Aldo Maria Valli

Aldo Maria Valli è vaticanista del Tg1. Nato a Rho nel 1958, sposato con Serena e padre di sei figli, è giornalista professionista dal 1986. Collabora con il quotidiano Europa e con diverse riviste. E' autore di numerosi libri. Tra i più recenti Piccolo mondo vaticano. La vita quotidiana nella città del papa, Laterza,(edizione francese Le petit monde du Vatican. Dans les coulisses de la cité du Pape, Editions Tallandier), Storia di un uomo. Ritratto di Carlo Maria Martini, Ancora Libri (edizione francese L'histoire d'un homme, Saint Augustin), Oltre le mura del tempio. Cristiani tra obbedienza e profezia, con padre Bartolomeo Sorge, Paoline, Diario di un addio. La morte del cardinale Carlo Maria Martini, Ancora Libri, Il Vangelo secondo gli italiani. Fede, potere, sesso. Quello che diciamo di credere e quello che invece crediamo, con Francesco Anfossi, San Paolo, Milano nell'anima. Viaggio nella Chiesa ambrosiana, Laterza, Benedetto XVI. Il papato interrotto, Mondadori.

 

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La Chiesa di carta. I vaticanisti raccontano
di R. Lorenzoni e F. Tarsitani | 18 dicembre 2010
Edizioni Paoline

La recensione di Aldo Maria Valli.

"Ah, ma allora lavori in Vaticano!". A volte la gente reagisce così quando dico che faccio il vaticanista. Non so perché, ma è difficile far capire che ci si può occupare del Vaticano senza stare nel Vaticano. Altra reazione che mi lascia sempre perplesso è quando, presentandomi come cattolico praticante, mi viene detto: “Eh già, d’altra parte sei vaticanista!” (oppure, al contrario, presentandomi come vaticanista: “Eh già, d’altra parte sei cattolico praticante!”), come se un vaticanista non potesse essere ateo o agnostico, o buddhista, o zoroastriano.

Quanti equivoci attorno ai vaticanisti! Sarà forse per il nome, che odora allo stesso tempo di specializzazione spinta e di clericalismo? Non lo so. Sta di fatto che, ve l’assicuro, uno può fare il vaticanista anche se non è andato a scuola dai gesuiti. Possono farlo anche i non battezzati e quelli che si sono sposati in comune. La sala stampa vaticana, che è poi il covo dei vaticanisti, per ammetterti a farne parte non ti sottopone a esami di dottrina  e non ti chiede di recitare preghiere in latino. Basta la richiesta del direttore e un paio di foto. Certo, se non ti comporti bene puoi anche ritrovarti espulso, ma il cartellino rosso non viene tirato fuori per questioni di fede. Può scattare, invece, se racconti sul tuo giornale il contenuto di un discorso del papa prima che il papa stesso lo abbia pronunciato. Il che, in effetti, fede o non fede, non è un bel comportamento.

Per capire un po’ meglio chi sono i vaticanisti e che cosa fanno, ora le edizioni Paoline propongono La Chiesa di carta. I vaticanisti raccontano (176 pagine, 14 euro) di Rodolfo Lorenzoni e Ferdinando Tarsitani. Dalla A di Accattoli Luigi alla Z di Zavattaro Fabio, in rigoroso ordine alfabetico per non scontentare nessuno (anche se si occupano di religione sono pur sempre giornalisti, e quindi narcisi e scorbutici), trentadue penne si raccontano sotto l’incalzare dei due intervistatori e aprono squarci su un mondo strano, un po’ sospeso a metà fra terra e cielo.

I vaticanisti si assomigliano tutti e sono tutti diversi. Si assomigliano perché trascorrono la loro vita professionale sulle tracce di un signore vestito di bianco che ogni domenica si affaccia a una finestra di un elegante palazzo. Sono tutti diversi per formazione, età, origini. E anche perché, sebbene  il titolo del libro accenni alla carta, in realtà tra loro ci sono anche quelli che parlano attraverso il microfono e la telecamera, oppure nel magico mondo di internet.
Molti sono quelli che dicono di essere diventati vaticanisti per caso, come il tedesco Andreas Englisch, che fu arruolato come esperto di Santa Sede solo perché da bambino aveva fatto il chierichetto. In realtà, gratta gratta, scopri che tutti si sono avvicinati al ruolo perché affascinati dal mondo vaticano (ben prima che un certo Dan Brown ci romanzasse sopra) e attirati dalla prospettiva di poter salire, un giorno, sul cosiddetto “volo papale”, salvo poi scoprire, ottenuto l’agognato incarico, che viaggiare col papa è scomodissimo (tanto per dire, i discorsi del pontefice te li fanno ritirare all’alba e ci devi andare di persona) e che durante i viaggi non vedi granché al di fuori dell’albergo e della sala stampa.

