Nella letteratura
«Amare qualcuno significa dirgli: tu non morirai!»
di Sergio Di Benedetto | 01 novembre 2016
Il testamento filosofico di Jean Guitton: «Quando sono morto, sono accadute delle cose strane nel mio appartamento parigino»

Un inizio fulmineo per un testo ricco di sapienza che andrebbe letto e riletto. Si tratta de Il mio testamento filosofico di Jean Guitton, filosofo cattolico tra i più grandi del secolo scorso. Qui l'autore immagina di raccontare quello che accade durante la sua agonia, il suo funerale e il suo giudizio, una narrazione fatta però in forma teatrale: il grande intellettuale non affida dunque i suoi ultimi pensieri al genere del trattato, dell'intervista o dell'aforisma, ma a quello del teatro. Ne emerge un testo leggero nella forma, ma densissimo nei contenuti, perché quello che è il "testamento" di Guitton diviene un ripensamento dell'intera sua vita, alla luce del giudizio finale. Sulla scena si alternano grandi personaggi: da Paolo VI a Santa Teresa di Lisieux, Da Pascal a san Pietro, da Socrate a Dante, da De Gaulle e Mitterand, da Bergson a El Greco. Ma anche il demonio, che viene a tentare l'anima nell'ultimo momento di vita dell'uomo, angeli e altri santi, che interrogano, difendono, dialogano con il protagonista.

Un Guitton alle prese con l'eternità e con il giudizio sulla propria esistenza. Sono i grandi temi che affrontiamo oggi, ricordando la comunione dei santi come nostra meta finale, e domani, quando faremo memoria dei fedeli defunti.

All'estremo momento conta l'essenziale. E per il filosofo l'essenziale è questo:

«Allora san Tommaso d'Aquino prese la parola. Mi chiese: - Jean, che cosa avresti fatto se la verità fosse stata che il cristianesimo era falso? -

- Avrei preferito la verità-

- Perché credi in Gesù Cristo? -

- Credo nel cristianesimo perché è vero -

- Jean, che cos'è la verità? -

-Il Vero è Colui che è -

- Jean, che cos'è il giudizio di Dio sull'uomo? -

- La manifestazione del giudizio dell'uomo su Dio -

- Qual è il tuo giudizio su Dio? -

- Credo che Dio è vero. Credo che Dio è giusto. Credo che Dio è amore -»

L'uomo però ha un'opinione fallace di se stesso; tende a giustificarsi, o a vedersi troppo malvagio. Interviene santa Teresina, con parole che sintetizzano una vita:

«Fin dalla gioventù si è donato molte volte e molte volte si è ripreso. -

- E alla fine? -

- Alla fine? Credo che si sia donato e che sia morto sullo slancio di questo dono -»

Il protagonista ammetterà di aver cercato la fama, il successo, e di aver amato poco, anche la moglie.

Bellissimo il dialogo tra il filosofo e Paolo VI, in punto di morte.

- Santo Padre, che cosa vuol dire pentirsi? -

- Amare, finalmente -

- Non ho quasi avuto il tempo di amare. Dovevo pensare, credere e sapere. Riflettere. Sempre meglio sapere, sempre più saldamente credere. In questo consisteva la mia vita. Rimandavo sempre l'amore al giorno dopo. E la preghiera-

- È oggi che bisogna amare -

- Dio ama forse gli avanzi? -

- Dio ama l'ultimissimo-

[...]

- Dica: "Mio Dio, ti amo!" -

- Mio Dio, so che la tua santa religione è vera -

- Non si tratta di questo, Guitton. Dica: "Mio Dio, ti amo!" -

- Mio Dio, credo fermamente in Te-

- In nome del Cielo, Guitton, ripeta con me: "Mio Dio, ti amo!" -

- Non ce la farò mai! -

- Jean, apriti! -

- Sono chiuso! - [...]

- Mio Dio, ti a...Ah!-

Morii così, fra le braccia di Paolo VI.

Echeggiano le parole note di san Giovanni della croce: «A la tarde de la vida te examinarán en el amor»... Alla sera della vita, saremo giudicati sull'amore. Non su altro. In fondo, è la magna charta del Regno, quella che ascoltiamo nel vangelo di oggi, nella declinazione delle beatitudini.

Tendere ad amare, ammettere di non farcela. Come il il grande filosofo che scrisse il suo "testamento filosofico", mettendosi a nudo, all'età di 96 anni.

Oggi, forse camminando tra i vialetti di un cimitero, oppure guardando le macerie dei paesi appenninici diventati trappole di morte, facciamo risuonare in noi, con speranza, questa bella frase di Guitton, tratta da Gabriel Marcel:

«Amare qualcuno significa dirgli: tu non morirai!»

 

 

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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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