Ora di religione, il passo in più
di Sergio Ventura | 21 ottobre 2016
Non è che gli studenti non abbiano "domande religiose", ma non sono più le domande in un certo senso 'facili' su cui si poteva innestare senza grandi difficoltà la risposta cristiano-cattolica per come veniva proposta

Dopo aver evidenziato ciò che nella Nota pastorale CEI sull'Irc del 1991 sembra tuttora funzionare, è bene segnalare in questa seconda parte della riflessione quegli aspetti che, invece, crediamo siano restati lettera morta, insieme a quelli che potrebbero essere rivisti.

Innanzitutto, tre sono i punti della Nota sulla cui realizzazione ed efficacia sarebbe auspicabile una ricerca ed eventualmente una messa in rete ufficiale dei risultati che invece ancora manca:

1. Si è perseguito "con decisione", al fine di "far crescere la qualità dell'Irc" (§31;1), la costituzione in ogni diocesi di uno o più "gruppi" di insegnanti che offrano a vantaggio di tutti "un contributo significativo per le sperimentazioni e per le iniziative di studio sull'Irc" (§ 32)?

2. La comunità cristiana (a partire dalle associazioni laicali) ha offerto agli Idr "segni concreti di apprezzamento e di sostegno" professionale e spirituale, considerandoli "parte integrante del compito educativo della Chiesa" (§33;29), essendo gli Idr "mandati" dal vescovo diocesano per un servizio ecclesiale ma dotato di "modalità proprie" (§22)? Essa assicura "una convergenza di attenzione e di collaborazione responsabile" (§25), non sottovalutando l'aiuto che può ricevere dall'Irc per "riconoscere e accogliere le istanze che emergono dal mondo giovanile", ma soprattutto per "sperimentare e verificare nuovi linguaggi adatti ad esprimere il messaggio religioso" (§27)?

3. "Gli uomini di cultura, gli istituti di ricerca e gli organismi universitari" seguono "con attenzione gli sviluppi di questa disciplina apportandovi il loro contributo costruttivo" (§30)?

Se le tracce dei suddetti gruppi sono faticosamente reperibili in rete e comunque non integrate a livello nazionale, se in molte diocesi si continua a mettere all'ordine del giorno il problema della collaborazione tra catechesi (o parrocchie) ed insegnamento - riguardo i nuovi linguaggi o il diverso mandato - ricominciando però ogni volta dal principio, se per le scuole superiori mancano ancora libri di testo scritti da o insieme a docenti universitari (sulla scia degli ormai classici 'Abbagnano' per la Filosofia o 'Amaldi' per la Fisica), questo significa che i tre nuclei evidenziati quantomeno non sono stati sviluppati in tutto il loro potenziale.

In secondo luogo, vi sono due punti che mi sembrano l'uno da limare e l'altro da rivedere - soprattutto se penso allo studente che fui e al mutamento generazionale che si è verificato nel passaggio di millennio.

Il primo corrisponde alla convinzione emergente dalla Nota secondo la quale l'avvalenza corrisponderebbe immediatamente alla "fiducia" (§26) verso l'Irc, ovvero ad "una estesa e sincera domanda di educazione" e di "un rapporto profondo e autentico con il mondo giovanile (§4). Se quest'ultima resta costante, per l'altra si potrebbe forse meglio dire che, nonostante un'avvalenza che cala negli anni - anche se non nel modo eclatante che spesso si è soliti pubblicizzare, permane l'interesse e la curiosità verso questa disciplina soprattutto quando essa riesce a tenere insieme la complessità della richiesta proveniente dai genitori e dagli studenti, realizzando una palestra di confronto tra coloro che si avvalgono per motivi magari solo culturali o solo esistenziali o solo tradizionali: perché "è una chiave di lettura della cultura", perché "mi aiuta nella ricerca di senso", perché "siamo cattolici e l'abbiamo sempre seguita" (§ 4, 26).

L'altro punto - questo forse proprio da rivedere - mi sembra essere lo schema teologico sottostante gran parte della Nota, ossia quello della corrispondenza immediata tra le "domande" dei giovani e le "risposte" degli adulti (§4), all'interno di una scuola che è sempre meno "cultura" e "comunità educante" (§5) o "luogo di ricerca della verità e del senso" (§28), e sempre più informazione e tecnicismi - idòla fori perseguiti con scienza e coscienza!

