Le nostre parrocchie sono un ambiente tossico?
di Gabriele Cossovich | 29 novembre 2016
Qualche riflessione su quello che accade nelle nostre parrocchie a partire da una vignetta che elenca i sintomi di un ambiente lavorativo tossico

pato

 

Girovagando tra i post su Facebook mi sono imbattuto in questa immagine che elenca alcuni sintomi di un ambiente di lavoro tossico. Per deformazione professionale, mi è venuto spontaneo provare ad applicarla alle nostre realtà parrocchiali. D'accordo la parrocchia non è (solo) un ambito lavorativo, è molto di più. È il luogo dove si lavora per rendere presente il Vangelo in quel pezzo di mondo. Per questo, mi viene da dire, a maggior ragione una parrocchia ha bisogno di essere un luogo in cui si sta bene e si lavora bene. Tanto più che portare il Vangelo non è un prodotto da vendere ma una vocazione che si realizza nella misura in cui è possibile riconosce una testimonianza credibile.

Faccio passare gli otto punti della vignetta confrontandoli con quanto spesso avviene nelle nostre parrocchie. L'intento chiaramente non è distruttivo, non è quello di gettare fango. È quello invece di provocare una riflessione.

 

  1. Il lavoro di squadra non esiste. Novanta su cento fa tutto il prete. Quegli ambiti lasciti in mano a gruppi di parrocchiani poi sono normalmente luogo di strenua difesa dei propri spazi. E quando per la festa patronale bisogna mettere insieme le esigenze del coro, delle catechiste, della società sportiva, dei gruppi familiari, di chi si occupa della cucina, e chi più ne ha più ne metta... apriti cielo! Lavoro di squadra? No comment.  
  2. Quando si presentano problemi si cercano colpevoli e non soluzioni. In oratorio viene sempre meno gente? I parrocchiani si lamentano per come sono gestite le strutture? La messa è troppo blanda e noiosa? Naturalmente è sempre colpa del prete! "Ah, quando c'era don Costantino! Lui sì che ci sapeva fare! Mica come questi qui che ci sono adesso!" Una possibile soluzione? Il prossimo prete sarà senz'altro meglio! 
  3. Altri prendono il merito del tuo lavoro. Guai se succede!!! Mi sono sbattuto, mi sono fatto un mazzo tanto. Ora pretendo la mia cospicua ricompensa, fatta di "grazie" urlati dal pulpito e di un trattamento di favore tutte le volte che se ne presenterà l'occasione. Perché, scherziamo? Io ci sono sempre! Mica come quegli altri... 
  4. Esistono regole che nessuno segue. Il papa, la diocesi propone un certo percorso formativo, un tema, una linea per l'anno o per un tempo specifico? Ma cosa vuoi che ne sappiano loro della nostra parrocchia! Qui ci siamo noi, sappiamo noi di cosa hanno bisogno i nostri parrocchiani! Normalmente di quello che si è sempre fatto uguale per gli ultimi centocinquant'anni. 
  5. Circolano voci e pettegolezzi. Per pietà non aggiungo altro. 
  6. Non esiste un piano di sviluppo. C'erano una volta i progetti pastorali. Ma non andavano bene. Erano troppo astratti, troppo distanti dalla realtà, una volta che uno li aveva letti non sapeva mai come applicarli. Critica spesso condivisibile, ma con cosa li abbiamo sostituiti? Navigare a vista quando va bene, ripetere il già noto nella maggior parte dei casi. 
  7. Persone poco capaci ricevono elogi. Non vi è mai capitato di entrare in una parrocchia e chiedervi perché mai a fare le cose sono sempre gli stessi? Perché mai pochissime volte vengono affidati compiti sulla base delle reali competenze delle persone?  Per poi constatare con amarezza che spesso si va avanti coi cocchi e i cocchini di questo e di quell'altro... 
  8. Non c'è chiarezza di funzioni né obiettivi. A dirla tutta un grande obiettivo c'è! Tornare ai fasti passati, entrare in oratorio e ritrovarselo pieno di giovani che scalpitano per mettersi al servizio della comunità, come quando c'era don Costantino. Il problema? È un obiettivo non solo inattuabile, ma pure assai poco alto. Se l'obiettivo è vivere e annunciare il Vangelo qui e ora di cosa abbiamo bisogno? Di quali sensibilità, quali competenze, quali ministeri, quali figure di responsabilità?

