Nell'arte
L'esaltato e l'umile
di Gian Carlo Olcuire | 23 ottobre 2016
Il Cristo dell'esaltato assomiglia a quello delle sere di Rio, quando si ammirano le luci proiettate sulla statua, coi colori delle bandiere di Stati, squadre e gruppi. Mentre di giorno torna a essere come la targa della strada in cui si abita: data per scontata e non degnata di uno sguardo.

23 ottobre

CRISTO REDENTORE

Paul Landowski e Heitor da Silva Costa, 1931, Rio de Janeiro, Corcovado

 

«Chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato». Lc 18,9-14

 

Se, al posto di fariseo e pubblicano, fossero scritti due aggettivi - l'esaltato e l'umile -, sarebbe più facile capire che la parabola parla di noi. E che l'esame di coscienza spetta a noi, nuovi farisei.

Il primo personaggio, sicuramente osservante, osserva tutto all'infuori di Dio: sì, ne osserva le leggi, ma in realtà osserva se stesso, per compiacersi di sé, e gli altri, per fare raffronti. Senza osservare la misericordia di Dio: gli occhi dell'esaltato, concentrati sulle cattive azioni altrui e sulle buone azioni proprie, non riescono a vedere che le braccia aperte di Gesù vogliono abbracciare tutti. Il secondo personaggio, che osservante non è (e ne è consapevole), chiede invece a Dio d'essere guardato con pietà, sentendo il bisogno del suo amore e del suo perdono.

Il Cristo dell'esaltato assomiglia a quello delle sere di Rio, quando si ammirano le luci proiettate sulla statua, coi colori delle bandiere di Stati, squadre e gruppi. Mentre di giorno torna a essere come la targa della strada in cui si abita: data per scontata e non degnata di uno sguardo.

Se presupporre la fede è un pericolo (segnalato da Hans Urs von Balthasar in una corrispondenza con il Card. Joseph Ratzinger), lo è in ugual modo credere di conoscere Gesù una volta per tutte, smettendo di confrontarsi con le sue parole e di approfondirle. Un rischio ancora maggiore se corso da un gruppo ecclesiale, talmente pago dei propri colori da restarne abbagliato. E capace di anteporre le parole del fondatore o dei dirigenti a quelle di Gesù.

Ciò vale per l'intera Chiesa. Ben fecero i padri conciliari, nella Lumen Gentium, a sottolineare che la luce delle genti è Cristo, non la Chiesa. Che risplende sul volto della Chiesa. «La quale pure risplende - scrive il Card. Ratzinger nel 1972, accostandola alla luna -, anche se di per sé è buia; non è luminosa in virtù della propria luce, ma del vero sole, Gesù Cristo, cosicché, pur essendo soltanto terra, è ugualmente in grado di illuminare la notte della nostra lontananza da Dio».

29/10/2016 07:45 LudoK
Mia traduzione di 25/10/2016 13:06: "cattolico anathema sit, lista proscrittoria sit". Va avanti Orwell in "chiesa sentimentale" di oggi, con 5 minuti di odio per Goldstein e interdetti pappalardicos. Aveva ragione il Papa Paolo nr. 6, quando parlava di "pensiero no cattolico", in breve futuro maggioritario.


25/10/2016 13:06 PietroB

Prendo lo spunto dalla bella lectio di L57 x dire una cosa che riguarda anche il msg di Colagrande qui sopra..( marziani).
Dalla frequentazione della Parola ho tratto la convinzione che il comportamento del Cristiano (( la majuscola=che si uniforma a Cristo)) deve essere diverso verso interni/esterni. Verso gli esterni deve prevalere la Misericordia, verso gli interni i passaggi successivi fino alla espulsione descritti nella Parola. Perciò non si può invocare la Misericordia verso chi interno rema contro a priori, senza discernimento, senza affrontare il confronto, isolandosi e tagliando i ponti.
X capire questo basti vedere il danno che così si arreca a Lui.
PS. App: come tratta Gesù l'interno fariseo? Come l'altro?




25/10/2016 10:55 Ale.
Dalla parabola si deduce quindi la necessità di riconoscersi peccatori e domandare perdono per poter uscire dal Tempio giustificati.


24/10/2016 20:09 L57
Come emerge dalla lettura circostanziata del brano evangelico.

