Nell'arte
Cosa significa adorare?
di Gian Carlo Olcuire | 06 gennaio 2017
L'accostamento geniale i tre giovani nella fornace e i tre Magi, cioè fra il rifiuto di riconoscere un idolo e la capacità di riconoscere il vero Dio, ci svela cosa significa adorare.

 

L'ADORAZIONE DEI MAGI (particolare)

(sarcofago di Adelfia, secondo quarto del IV secolo, Siracusa, Museo archeologico "Paolo Orsi")

 

«Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». Mt 2,1-12

Forse non è abbastanza bella, quest'opera, per stare in un libro di storia dell'arte, però - dal punto di vista della fede - vale come l'oro portato dai Magi a Gesù bambino. Contiene, infatti, un accostamento geniale: quello fra i tre giovani nella fornace e i tre Magi, cioè fra il rifiuto di riconoscere un idolo e la capacità di riconoscere il vero Dio.

Tale legame, intuito pochi anni dopo la morte di Costantino, aiuta a capire che cosa significhi adorare. Certo, occorre conoscere la storia dei tre giovani ebrei, vissuti nel VI secolo a.C. a Babilonia, nel racconto del profeta Daniele. Costoro, non avendo voluto prostrarsi davanti alla statua d'oro fatta erigere dal re Nabucodònosor (sul lato sinistro del rilievo), furono gettati tra fiamme altissime. Protetti da un angelo con un vento pieno di rugiada, i tre non solo non bruciarono ma riuscirono a elevare un inno a Dio: «un vero e proprio Cantico delle creature», lo definì S. Giovanni Paolo II, che fece notare come vi risuonassero continuamente «i tre verbi della glorificazione divina: "Benedite, lodate, esaltate" il Signore».

Questo numero che ritorna non è casuale e, tra i giovani e i Magi, sono altre tre figure: probabilmente le stesse persone (la postura dei volti è identica), dopo che vennero investite di cariche pubbliche da Nabucodònosor. Che si convertì al Dio dei tre giovani ebrei.

Sul lato destro sono i tre Magi, senza corona (Matteo non dice che fossero dei re) e con berretti frigi, all'orientale, assai somiglianti a quelli dei primi tre giovani. Chissà che non sia stata proprio questa ricerca di simmetria - invece del numero dei doni - ad aver fissato in tre il numero dei Magi (Matteo si limita a scrivere «alcuni Magi»).

Necessariamente sintetica, l'opera non fa cenno al loro viaggio pieno di rischi, acceso dalla luce di una stella, e li mostra nell'atto di offrire doni a Gesù bambino seduto sulle ginocchia della madre. Resta un meraviglioso atto di fede dei primi cristiani, capaci di trovare nessi tra storie dell'Antico e del Nuovo Testamento.

Il link tra i Magi e i giovani nella fornace, per quel che sappiamo, è riscontrabile in altre due opere: nel sarcofago di Stilicone (del 385 d.C., conservato a Milano nella Basilica di S. Ambrogio) e nella capsella di Brivio (una sorta di reliquiario della prima metà del V secolo, realizzato in lamina d'argento a sbalzo e rinvenuto in provincia di Lecco).

In altri sarcofagi si è rinunciato a collegare i Magi ai tre giovani, sostituendo questi ultimi con Daniele nella fossa dei leoni: anche il profeta, punito perché prega Dio e non il re Dario, resta in vita e ottiene l'omaggio del re al Dio che «salva e libera, fa prodigi e miracoli in cielo e in terra» (mentre Erode, davanti ai Magi, fa solo finta di riconoscerlo: «Quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo»).

 

 

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Gian Carlo Olcuire

Gian Carlo Olcuire è un grafico. Che si sente realizzato quando riesce a far guardare le parole come se fossero immagini e a far leggere le immagini come se fossero parole. Lavora soprattutto per il mondo cattolico ed è appassionato di linguaggi, soprattutto dell'uso (o abuso, disuso, riuso) che se ne fa nel mondo cattolico.

 

 

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