Un Sinodo sui giovani o con i giovani?
di Giorgio Bernardelli | 07 ottobre 2016
Un Sinodo che voglia davvero interrogarsi sui giovani deve anche lasciarsi accompagnare da loro. E forse a Lambeth Palace c'è un'esperienza che potrebbe dirci qualcosa

Il più franco è stato l'arcivescovo di Brisbane, Mark Coleridge. Pochi minuti dopo che la sala stampa vaticana ieri ha diffuso la notizia, dall'Australia ha twittato: «Se il tema di un Sinodo richiedeva un nuovo ascolto per un nuovo linguaggio è certamente il caso di "I giovani, la fede e il discernimento vocazionale"». Aggiungendo subito dopo: «Visto il tema del Sinodo, speriamo che ci siano tanti giovani dentro e attorno al Sinodo - non solo là fuori, come avviene alle Giornate mondiali della gioventù, ma anche lì dentro».

Ha osato molto il Papa con la scelta - resa nota ieri - di porre al centro dell'Assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi fissata per il 2018 il tema dei giovani. E il precedente del Sinodo sulla famiglia - con il quale dichiaratamente il nuovo appuntamento vuole porsi in continuità - lascia ben sperare sull'intenzione di non fermarsi a qualche bella riflessione sulla generazione dei Millennials. Eppure il rischio di parlare sui giovani anziché coi giovani resta una tentazione tremendamente forte nella Chiesa oggi.

Già il modo in cui questo tema è stato presentato nel comunicato ufficiale qualche perplessità in me la desta. Si dice infatti che il Sinodo «intende accompagnare i giovani nel loro cammino esistenziale verso la maturità affinché, attraverso un processo di discernimento, possano scoprire il loro progetto di vita e realizzarlo con gioia, aprendosi all'incontro con Dio e con gli uomini e partecipando attivamente all'edificazione della Chiesa e della società». Sorvoliamo pure sull'ecclesialese stretto nel quale il concetto è espresso (anche se il linguaggio - come osserva giustamente mons. Coleridge - è già un'indicazione dello sguardo che abbiamo sui giovani). Ma qui il problema vero è un altro: interrogarsi come Chiesa sui giovani oggi vuole dire solo questo? Noi adulti dobbiamo solo chiederci come accompagnare i nostri figli, fratelli minori o nipoti? O non dobbiamo provare a chiederci anche come loro possono accompagnare noi come Chiesa aiutandoci a camminare in maniera un po' più spedita nel mondo di oggi? Perché è inutile girarci intorno: se non si mette in ascolto dei giovani la Chiesa in uscita è solo una bella immagine ad effetto. E sono i giovani la cartina di tornasole della nostra disponibilità reale ad andare oltre la logica del si è sempre fatto così.

Ecco allora la vera sfida di questo Sinodo: lasciare davvero spazio ai giovani nelle nostre comunità; fidarci di loro. Una sfida per affrontare la quale servirà anche un ulteriore sforzo di metodo; perché il questionario per la consultazione delle famiglie - che a qualcuno era sembrata già una rivoluzione nel precedente Sinodo - stavolta non basterà già più. Occorrerà pensare formule nuove, metodi e segni che siano davvero in dialogo con i giovani. Possibilmente anche con quei giovani che - a pelle - non sentono proprio alcun bisogno di essere accompagnati da noi.