1. Il Fariseo si comporta da vero fariseo, sia “fuori dal Tempio” (non è ladro, ingiusto, adultero; digiuna secondo le regole rituali; compie beneficienza in proporzione diretta al proprio reddito) che “nel Tempio” (ringrazia Dio di tali benedizioni).
2. Il Pubblicano, per sua stessa solenne ammissione, “fuori dal Tempio” è manchevole.
3. Pubblicano e Fariseo, entrambi, riconoscono il Tempio come dimora di Dio e lì con Lui si rapportano.
4. Diversi però sono lo spirito e i conseguenti modi di preghiera: il Fariseo è fin troppo in familiarità con Dio, tanto da porsi in atteggiamento di sufficienza o quasi autosufficienza (sta in piedi e dice tra sé), mentre il Pubblicano si pone nell’unico modo possibile, dato che la Misericordia non è né acquisita, né dovuta (entra sì nel Tempio, ma si ferma a distanza, non osa nemmeno alzare gli occhi al cielo, si batte il petto, si riconosce peccatore e chiede pietà).
5. In sostanza, il Fariseo non è e non si comporta come il Pubblicano, sia “fuori dal Tempio” che “nel Tempio”, ma lo spirito e il modo con cui agiscono “nel Tempio” è quello decisivo: ed infatti ben diverso è l’esito (l’uno è lasciato alla sua sufficienza e non è giustificato, l’altro è perdonato e giustificato;
6. Il Fariseo esce dal Tempio non convertito, il Pubblicano ne esce convertito (il che, resta implicito, avrà di sicuro ripercussioni sulla loro vita “fuori dal Tempio”.

Naturalmente, il “fuori dal Tempio”, nel contesto di Gesù, non è mai “senza” o “contro” il Tempio.
L’atteggiamento, giusto e dovuto e decisivo, è – in ogni caso – quello assunto “nel Tempio” dal Pubblicano.



24/10/2016 08:08 PietroB
No limits al "fariseismo!
X LG in chiesa si "è" diversi da fuori. Grave errore: Con Lui ci si relaziona solo nel tempio.



23/10/2016 22:51 Santa
Il Signore ci insegna che l'autenticità nella relazione con Dio è con sé stessi è la condizione per essere "guariti"dal nostro peccato ed amare come Dio ama


23/10/2016 17:04 L57
Qual è la colpa del fariseo?
In genere non la si dice, si lascia credere che sia qualcosa che abbia a che fare con il salire al tempio a pregare, ringraziare Dio, non essere ladri, ingiusti, adulteri, digiunare secondo le regole rituali, fare beneficienza in proporzione diretta al proprio reddito…
Questo, purtroppo, passa il convento.
Qual è, allora, la colpa del fariseo?
La risposta giusta è contenuta lì stesso, proprio dove si trae quella errata.
Il fariseo, che alla fine “ne esce non perdonato”, semplicemente, non è “come il pubblicano” e non fa (N.B. nel tempio stesso, cosa che si tralascia spesso) “come il pubblicano”.
Che fa il pubblicano?
Sale al tempio a pregare, si ferma a distanza, non osa nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batte il petto, riconoscendosi peccatore e chiedendo pietà (N.B. Il fariseo, sta in piedi e dice tra sé…).
Certo, fuori dal tempio, non è (stato) “sicuramente osservante”.
Ma siamo “nel tempio”, cosa che il convento inopinatamente non passa.
Dalla scorretta lettura che si lascia credere in genere, l’enfasi indebita è sul fariseo “sicuramente osservante, [che] osserva tutto”, con l’indebita conclusione che l’essere “sicuramente osservante” sia il primo peccato, il prodromo automatico di “all'infuori di Dio”.
Niente affatto.
Il pubblicano che “ne esce perdonato” perché, se magari non è (stato) “sicuramente osservante” fuori dal tempio, lo è “nel tempio”, agendo proprio come dovuto nel luogo deputato alla Santità/Misericordia di Dio.
P.S.
L’autore, giustamente, stigmatizza la dissacrante proiezione brasiliana; mi auguro abbia manifestato la stessa riprovazione per la proiezione romana di fine 2015, dato che di pari carica dissacratoria si trattava.



23/10/2016 07:47 PietroB
"Credere di conoscere Gesù una volta x tutte".. scrive G.Carlo.
Caro G.Carlo, caro nella comune fede! Qui quel "conoscere" va declinato..
SE esiste relazione.. una Persona non la si "conosce" ma la si "vive"..
Sai quante volte è Lui che si fa conoscere da me? Spesso x redarguirmi, Sempre x muovermi ( peso 104kg😁) ad amare chi/cosa/quando.. Ad es. mi ha fatto capire che chi cerca Lui, ma anche le persone che nn vediamo +, senza Amore non li incontrerà MAI.



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Gian Carlo Olcuire

Gian Carlo Olcuire è un grafico. Che si sente realizzato quando riesce a far guardare le parole come se fossero immagini e a far leggere le immagini come se fossero parole. Lavora soprattutto per il mondo cattolico ed è appassionato di linguaggi, soprattutto dell'uso (o abuso, disuso, riuso) che se ne fa nel mondo cattolico.

 

 

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