 

"Se ne riconosci più di tre, attento!" dice la vignetta. Più che "attento!", direi: mettiti all'opera! Perché ciò di cui c'è davvero bisogno è gente che contribuisca a costruire oggi una Chiesa che, dalla testa ai piedi, profumi di Vangelo, nonostante tutti gli ostacoli che ci possono essere.

 

 

05/12/2016 14:29 don Fabio
Spero che testa e corpo possano lavorare insieme sempre. Così ci si disintossica. Buon lavoro. Don Fabio


01/12/2016 08:46 Giovanni Antonacci
Aggiungiamo che voi preti siete ormai abili manager,dimentichi di Cristo:riprenDETE la Mistagogia,parlaTE del Vangelo,siate modello di amore e misericordia,mi spiace ma devo dirlo,NELLE COMUNITÀ IL PESCE PUZZA DALLA TESTA,e alla testa ci sono i sacerdoti


30/11/2016 15:29 Giorgio Gatta
Parole sante roberto!


30/11/2016 11:57 roberto
Ci si ritrova facilmente: situazioni ed atteggiamenti molto diffusi. Domina molto spesso l'auto-referenzialità personale o di gruppo. In questo modo non si va da nessuna parte, ammesso che si conosca in che direzione procedere.


30/11/2016 09:51 Giorgio Gatta
Gli auspici vanno bene ma servono a ben poco se non sono i fatti che parlano per noi.
La gran parte delle nostre Chiese sono arroccate in definizioni del preconcilio.
Tant'è che nelle omelie della domenica c'è sempre più o meno evidenziata una certa nostalgia del passato: dalle famiglie di una volta a quando il cristianesimo era il centro della vita delle persone...ecc...ecc...

Accanto a questo quadro realistico ma catastrofico, vi è comunque un pullulare in Italia di tante piccole iniziative, di buone pratiche di pastorale innovativa, perfettamente sconosciute ai più, irriconoscibili se non con una messa a fuoco da lente di ingrandimento.

L'Istituto Superiore di Scienze Religiose di Forlì sta provando a farle emergere dal loro anonimato attraverso un laboratorio extracurriculare condotto e su iniziativa del Prof. Gilberto Borghi.

Veniteci a trovare su https://www.facebook.com/undiofuorimercato per tenervi informati!



30/11/2016 09:01 Claudio Taverna
Stiamo attenti a non farci coinvolgere troppo dalla mentalità arrivista, carrieristica, efficientista del mondo.
Al posto di analisi stile 'corsi per manager' sarebbe meglio che ci si confrontasse di più sul fatto cristiano: come si incontra il crtistianesimo, cosa è stato per noi (se è accaduto) l'incontro con Cristo e da lì partire per la verifica nel concreto cioè verificare se c'è corrispondenza tra quanto incontrato ed il vivere di tutti i giorni, anche in parrocchia.

Grazie
Ciao
Claudio



29/11/2016 19:29 Giulia Scarti
Le stesse riflessioni valgono per le attività di volontariato che si svolgono nelle varie associazioni. Preferisco non dettagliare, ma anche lì ... Vabbèh, si cerca di fare del nostro meglio per offrire un'opera, vicina al concetto di Opera di Dio, cioè un'opera di aiuto all'Opera di Dio, pur in mezzo a tante contraddizioni


29/11/2016 10:22 Don Luciano Chetta
Grazie è una lettura più che reale. Mi auguro che davvero le nostre parrocchie siano luogo di comunione e di lavoro insieme senza deleghe e senza divisioni.


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Gabriele Cossovich

Nato a Milano nel 1985, sposato, ho studiato Teologia presso la Facoltà teologica dell'Italia settentrionale. Lavoro come educatore e insegnante e curo percorsi formativi per educatori e catechisti. Ho un blog in cui raccolgo i miei pensieri: laterracomeilmare.com

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