Nella musica pop
Su quelli che «mangiavano e bevevano»
di Sergio Ventura | 27 novembre 2016
Se il più celebre stornello romanesco ha qualcosa da dirci persino sull'inizio dell'Avvento

Sordi

Alberto Sordi, Un americano a Roma, 1954

 

Sempre più spesso - forse per l'età che avanza - incontro persone sconsolate e deluse perché costrette a vivere giorni in cui i sogni di un tempo, personali e collettivi, svaniscono progressivamente, anche nei loro tratti più realistici, dentro un'onnivora opacità. Giorni in cui è diventato complicato persino mettere al servizio della polis, della comunità, le competenze acquisite in ambito lavorativo, quando esse non vengano ostacolate come se fosse una colpa averle sviluppate.

Possiamo dunque stupirci o rimproverare queste persone, dai sentimenti a me non estranei, quando ci confessano quasi rassegnate di essersi ritirate nei loro affetti familiari, concedendosi tra le poche gioie rimaste il mangiare e il bere in allegra compagnia? Come non comprendere, dunque, coloro i quali "ai giorni di Noè (...) mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito" (Mt 24,37-38)?

D'altronde, nelle Sante Scritture, il mangiare e il bere in allegria è considerato un dono di Dio (Qo 3,13; 8,15), se non addirittura un dovere sacrosanto nei momenti decisivi della vita di una famiglia (Tb 7,10; 8,20) e di un popolo (Ne 8,10.12). Quello che in esse viene criticato - e da cui scaturisce l'imperativo biblico del digiuno (Dt 9,9; Gdc 13,4.7; 1Re 13,16-17; Est 4,16; Ger 16,8) - è l'eventuale e successivo divertissement idolatrico (Es 32,6; 1Cor 10,7), quella distrazione che rischia di renderci disattenti verso le avversità che possono toccare la vita personale (Gb 1,13.18) e quella politica (1Re 4,20; 12,20).

In tal senso, quindi, ed entro questi limiti, va intesa l'analogia evangelica tra il riferimento ai "giorni che precedettero il diluvio (cataclisma), fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca e non previdero nulla finché non venne il cataclisma e travolse tutti" (Mt 24,38-39) ed il riferimento ai giorni della "venuta (parusìa) del Figlio dell'Uomo" (Mt 24,37.39.42.44) - il vero Signore (kuriòs) della casa (Mt 24,42.45-47) che spazza via l'illusione di padroneggiare tutto (Mt 24,43) e di spadroneggiare su tutto (Mt 24,48-50).

Non è un caso che Gesù si sia seduto volentieri alla tavola di molti farisei e di pubblicani come Matteo e Zaccheo (Lc 5,29; 7,36; 11,37; 14,1; 15,2; 19,7), nonostante il concreto rischio - poi realizzatosi - di passare per un "mangione e beone" (Lc 7,34; Mt 11,19). Egli lo ha fatto certo per annunciare il banchetto escatologico di Dio (Mt 22,2; Lc 22,30), ma anche per poter prendere o lasciare i convitati (Mt 24,40-41) sulla base della loro accortezza (v.42) e prontezza (v.44) - responsabili essi stessi, dunque, di sperimentare nella propria vita la tragica fine di Oloferne per mano di Giuditta (Gdt 12,11-13; 13,2), ovvero quella decisamente più positiva di Booz quando 'prese la mano' di Ruth (Rut 3,7).

Per un romano quale sono, questo mangiare e bere in allegria, nella sua ambivalenza, non può non riportare alla mente lo stornello intitolato La società dei magnaccioni, dal significato negativo sin troppo ovvio se, come i protagonisti del brano, "nun ce piace da lavorà" sul testo - magari perché già sazi e brilli o perché tutto è già per noi avvenuto...

 

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Da chi è composta, infatti, questa "gioventù" un po' spaccona che prorompe con i suoi "fatece largo ... je dimo ... je famo ... ja risponneno n' coro ... embé embé che c'è"? In ciò molto simile a quelle masse che affollano indistinte i marciapiedi di Roma o le uscite dai vagoni della metro, senza rendersi conto, con il loro espandersi debordante, di creare situazioni potenzialmente esplosive - diluvi di violenza? Chi sono questi "giovanotti" un po' bulletti che - solo perché nati a Roma - sono convinti d'ereditarne la grande bellezza? Al punto da illudersi che "le ragazze" si innamorino di loro, nonostante sia chiaro chi è la donna del magnaccia, ossia dei "magnaccioni"?

Sono forse dei giovani cinici? Così sembrerebbe secondo il ritornello dei "che ce frega ma che ce importa", "che c'arifrega che c'arimporta", "a noi ce piace de magna e beve". D'altra parte, in quale società essi sembrano doversi districare? In una "zozza società" perché dedita all'imbroglio se "l'oste ar vino c'ha messo l'acqua" - ed è appena il caso di notarlo, l'esatto contrario di quanto fece colui che trasformò l'acqua in vino. Ma allora, perché bollare questi "regazzi" come disonesti quando esclamano con forza, evocando un'ingiustizia subita, "c'hai messo l'acqua e nun te pagamo"?