Come tutti i giornalisti specializzati, anche i vaticanisti formano un branco e si comportano di conseguenza. Un vero e proprio capobranco non c’è, ma da un po’ di tempo gira voce che sia il suddetto Accattoli (prima a Repubblica, poi al Corriere della sera e adesso apprezzatissimo curatore di un blog, oltre che firma di Vino Nuovo). Lui nega, e sostiene che l’etichetta gliel’hanno appiccicata solo perché, per via del cognome, è sempre il primo della lista e perché ha una bella barba bianca da patriarca. In effetti, quello che tiene tutti in pugno non è né lui né nessun altro vaticanista, ma è il direttore della sala stampa della Santa sede. Per molti ani fu Joaquin Navarro-Valls, che firma la prefazione del libro, mentre ora è padre Federico Lombardi. Tanto l’hidalgo Navarro-Valls era carismatico e protagonista (come il suo superiore, Giovanni Paolo II), tanto il mite padre Lombardi è riservato. Però il direttore è il direttore, e tutti i vaticanisti pendono dalle sue labbra, lamentandosi regolarmente di ricevere poche informazioni.

Fra i vaticanisti ci sono anche preti giornalisti, o giornalisti preti, come Filippo Di Giacomo e Vito Magno. E ci sono anche giornalisti che furono preti. Ci sono anche giornalisti che avrebbero desiderato diventare preti? Non lo so, e comunque non ha importanza. Ciò che conta è saper fare bene il proprio mestiere, che nella fattispecie vuol dire raccontare in modo semplice, e senza banalizzare nulla, un mondo estremamente complesso. Per questo il vaticanista deve fare soprattutto una cosa: studiare.

Il vaticanista può essere anche donna (almeno sotto questo aspetto nessuno può accusare la Chiesa cattolica di essere retrograda) e in effetti le colleghe non mancano. Una di loro, la messicana Valentina Alazraki, una volta regalò un sombrero a Giovanni Paolo II e non nasconde che le piacerebbe ripetere la scena, un giorno, con un papa sudamericano.

Anche i vaticanisti invecchiano, e oggi si vedono molte facce nuove. È la nuova generazione, cresciuta a pane e informatica. Ne è passata di acqua nelle fontane di piazza San Pietro da quando, era il 1966, Paolo VI (figlio di un giornalista) istituì formalmente la sala stampa della Santa Sede con il compito di “promuovere quelle iniziative che rispondono alle esigenze dell’informazione moderna”. Fu anche quello un frutto del Concilio Vaticano II, avvenimento che per la prima volta catalizzò sulla Chiesa un’attenzione mediatica di tipo globale.

Giornalismo e Vaticano, si sa, non vanno sempre d’accordo. L’ideologia del segreto (come la chiama il vaticanista di lunghissimo corso Giancarlo Zizola, purtroppo non presente fra gli intervistati) spesso è ancora dominante nelle sacre stanze, e ovviamente i giornalisti non ne sono felici. È un problema antico. Pensate che nel 1962 il direttore dell’Osservatore romano della domenica Enrico Zuppi, dovendo scrivere un articolo sugli addobbi predisposti in piazza San Pietro per la festa del Corpus Domini e non riuscendo a ottenere nemmeno mezza notizia dalla segreteria di Stato, scrisse così: “I lavori di allestimento sono stati diretti dall’ingegner Arcano Mistero”. Anche i direttori del giornale del papa possono perdere la pazienza. E di ideologia del segreto potrebbe parlare a lungo un altro vaticanista della vecchia guardia, Gianfranco Svidercoshi (anche lui non intervistato nel libro), che per poter sapere qualcosa della prima seduta del Concilio (vietata alla stampa) si nascose nella basilica vaticana la notte precedente, col rischio di essere arrestato dalla gendarmeria.

Tempi eroici e lontani, ora che c’è il web e anche il Vaticano ha un ricchissimo sito internet. Tuttavia, farsi chiudere dentro qualche sacro palazzo per raccontarne i segreti non sarebbe una brutta idea, neanche oggi. Dopo tutto, vaticanista fa rima con cronista. Sempre che non ci si lasci ottenebrare dall’incenso.

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