Nella letteratura
Isaia e Primo Levi: la gratuità della bellezza
di Sergio Di Benedetto | 26 novembre 2016
La violenza, la persecuzione, bussano alle porte di un popolo, lo stesso popolo: così in Isaia, così in Levi. E la poesia, se forse non salva, aiuta, ricorda la dignità del perseguitato, gli spolvera il suo essere intimo. Perché, inaspettato, può rivelarsi, tra le pieghe di una bellezza offerta, un senso ultimo.

Come in Quaresima, ho pensato di non accostare al brano evangelico una pagina di letteratura, ma di guardare a un personaggio che presentano le Scritture e da qui muovere verso qualche parola che nel corso dei secoli grandi scrittori ci hanno regalato.

L'Avvento si apre con Isaia e con la sua grande visione su Gerusalemme. Il libro di Isaia, pur nelle sue stratificazioni cronologiche e autoriali, rappresenta, insieme ai Salmi, il genio poetico dell'Antico Testamento. Il profeta è un grande poeta, usa immagini bellissime e memorabili, intessute di quotidiano e di grandezza, dalle «spade» forgiate per divenire «vomeri» (2,4) alla crescita del «germoglio del Signore» (4,2), fino ai brani più ampi come il «canto della vigna» (5,1-7) e il «canto della liberazione», solo per fare degli esempi. Eppure l'annuncio di Isaia è duro: egli predice la rovina di Israele, la purificazione di Gerusalemme «nel crogiuolo» (1, 25), perché, dice Dio, i figli del popolo eletto «si sono ribellati contro di me» (1, 2). Contenuti difficili da ascoltare, che non necessariamente avrebbero richiesto quella trama poetica che li rende invece così belli, pur nella loro drammaticità. Mi piace pensare che Dio, di fronte alla tragedia della storia che si andava manifestando con l'invasione assira, volesse regalare al suo popolo la poesia, e che per questo abbia scelto, investendolo del grave compito di profeta, un uomo che aveva il carisma della parola bella: è il gratuito della bellezza, l'inatteso eccedente, che in apparenza non sposta nulla del contenuto delle nostre giornate, ma le rende invece più facili, più amiche, più umane, perché l'uomo ha bisogno di questa gratuità che parla al suo cuore e al suo pensiero.

Non diversamente accadde nell'orrore di Auschwitz il giorno in cui Primo Levi cercò di tradurre, ma soprattutto di trasmettere, i grandi versi di Dante su Ulisse... è il breve ma intenso capitolo di Se questo è un uomo intitolato Il canto di Ulisse, uno dei vertici della letteratura mondiale. Primo e Jean uniti dal filo della civiltà, il chimico torinese e l'amico francese, l'intellettuale e il Pikolo della baracca che vuole imparare l'italiano: insieme danno voce e orecchio a parole eterne. Un momento, un'ora sola a disposizione, per spezzare le terzine, per evadere dal filo spinato, dalla fame, dal freddo, dalla morte. Se c'è una pagina che tutti dovrebbero leggere per capire cosa è la letteratura, è proprio questa. Il male assoluto rimane, ma è vinto dall'anima. Nell'Inferno umano un prigioniero italiano a memoria, incespicando, regala il racconto di un pellegrino geniale, che a sua volta accoglie la storia di un viaggiatore mai sazio di conoscere:

 

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e conoscenza.

Come se anch'io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono.

Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo del bene. O forse è qualcosa di più: forse, nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie.

 

La violenza, la persecuzione, bussano alle porte di un popolo, lo stesso popolo: così in Isaia, così in Levi. E la poesia, se forse non salva, aiuta, ricorda la dignità del perseguitato, gli spolvera il suo essere intimo. Perché, inaspettato, può rivelarsi, tra le pieghe di una bellezza offerta, un senso ultimo:

 

io stesso ho visto ora soltanto, nell'intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere qui oggi...

 

Perché è nel gratuito dell'inutile, dell'inefficiente, del sorprendente che può aprirsi una speranza:

 

Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell'arte della guerra.

 

In eccesso, senza calcolo.

Perché ogni uomo senta la responsabilità di saper vedere e gustare questa bellezza anche dove non si attende di trovarla.

 

 

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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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