Certo essi sono abbastanza avvezzi alla vita - e forse da essa induriti - per non venire interrotti, in questo loro trangugiare e tracannare "du' spaghetti amatriciani appresso n' par del litri a mille gradi", dalla casualità della morte; anzi, "si per caso la suocera muore", aumenterà questo loro cinismo in quanto, proseguendo una storia cominciata con Noè (Gn 9,21), "s'imbriacamo e 'n ce pensamo più". Di conseguenza, come immaginare che possa spaventarli la venuta del "padron di casa" - soprattutto quando esso assomiglia più ad un oikosdespota (Mt 24,43) che non al kuriòs (Mt 24,42.45-47)? Al "sor padrone", infatti, verrà riservato un sonoro "t'amo pagato e 'n te pagamo più", davanti alla sua richiesta, ritenuta anch'essa ingiusta perché ladresca (Mt 24,43), di pagare "de botto la pigione"...

Questi "giovanotti", però, un minimo di gusto - e di olfatto d'altro - devono averlo conservato se riescono ancora ad invocare "er vino del li Castelli", di quei colli romani su cui potrebbe esserci, come su quelli di Galilea, la loro Cana. Un po' come il cittadino frettoloso e pigro che dopo anni passati nei grandi supermarket, all'oscuro dei finti sconti, insipide verdure e pesce vecchio di giorni, ha la forza e l'umiltà di riscoprire, per la gioia delle sue papille gustative, il mercatino rionale dietro casa...

Ma la capacità di riconoscere l'oste vero, colui che serve il vino buono (Gv 2,10), comporta averne elaborato dentro sé almeno qualche contorno, insieme all'aver raffinato i propri gusti. Questo, infatti, può divenire un problema serio se "nun ce piace de lavorà", se - in definitiva - "ce piacciono li polli l'abbacchio e le galline", ma solo perché sono "senza spine"! Molto concreto, con questi presupposti, sarebbe infatti il rischio di non innamorarsi del "baccalà", di non lasciare spazio al pesce ... a Cristo?

In tempi di corruzione, frustrazioni e conseguenti reazioni, dunque, "ttra li peccati er più ppeccato" - per dirla con il Belli, non sarà costituito dal mangiare e bere allegramente in compagnia dei propri affetti - spesso anzi il poco che ci resta dei nostri giorni, e neanche da quel "gozzo", il "figozzo" che spunta "ar gargarozzo" - evocato nel finale dello stornello quasi a paventare una punizione divina da esorcizzare, bensì soprattutto il non farsi prendere, ossia il farsi lasciare da colui o da colei che, seduti accanto a noi nella tavolata, soli ci possono dare "parole di vita eterna" (Gv 6,68).

 

 

03/12/2016 02:10 Giulio Maria Bianco
La società dei magnaccioni è sempre stato un memento per un romano come me di quanto i romani, quantunque si spertichino in dichiarazioni d'amore per la propria città, non si curano assolutamente di Roma, ma la sfruttano e la divorano. L'atteggiamento paradigmatico del romano bullo, ignorante, scansafatiche diventato con gli anni un ideale più di quanto fosse reale, per poi assimilare le nuove generazioni di romani e di italiani, mi ha sempre depresso profondamente. Quotidianamente chi abita a Roma, come un po' in tutta Italia, si imbatte in ostentazioni da parte dei cittadini di menefreghismo. Quando poi Roma e l'Italia sono messe davanti alla loro insufficienza e arretratezza, gli abitanti si fanno scudo con le bellezze artistiche e naturali che hanno ereditato, ma che sono diventate sempre più trascurate. Così quella stessa abbondanza spirituale d'arte che per tanti secoli ha sfamato la ricerca umanistica della Penisola, ha finito per creare una cultura è uno spirito che possiamo definire obesi, tesi solo al consumo incessante fine a sé stesso. Come chiunque provi a combattere questa mentalità dominanate conosce, la risposta da parte delle masse, ora tanto forti su internet da piegare la verità stessa alla sublimazione del potere politico, è quel celebre "embè embè che c'è"? Né si può considerare questo problema solo caratteristico dello spirito italico, ma rappresenta un'evoluzione comune alle culture millenarie, e quindi è proprio una questione esistenziale sull'umanità e la sua aspirazione al bene, contrapposta con un'incredibile inclinazione al male. Può salvarci il "vino dei castelli", il ricordo dell'ispirazione e della tensione verso all'infinito? Oppure sarà il 1984 di Orwell a compiersi, forte della tecnica che ora ha dato all'essere umano un potere di controllo sulle masse paragonabile all'antico Egitto, ma su scala globale? Chi lo sa. Vanitas vanitatum, forse in questa anaciclosi storica che attenta la democrazia occidentale, già solo accomodarsi al banchetto della vita con gioia e moderazione sinceri è un atto più rivoluzionario e potente di quanto non si creda.


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Sergio Ventura

Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.

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