Non è che gli studenti non abbiano "domande religiose" o "bisogni spirituali" (§4 - e similmente §5;7;8;23), ma non sono più le domande in un certo senso 'facili' su cui si poteva innestare senza grandi difficoltà la risposta cristiano-cattolica per come veniva proposta negli anni novanta del secolo scorso. Queste domande, infatti, sono divenute talmente "complesse e varie" (§29) - come quelle rintracciabili negli articoli di Gilberto Borghi - da costringere spesso i docenti a modulare diversamente la risposta un tempo quasi preconfezionata e, in alcuni casi, a reinventarla del tutto. Restando certo dentro l'ortodossia, ma producendo frammenti di una rinnovata teologia che, ad esempio, dalle alte mete - affermate e (di)mostrate con forza - sia capace di passare alla loro graduale proposta, indicando un cammino praticabile ed un percorso vivibile, quando altrimenti si bloccherebbe financo il primo passo...

In effetti, a causa della problematica involuzione dei meccanismi del desiderio che sta alla base dell'epoca delle passioni tristi, si può notare come un numero crescente di studenti, pur senza aderire a quel relativismo un tempo temuto, non sia affatto alla "ricerca della verità" (§23), tantomeno "appassionata" (§17), ma l'abbia soffocata o rimossa all'interno di un opinionismo un po' appassito, senza peraltro lasciarsi andare a quell'indifferentismo oggi maggiormente paventato.

Questo atteggiamento, però, è portato a valutare come autoritario un insegnante, non più soltanto quando impone alcune idee o valori (fenomeno che ancora resiste), ma già quando tenta senza le dovute accortezze di far sì che gli studenti accolgano quantomeno l'ipotesi secondo cui questa "ricerca" è già dentro di loro ma non ancora percepita e dunque da "suscitare" (§4): "il pubblico allora cercava domande, oggi vuole solo staccare la spina" - spiega laconico Elio Germano a proposito di un certo pubblico cinematografico non così tanto differente da quello presente in molte aule (presunte) colte.

Qui, come già segnalato altrove, si può comprendere meglio la priorità odierna dell'approccio di Francesco - che dovrebbe innervare un'eventuale riscrittura della Nota - rispetto a quello wojtyliano (e poi ratzingeriano), scelto (e mantenuto) come prioritario nel kairòs diverso in cui apparve (e si è conservata immutata) la Nota in questione. Ad orecchie formatesi su quest'ultimo 'dialetto', infatti, Francesco può risultare come un cedimento che rischia di finire in uno smottamento, mentre alla luce di quanto osservato, come notò anche Francesco Agnoli, esso richiede agli educatori soltanto una maggiore gradualità volta a consolidare o a costruire come un tempo, laddove l'altro approccio, invece, rischierebbe oggi di produrre rifiuti che nulla hanno che vedere con lo scandalo evangelico oppure gusci spesso vuoti che, come la casa sulla sabbia, sono pronti a frantumarsi al primo vero temporale...

 

