017 14:21 Sara
Una piccola curiosità: uno dei primi album di De Gregori ha una copertina molto simile a questa infatti è soprannominato (dai cultori) La pecora.

E' disco più onirico e surreale di DG


https://www.youtube.com/watch?v=iswWmVGOpb8



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Sergio Ventura

Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.

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