Dio: un amico che ci accompagna alla morte
di Sergio Di Benedetto | 22 ottobre 2016
Come è toccante l'immagine di un Dio che si avvicina al suo fedele servitore, quanto è commovente sapere che il Signore Gesù prova compassione per l'uomo al punto da rendersi presente quando sembra dominare l'assenza di tutti gli altri!

Per una volta mi allontano dalla prassi di accostare Vangelo e letteratura per guardare alla bellissima seconda lettura di domani, tratta dalla seconda epistola a Timoteo: in essa abbiamo l'estrema confessione dell'apostolo Paolo, ormai giunto alla fine della sua «buona battaglia». Al momento della fine sente il bisogno di scrivere all'amico e discepolo, come ogni uomo che desidera avere una mano su cui posare la propria morente. Paolo però è stato abbandonato da tutti... tranne che da Dio. È stupenda la dichiarazione: «Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza». Come è toccante l'immagine di un Dio che si avvicina al suo fedele servitore, quanto è commovente sapere che il Signore Gesù prova compassione per l'uomo al punto da rendersi presente quando sembra dominare l'assenza di tutti gli altri!

Crediamo in un Dio che discretamente si accosta all'uomo nell'ultimo tratto della sua strada e gli dona quella confidenza che sola nasce tra amici veri, nel segno dell'amore.

Non diversa è l'immagine che Rainer Maria Rilke tratteggia nel suo «La morte di Mosè» (nella traduzione di Andreina Lavagetto):

 

Nessuno, il fosco angelo caduto

solo volle; portando armi mortali

s'appressò al Designato. Ma con stridor di lame

s'arretrò subito, riprese il volo,

gridò ai cieli: Non posso!

 

Perché Mosè sereno, tra i folti sopraccigli,

l'aveva scorto e seguitava a scrivere:

parole di benedizione e l'infinito Nome.

E fino all'ultima sostanza il suo occhio era limpido.

 

Trascinando con sé metà dei cieli calò allora il Signore,

appianò il monte e in quel letto depose

il vecchio. Dall'ordinata dimora

chiamò l'anima, e molte rievocava

tappe comuni di infinita amicizia.

 

Ma era stanca ormai. E riconobbe

d'essere stanca l'anima compiuta.

Allora lentamente il vecchio Dio chinò

sul vecchio il vecchio volto. Con un bacio lo trasse

nella sua età, più vecchia. E con la mano che creò il mondo

il monte ricompose  perché fosse soltanto

un monte come gli altri della terra, ricreato,

ad uomo non riconoscibile.

 

Vi è una tenerezza che nasce dalla confidenza: un vecchio Dio scende a chiamare il volto scavato dal tempo con cui ha avuto «infinita amicizia». L'angelo non riesce a prendere l'anima di Mosè: serve l'intervento di Dio, che prepara un letto ricavandolo da un monte, così da rendere sereno il trapasso all'amico.

Non diversamente, mi piace pensare, capitò a Paolo e a tutti coloro che varcano l'estrema soglia: una mano nella mano, un bacio, un ricordare l'antico affetto.

La morte è un passaggio arduo, che spaventa. Ma lì troviamo Dio, che si fa compagno. Un Dio veramente tenero.

 

 

30/10/2016 23:50 Francesca Vittoria
E perché non "Dio un amico,fratello nelle sofferenze dell,uomo, signore che tutto vede, che sa leggere nel cuore semplice di una fede che in lui confida e con serenità gli è fedele accettando le sfide che la vita pone nel proprio cammino. Queste persone sono così amate da Lui tanto da farsi conoscere nella. Loro esistenza attraverso il coraggio che da Lui ricevono, e niente è più importante se non fare quello che Lui ha indicato nel suo Vangelo,semplicemente per la fiducia in Lui riposta e perché così andando hanno percorso la. Via vera quella del cuore , quella dell,amore che tanto è stato capace di fare , rivelato il vero amore vero !Per questo noi oggi piangiamo la loro assenza ,sentiamo vivo il legame creato dal loro amore e crediamo a nostra volta che Egli sia la mano tesa a condur re chi ha avuto fiducia in lui per quella strada nuova dove in un luogo Bello e felice ogni lacrima sarà stata asciugata da gioia e consolazione.Cosi ha promesso ed egli è Dio e vive e regna. Da sempre e per sempre. Grande cosa ha fatto l,Onnipotente per l,uomo e per questo Santo e il Suo Nome è la nostra riconoscenza per tutto l,amore che esiste e fa vivere anche oggi.
Francesca Vittoria



25/10/2016 11:01 Ale.
Gesù però si era "sentito" in solitudine sulla croce, almeno per qualche momento: "Dio mio, perché mi hai abbandonato?".


23/10/2016 16:49 Sergio Di Benedetto
Bella riflessione Lorenzo, grazie. Mi sovviene però la Trinità di Masaccio: il Padre solleva la croce. Forse Gesù non era così solo sulla croce?


22/10/2016 23:45 Lorenzo M.
Tenera presenza nell'ora estrema.
Come un contrappunto alle parole di Sergio D.B. provo a citarne altre, che mi erano rimaste impresse quando avevo tempo ed energie per queste letture:
"Nemmeno i discepoli più vicini a Gesù, alla fine, sapevano cosa pensare del loro Maestro. Egli fu allora costretto a percorrere da solo, nella solitudine più anonima, il suo ultimo tratto di cammino.
... Alla fine, nella solitudine più completa e nella notte più oscura della sua nuda obbedienza, Gesù poteva lasciare soltanto al Padre il modo di questo avvento [del regno di Dio]." (W. Kasper)
Potremmo pensare ad un contrappunto, come quello tra Isacco e Gesù. Ma è forse una stonatura.
Questa solitudine di Gesù si fa misteriosa compagnia/solidarietà a tutti noi, che prima o poi, percorriamo un tratto di strada in (apparente) solitudine.



22/10/2016 11:48 M. Luisa
Veramente bello e consolante. Grazie!


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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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