L'omelia coi tortellini
di Marco Pappalardo | 07 gennaio 2017
Con quel suo ritornello semplice un parroco che non conoscevo mi ha riportato alla concretezza di un Dio che si è fatto uomo, riscoprendo un Natale che non è solo teologia, archeologia o estetica

Passare le feste natalizie in trasferta ha una serie di vantaggi tra cui quello di partecipare per un po’ alla vita comunitaria di altre parrocchie e realtà ecclesiali, e ascoltare sacerdoti diversi dai soliti.

Dell’omelia della Messa di Natale ricordo distintamente che il parroco ha citato tre volte i tortellini in brodo fatti in casa, mentre di quella del primo dell’anno mi è rimasto impresso l’augurio, prima della benedizione finale, di vincere al “gratta e vinci”. Penserete che non mi sia andata così bene la trasferta sotto questo aspetto! Invece no, sono stato proprio graziato e avevo necessità di sentirmi dire queste parole.

Avevo bisogno dei tortellini che mi richiamassero alla concretezza di un Dio che si è fatto uomo, riscoprendo un Natale che non è teologia, catechetica, filosofia, archeologia, estetica, etica, un genere letterario, un’ultim’ora. Sentivo il desiderio che quell’evento unico di più di duemila anni fa avesse un sapore e un odore buono, vero, conturbante, evocativo, antico e sempre nuovo, e non quello “di chiuso” e vecchio di certi addobbi e presepi conservati per un anno privi di aria. Per me era importante che ogni pastore prendesse vita e che qualcuno mi aiutasse ad assumerne gli abiti rassicurandomi che, come loro sotto la Stella allora, io non ero fuori posto in chiesa nonostante le mie debolezze, i peccati, i limiti, la diversità.

Quell’annuncio è stato per loro ed è per me; e, ieri come oggi, ha il gusto della festa e, perché no, il profumo di un bel piatto di tortellini preparati per amore e con amore! È l’attimo del Natale o il Natale in un attimo, quello in cui – se ami fortemente – incontri Gesù nella tua vita, ti senti voluto bene, mentre rimani con gli occhi spalancati e le braccia aperte alla maniera di quel pastorello che non può mancare nel presepe. E, se voluto bene, non dormi come quell’altro pastore tipico, non vedi l’ora - come i bambini - che arrivi la luce del giorno per scartare i regali che non sono altro, poi, che frutto di un gesto di amore.

E il “gratta e vinci” fortunato, augurato alla fine della messa per la solennità della Madre di Dio, tutta cantata e solenne? È stato un coup de theatre per il momento in cui è stato detto, efficacissimo per la serietà con cui il sacerdote l’ha detto, stridente al punto giusto in relazione alle parole della benedizione finale, necessario e stimolante perché il “bene-dire/dire-bene di Dio” restasse impresso:

Iddio, sorgente e principio di ogni benedizione,

effonda su voi la sua grazia

e vi doni per tutto l’anno vita e salute.

Iddio vi custodisca integri nella fede,

pazienti nella speranza,

perseveranti nella carità.

Iddio disponga opere e giorni nella sua pace,

ascolti ora e sempre le vostre preghiere

e vi conduca alla felicità eterna.

07/01/2017 10:18 Sara
La teologia dei tortellini, se non sbaglio era di Biffi: diceva più o meno che se pensi alla vita eterna anche i tortellini diventano più buoni.


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Marco Pappalardo

Marco Pappalardo, classe 1976, giornalista pubblicista di Catania e docente di Lettere. Collabora con Avvenire, con il quotidiano La Sicilia per il quale cura la rubrica "Diario di Prof", per il mensile Mondo Erre, per siti che si occupano del mondo adolescenziale, giovanile e della scuola. Già membro della Consulta Nazionale per la Pastorale Giovanile della CEI, è impegnato nella diocesi etnea in vario modo e da anni nel mondo dell'educazione attraverso l'oratorio; tra le esperienze di volontariato quotidiano, condiviso con colleghi, amici, alunni ed ex-alunni, ci anche sono la cura e il servizio agli immigrati, ai senza dimora e alle famiglie disagiate. Scrive per la Libreria Editrice Vaticana, la Elledici, l'Effatà, Il pozzo di Giacobbe, per la San Paolo con cui ha pubblicato un nuovo libro dal titolo "Nelle Terre dell'Educazione".

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