Dei morti e dei viventi
di Gian Carlo Olcuire | 06 novembre 2016
Anziché essere dei cadaveri i soggetti della Porta della morte di Manzù paiono creature che non hanno smesso di vivere perché sono riuscite a dare frutto

PortaMorte

 

PORTA DELLA MORTE

(Giacomo Manzù, 1964, Città del Vaticano, Basilica di San Pietro)

 

«Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui» (Lc 20,27-38)

 

Si chiama "della morte", questa Porta, perché rappresenta dei trapassi. Nei rilievi superiori, sono poste l'Assunzione di Maria e la Deposizione di Gesù; negli otto che seguono, vengono raffigurate tre morti violente (di Abele, di S. Stefano e del partigiano, appeso per i piedi), seguite da quelle di S. Giuseppe e di S. Gregorio VII (avvenuta in esilio, a Salerno); poi una morte nello spazio e una sulla terra, la più straziante di tutte: quella di una madre davanti al proprio bambino; infine S. Giovanni XXIII (al posto di una morte nell'acqua, programmata in un primo tempo), in omaggio al grande pontefice che aveva dato coraggio all'artista e alla Chiesa.

Per chi ha fede, tali figure sono tutte dies natalis, giorni di nascita, inizi della vita senza fine. Così che, rendendo improprio il nome della Porta, spingerebbero a ribattezzarla "della vita nuova".

Al di là del fatto che «il poeta è cantore di vita anche quando parla della morte» (Thomas Mann), questa Porta è un inno alla vita persino nei piccoli animali scolpiti alla base. E le persone ritratte, anziché dare l'idea d'essere dei cadaveri, paiono creature che non hanno smesso di vivere perché sono riuscite a dare frutto, trasmettendo il significato dell'esistenza a chi è venuto dopo.

Proprio come i simboli eucaristici posti tra i pannelli superiori e quelli inferiori: non pane e vino, ma spighe tagliate e tralci di vite, ossia ciò che erano nel momento della morte, prima della trasformazione in pane e in vino e poi assurte - nella consacrazione - a segno del corpo e del sangue di Gesù.

Si fa più chiara la funzione stessa della Porta, che da chiusura diventa soglia, luogo di passaggio da una realtà a un'altra migliore.

Per la realizzazione di quest'opera sono stati fondamentali l'artista e l'artefice. Sebbene non fosse credente, Manzù aveva fiducia nella possibilità di cambiare: «Nonostante tutto, sono ottimista. Credo che gli uomini riusciranno a fare presto una umanità nuova». E una Chiesa nuova era ciò che sognava papa Giovanni, quando indisse il Concilio Vaticano II (ricordato nella parte interna della Porta).

 

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Gian Carlo Olcuire

Gian Carlo Olcuire è un grafico. Che si sente realizzato quando riesce a far guardare le parole come se fossero immagini e a far leggere le immagini come se fossero parole. Lavora soprattutto per il mondo cattolico ed è appassionato di linguaggi, soprattutto dell'uso (o abuso, disuso, riuso) che se ne fa nel mondo cattolico.

 

 

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