Nella letteratura
I discepoli anonimi, noi e l’uomo semplice
di Sergio Di Benedetto | 10 dicembre 2016
Chi mai ha veramente posto attenzione a questi poveri discepoli, seguaci di Giovanni, di cui ci parla il Vangelo di questa domenica? Discepoli in cerca di Dio, che poi si trovano davanti un Messia diverso da quello atteso? È un tema cantato magistralmente da Joseph Roth nel suo bellissimo libro: Giobbe, storia di un uomo semplice.

Tra Giovanni in carcere e Gesù libero si muovono alcuni discepoli. Parlano, riferendo le parole del Battista: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?». Riportano una voce, obbediscono a un invito del loro Maestro in catene. Ma essi non hanno il privilegio di quelli di Gesù: sono senza nome.

Nel Vangelo della terza domenica di Avvento, tra due grandi, uno il «più grande tra i nati di donna», l'altro il Figlio, sta un invito alla semplicità. Stanno i discepoli di Giovanni, uomini senza nemmeno il nome per cui ricordarli, che fanno ciò che è loro chiesto e ricevono una risposta per il profeta. E ascoltano l'ultima parola di Gesù, che è un elogio della piccolezza: «il più piccolo nel regno dei cieli è più grande» del Battista.

Lode della semplicità, dell'umiltà.

A noi uomini di oggi, che amiamo vedere il nostro nome da qualche parte, il nostro lavoro riconosciuto, il nostro servizio apprezzato, la nostra bravura onorata, ebbene a noi suona forse duro, ma al tempo stesso tanto utile, questo guardare al semplice, al dimenticato. Chi mai ha veramente posto attenzione a questi poveri discepoli, seguaci di un profeta severo, santo, focoso? Discepoli in cerca di Dio, che poi si trovano davanti un Messia diverso da quello atteso, un Messia tenero e dolce: saranno stati smarriti, senz'altro. Ma il semplice, pur nello stupore, ascolta e accetta il Mistero, perché sa che esso è più grande di lui.

 

È un tema che è stato cantato magistralmente da Joseph Roth in un suo bellissimo libro: Giobbe, storia di un uomo semplice. Già dal sottotitolo si capisce qual è il perno del romanzo: un uomo semplice, che vive le disgrazie di Giobbe.

Mendel Singer è un pio ebreo, povero, fedele e laborioso:

 

Molti anni fa viveva a Zuchnow un uomo che si chiamava Mendel Singer. Era devoto, timorato di Dio e simile agli altri, un comunissimo ebreo. Esercitava la semplice professione del maestro. Nella sua casa, che consisteva tutta in un'ampia cucina, faceva conoscere la Bibbia ai bambini. Insegnava con onesto zelo e senza vistosi successi. Migliaia e migliaia prima di lui avevano vissuto e insegnato nello stesso modo.

 

La quintessenza dell'ordinario: lavoro senza grandi risultati, timore di Dio, nessuna differenza di qualità rispetto agli altri, prima e dopo di lui. A differenza del Giobbe biblico, non è né ricco né particolarmente stimato. Ha tre figli e una moglie, e un quarto figlio che nasce malato. In breve tempo tutta la sua vita implode, sperimentando il dolore e l'abisso dell'incredulità. Prima tace, poi si ribella a Dio, che pare accanirsi verso questo maestro, costretto anche a emigrare in America. Eppure, a ben guardare, le sue disgrazie sono ordinarie: un figlio soldato, un altro che muore in guerra, una figlia che si concede con facilità. Nulla di eclatante, pur nel male che abita queste situazioni, soprattutto per il pio ebreo: Mendel non si distingue nemmeno nel male. Quello che vive è esperienza comune ad altri, da sempre. Col tempo si ammala anche la figlia, appesantendo il suo cuore di vecchio. Però nulla che lo ponga su una vetta. Tace, sopporta, fino a quando può. Poi crolla, e il suo essere autentico si manifesta quando si ribella a Dio, dimostrando di aver avuto fede, di avere fede. Si arrabbia con un essere in cui crede, anche se non lo vuole più ammettere. Fa piccoli dispetti a Dio: anche in questo caso, nulla di veramente memorabile, nulla che modifichi qualcosa della sua vita, o che aspiri a ferire Dio, che rimane l'Onnipotente.

 

Non pregare gli faceva male. La sua ira lo addolorava, e l'impotenza di quell'ira. Sebbene Mendel fosse in collera con Lui, Dio reggeva ancora il mondo. L'odio non poteva toccarlo, né più né meno della devozione.

 

Come nella storia di Giobbe, alla fine torna il sereno sulla vita di Mendel, ma è una felicità semplice, ordinaria: un figlio che ritorna, una speranza di guarigione per la figlia. Nulla di eclatante.

Giobbe di oggi, semplice come quasi tutti coloro che vivono.

Amore per ciò che non fa rumore, che non appare e si dimentica. Non è la lode del mediocre, ma della giusta misura, dell'umiltà, sapendo che l'umile non è dimenticato da Dio.

Il Messia che parla con discepoli anonimi, elogiando la piccolezza, ci ricorda che, in fondo, l'aspirazione del cristiano dovrebbe essere giungere al sottotitolo del libro di Roth: «il cristiano, storia di un uomo semplice».

 

 

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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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