Nella letteratura
Turoldo, il fuoco della tenerezza di Dio
di Sergio Di Benedetto | 20 novembre 2016
Cominciava ad abitare il mondo il 22 novembre 1906. Cento anni dopo si conclude il Giubileo straordinario della misericordia: finisce ma non si chiudono le porte della compassione di Dio, di cui lui fu cantore fine e ardente, infuocato e indomito.

Nasceva il 22 novembre di cento anni fa una delle figure più complesse, scomode e anche profetiche del cattolicesimo italiano: David Maria Turoldo, frate servita e poeta, sacerdote appassionato di Dio e dell’uomo. Percorrere la vita di Turoldo significa percorrere un tratto della strada della fede nel nostro paese, una fede matura, con i suoi doni, le sue inquietudini, i suoi limiti anche. Ma soprattutto con il suo coraggio e la sua generosità.

Guardare a Turoldo significa incrociare Camillo De Piaz e Giorgio La Pira, Zeno Saltini e Primo Mazzolari, Giovanni Battista Montini e Carlo Maria Martini. Guardare a Turoldo significa però, soprattutto, guardare alla Parola, che nel suo carisma egli spezzava, predicando, traducendo e componendo.

Poeta grande, che sentiva sulle labbra e nella penna il peso bruciante del Verbo, che diveniva scintilla della sua più profonda, vera e quindi umanissima inquietudine, del suo sacro, duro e quindi umanissimo amore, ai compagni di strada e al Compagno della vita.

Turoldo cominciava ad abitare il mondo il 22 novembre 1906. Cento anni dopo si conclude il Giubileo straordinario della misericordia: finisce ma non si chiudono le porte della compassione di Dio, di cui David Maria fu un cantore fine e ardente, infuocato e indomito.

Ricordiamolo con la sua traduzione del Salmo 51, penitenziale ma al tempo stesso così fiducioso nell’amore che muove le «viscere» di Dio e la sua «infinita tenerezza», un Dio che «lascia parlare la pietà», un Dio che, come ci ricorda il Vangelo di oggi, spalanca le porte del Paradiso a un malfattore moribondo.

Pietà di me, o Dio, pietà
secondo la tua infinita tenerezza,
per quanto le viscere hai ricolme d'amore
cancella le mie infedeltà,
lavami e raschia via la mia colpa,
fammi mondo dal mio peccato.

Le mie trasgressioni io le riconosco,
il mio peccato mi sta sempre davanti.
Contro te, contro te solo ho peccato,
quanto è male ai tuoi occhi ho commesso:
tu, sempre giusto nelle tue sentenze,
lascia parlare la tua pietà.

Ecco, nella colpa sono stato generato,
peccatore mi concepì mia madre;
ecco, è la sincerità del cuore che tu ami,
per cui fino all'intimo sono da te
ammaestrato.

Purificami con l'issopo e sarò mondato,
lavami e sarò più bianco della neve.
Ridammi ancora gioia e letizia,
esultino le ossa che hai frantumate.
Distogli il tuo volto dal mio delitto,
dalle radici estirpa ogni colpa.

Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito forte.
Non cacciarmi dalla tua presenza,
non privarmi del tuo santo spirito.
Ridammi la gioia di essere salvo,
mi regga ancora uno spirito grande.
Insegnerò le tue vie ai ribelli
e i peccatori a te torneranno.

Liberami dalla sentenza di morte,
Dio, o Dio mio salvatore,
e griderà la mia lingua
alla tua giustizia.

Signore, apri tu le mie labbra,
la mia bocca acclamerà la tua lode.
poiché le vittime tu non gradisci,
ne vuoi in dono alcun sacrificio:
uno spirito pentito
è il sacrificio perfetto,
un cuore contrito e umiliato, o Dio,
questa l'offerta che tu non rifiuti.

Nel tuo amore fa' grazia per Sion,
le mura rialza di Gerusalemme.
Le giuste offerte allor gradirai,
l'olocausto e la totale oblazione:
allora sante saranno le vittime.

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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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