24/10/2016 12:40 Massimo Pieggi
Concordo con quanto si scrive, anche nei commenti, riguardo ai cambiamenti in atto sotto il profilo culturale e di immaginario (non solo a livello giovanile). Una domanda di esperienza, coinvolgente la ricchezza delle dimensioni emotive, affettive, intuitive e non solo logico-argomentative-razionali era presente anche nelle precedenti generazioni di adolescenti e giovani (magari in forme diverse). Porrei in guardia invece - non mi riferisco qui all'autore del post - da stantii quanto mal posti ipotesi di soluzione. Sulla 'confessionalità' dell'insegnamento sono stati scritti fiumi di inchiostro o di pagine web: dovrebbe essere chiaro, anche per la formulazione dei testi legislativi e giurisprudenziali, che la 'idoneità ecclesiale' non comporta una confessionalità dalle finalità proselitistiche o catechetiche, bensì è unicamente finalizzata a salvaguardare lo statuto epistemologico teologico della disciplina, privilegiato (opportunamente per metodologia e oggetto di studio) a quello storico-comparatistico. Il fatto che la grande maggioranza dei paesi europei condivida questa impostazione dell'IR (idoneità ecclesiale e spesso nomina d'intesa; eppure strutturato ovunque in modo più 'forte' dal punto di vista di voti, esami, numero di ore, obbligatorietà dell'alternativa generalmente individuata nell'etica), dovrebbe rassicurare a tal proposito (una recente sentenza della corte di Strasburgo conferma). Dovrebbe essere altrettanto pacifico che lo statuto epistemologico teologico non pregiudica, anzi consente un approfondimento più adeguato anche delle religioni non cristiane; così come - per la ricchezza e la trasversalità intrinseca della teologia (disciplina di sintesi per eccellenza: capace cioè di toccare una varietà di registri, da quello speculativo-sistematico, a quello di confine con le dimensioni estetiche-artistiche, filosofiche, letterarie, scientifiche, delle scienze umane e sociali etc, da quello biblico-simbolico-narrativo dei testi fondativi all'esperienza dell'interiorità e 'spiritualità' nel senso più ampio - ineludibili se si ha di mira una formazione integrale della persona) - che la 'culturalità' dell'insegnamento non può essere identificata con la mera dimensione logica-argomentativa-razionale (dunque povera di livello esperienziale).
Se poi vogliamo entrare nello specifico dei cambiamenti in atto nella scuola italiana (guarda caso non di quella del 'Principe': la Germania ha tutt'ora zero ore di alternanza scuola-lavoro nei licei e due ore settimanali di IR con esami e voti; d'altra parte il 'Principe' sa che per governare necessita di una classe dirigente colta e preparata, in patria e nelle istituzioni europee, non di futuri flex-slaves & vouchers-users come nelle colonie), qualcuno crede ancora che il problema del nostro paese origini dal debito pubblico e che quindi le scelte (a livello di sanità, istruzione, lavoro, pensioni etc.) dipendano da necessità di spending-review? Leggiamo Stiglitz, Krugman e altri premi nobel: la struttura dell'eurozona sta semplicemente permettendo ai grandi interessi capitalistici e finanziari di determinare scelte nei sistemi di istruzione funzionali ai propri interessi. Si rilegga una recente intervista all'attuale ministro dell'istruzione italiana, nella quale teorizzava in modo esplicito il superamento dello schema umanistico della scuola italiana, legato all'approfondimento della storia del pensiero, perché non funzionale alla formazione di persone "flessibili"(=precarie) e prive di legami (anche familiari) stabili. È evidente che il fine è la "rieducazione antropologica", rispetto alla quale la religione e la sua fondamentale istanza di dignità e non mercificazione dell'umano, costituisce uno degli ostacoli da abbattere. Credo sia evidente che gli scenari nei quali ci muoviamo siano molto più complessi e decisivi riguardo al futuro delle giovani generazioni.
Un'orgogliosa consapevezza infine: un docente di religione entra nella scuola a seguito di concorso pubblico (se in ruolo: di quanti docenti delle altre discipline ciò si potrebbe scrivere? Vedi entrate 'a pettine', GaE, stabilizzazioni straordinarie, etc.); inoltre, anche se incaricato annuale, entra con decreto del proprio USR, a a seguito di raggiunta nomina d'intesa previa verifica dei titoli accademici di abilitazione. Il nuovo sistema di reclutamento dei colleghi delle altre discipline prevede 'chiamata diretta' da parte del singolo dirigente scolastico (quasi sempre, è noto, un funzionario di Partito), revocabile e dunque soggetta a dinamiche ricattatorie e clientelari (si pensi solo all'assegnazione delle cattedre, tra insegnamento e "potenziamento", sino ai voti espressi in ambito collegiale etc.etc). Quale delle due categorie di docenti ha un sistema di reclutamento più oggettivo ed è maggiormente tutelato nella propria libertà costituzionale di insegnamento?



23/10/2016 18:31 maria grazia giordano
condivido le domande poste sia da Ventura sia da Borghi. Purtroppo vedo un progressivo disinteresse verso le questioni dell'irc da parte sia di una certa opinione pubblica (un anno sì e uno no L'espresso e la stampa di sinistra ne chiedono a gran voce l'abolizione), sia dello stato che, nell'ottica della spending review, sta riducendo le discipline insegnate (per es. il diritto, eliminato con un colpo di spugna dalla scuola superiore) e le risorse; sia anche dalla Chiesa che non manifesta interesse a nessun livello per il contributo dell'irc. Ho l'impressione che questa disciplina sia un relitto di tempi andati, che resta in piedi solo per l'impianto giuridico (rientra nel diritto internazionale per il Concordato e in quello costituzionale per l'art.7 della Costituzione) e per la scelta degli studenti, che peraltro si sta lentamente erodendo.


23/10/2016 18:31 M. Luisa
Gilberto: “ha ancora senso la confessionalità di un insegnamento religioso? Ha ancora senso che uno stato demandi l'educazione culturale della dimensione religiosa dei suoi cittadini ad una confessione specifica?” e ancora: "Ha un senso che l'ora di religione cerchi di offrire una conoscenza culturale, su base razionale, del cristianesimo? E che il motivo per cui ha posto in una scuola laica sia definito dal mantenere separate la conoscenza dall'esperienza?”

Tutte queste domande mi suscitano riflessioni a diversi livelli:
1) Sia l’autore del post in oggetto, sia Gilberto, sono operatori dell’IRC, sono cioè Insegnanti della Religione Cattolica. Per cui, anche se ritengono che il riemergere della dimensione religione non equivalga ad una appartenenza confessionale, il loro compito è l’insegnamento della RELIGIONE CATTOLICA. Sappiamo tutti il livello di analfabetismo religioso che troviamo negli studenti: renderli partecipi, in forma non catechistica,dei contenuti della religione cattolica, è il loro compito, e trova un senso - se non altro - nell’arricchire il bagaglio culturale dei ragazzi, nel renderli capaci di gustare meglio anche la ricchezza artistica del nostro Paese, che per molti secoli ha avuto nell’argomento religioso la principale fonte di ispirazione.
2) E’ questo un senso che in realtà è un non-senso, in quanto avulso dalla loro esperienza quotidiana? Può darsi. Ma allora cosa c’entra con l’esperienza quotidiana anche il conoscere esattamente le definizioni della matematica, della geometria, della fisica ecc., come scritte nei libri di scuola? La differenza è che i contenuti della materia “religione cattolica”, così come i contenuti della storia, della letteratura ecc., possono essere resi vivi e interessanti dall’insegnante, oltre la pur richiesta conoscenza mnemonica. E aiutano comunque a crescere e maturare, perché suscitano domande e riflessioni.
3) Quando – forse in un tempo non lontano – la “scuola laica” vorrà tener conto del mutato “bisogno religioso” e, disdetto il Concordato, sostituirà all’ora di Religione Cattolica l’ora delle “Religioni” in generale, non si affiderà certo agli insegnanti di nomina CEI; ma mi domando dove troverà figure professionali in grado di trasmettere con COMPETENZA e OBIETTIVITÀ ai ragazzi i contenuti delle varie religioni. Allora maggiormente la religione sarà solo una materia fra le tante, un insieme di nozioni prive di approfondimento vitale e non in grado di soddisfare la “dimensione religiosa” di ciascuno. E – non ultimo – in questo “supermarket” delle religioni, chi dovrà o sarà in grado di vigilare che ogni “prodotto” sia presentato correttamente e compiutamente?



21/10/2016 15:39 gilberto borghi
Condivido le riflessioni di Sergio e le sue conclusioni. Per chi come me ci vive dentro da trent'anni, è palese il cambio radicale di atteggiamento degli studenti verso le questioni legate all'ora di religione. E questo è l'effetto del cambio epocale in cui siamo, che nella nota della CEI era ancora bel lungi dall'essere percepito. A questo porposito aggiungerei due riflessioni sulla linea di quelle di Sergio.
1) Dal 91 ad oggi la "questione religiosa" in italia è radicalmente mutata. E non solo per l'immigrazione di tante perosne non cristiane e non cattoliche nel nostro paese. Ma soprattutto per una "riemersione" propotente della dimensione religiosa nelle persone. Che spessissimo ha trovato, nel bene e nel male motivazioni e forme molto lontane dal quelle che classicamente la teologica cattolica aveva elaborato dopo il concilio vaticano II. oggi la maggioranza degli italiani ha chiarissimo che coltivare una dimensione religiosa non equivale proprio ad appartenere per forza ad una religione, cioè ad avere una fede. Sempre più trovo studenti che coltivano la loro dimensione religiosa in forme assolutamente personali e artigianali, che non si possono ascrivere chiaramente alle classiche categorie religiose. Allora chiedo: ha ancora senso la confessionalità di un insegnamento religioso? Ha ancora senso che uno stato demandi l'educazione culturale della dimensione religiosa dei suoi cittadini ad una confessione specifica?
2) Uno dei motivi per cui la scuola "arranca" nel raggiungere i suoi obiettivi è che è ancora pensata dentro ad uno schema antropologico che non esiste più. Mediamente lo schema suona: "Le cosa vanno capite per poterle vivere". E la stragrande maggioranza dei cattolici condivide questo schema. Il problema è che nelle persone reali di oggi questo schema non esiste praticamente più, o dove c'è è netta minoranza. Oggi pevale: "Le cose vanno sperimentate per essere capite". E nel peggiore dei casi: "Le cose vanno sperimentate. Capirle non serve". E la religione non fa eccezione. Così, spesso, a scuola, e anche nell'ora di religione, rischiamo di parlare a dei ragazzzi che non esistono, che abbiamo in testa solo noi. E loro si adeguano a questo, lasciando fuori dall'aula la loro vita, per fare i conti con quelli che giustamente Sergio chiama "tecnicismi" di una istruzione non più educativa. Allora chiedo: "Ha un senso che l'ora di religione cerchi di offrire una conoscenza culturale, su base razionale, del cristianesimo? E che il motivo per cui ha posto in una scuola laica sia definito dal mantenere separate la conoscenza dall'esperienza?



21/10/2016 10:16 Pietro
Visto un msg recente del Papa in cui diceva che più che non i catechismi servono ... mi pare dicesse "testimoni"
Trovato solo questo:
"Dio non si conosce con pensieri alti e tanto studio, ma con la piccolezza di un cuore umile e fiducioso."



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Sergio Ventura

Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.

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