Ci vuole fantasia per un Sinodo sui e coi giovani. E anche la capacità di guardarsi intorno. Per questo mi permetto di citare un esempio che a Roma abbiamo avuto sotto il naso proprio in questi giorni. Nei racconti dell'incontro tra il Papa e l'arcivescovo di Canterbury per i cinquant'anni del dialogo tra cattolici e anglicani come sempre abbiamo tenuto l'inquadratura stretta sui due leader. Così a molti è certamente sfuggito un particolare: insieme a Justin Welby l'altro giorno a San Gregorio al Celio c'era anche un gruppo di giovani. L'arcivescovo di Canterbury ha voluto infatti con sé le ragazze e i ragazzi della Comunità di Sant'Anselmo, un'esperienza in cui crede molto. Si tratta di quaranta giovani anglicani provenienti da tutto il mondo che trascorrono un anno a Lambeth Palace, la residenza del primate anglicano. Vivono lì per dodici mesi «un anno secondo il tempo di Dio», come lo definiscono loro; una sorta di anno sabbatico in cui compiono un cammino vocazionale ma nello stesso tempo si mettono al servizio della Chiesa. Un cammino esigente: il modello di riferimento per l'organizzazione sono le comunità monastiche e ciascuno dei partecipanti si impegna a seguire una Regola di vita, almeno durante quell'anno. C'è ovviamente un responsabile che li segue, ma anche Welby li conosce ad uno ad uno. E in tutti i momenti più importanti della vita della comunione anglicana l'arcivescovo di Canterbury chiama questo gruppo accanto a sé. Alla fine dell'anno - poi - ciascuno rientra nella propria comunità, portando nella sua esperienza quotidiana quanto vissuto a Lambeth Palace.

A me pare una bella intuizione e un modo concreto per mettere davvero i giovani al centro. La Chiesa oggi ha bisogno di vivere con i giovani, anziché limitarsi solo a convocarli. Ha bisogno di condividere sul serio la loro quotidianità per incontrarli davvero. Lo so che in molte parrocchie ci sono tanti preti ed educatori che già lo fanno, ma non sarebbe un segno importante ed esemplare per tutti anche una presenza del genere in Vaticano? Non sarebbe una scossa più potente di mille alchimie su riforme della Curia e organigrammi? Non sarebbe un modo realistico per uscire da una logica in cui ad avere responsabilità vere nella Chiesa è solo chi è over 50? E la stessa logica - fatte le giuste proporzioni - non potrebbe valere anche per le singole diocesi?

È una sfida impegnativa mettere a tema di un Sinodo i giovani. Ancora più impegnativa di un Sinodo sulla famiglia. Tanti giovani ci guarderanno con almeno un po' di curiosità. La cosa peggiore sarebbe fermarci a qualche bella parola di incoraggiamento, senza metterci in gioco davvero.

 

13/10/2016 23:29 Marco Ferri
Solite cose anche il dire che i giovani devono essere protagonisti. La cosa non funziona,
Già provato von i catechisti e poi sono successi disastri. Sono gli adulti che devono sve-
Gliarsi ed essere guide sicure per i giovani, come mi sembra sia l'esperienza diLambeth
Palace. Quanto ad uscire dagli spazi ecclesiali auguri, se in discoteca o allo stadio vi
Ascoltano auguri... Non mi farei troppe illusioni. Il giovanilismo e' un mania moderna del
l'occidente. I musulmani non hanno questi problemi. Noi abbiamo perso i giovani, perché
Abbiamo perso i padri e l'identità cristiana.



10/10/2016 13:46 Pietro
Ancora una volta la Parola è luce che da' luce...
Le pecore, quelle che hanno già i Profeti ed Altro ... nn abbisognano..
Quelle fuori dal recinto invece!
Ma non "accompagnate", bensì cercate, incontrate, ascoltate...
Ed IL probl da secoli diventa: NOI saremo credibili!? Quando ci pongono certe domande, abbiamo risposte? Convincenti, COERENTI con quello ch siamo oggi e siamo stati? Vedi CCC, ad ess😰



09/10/2016 20:56 gilberto borghi
Nella nostra diocesi ci abbiamo provato. Da più di sei mesi i 5 rappresentanti diocesani che erano stati al convegno di Firenze hanno deciso di mettersi in ascolto dei giovani, certamente partendo da quelli che avevano a più stretto contatto. Ma questi a loro volta hanno invitato, fin dal primo incontro, altri amici, non "di chiesa". 3 incontri, dando la parola a loro, dove gli adulti erano davvero ad ascoltare. Sono venute fuori cose che già in qualche modo si sanno, ma non riescono ad essere davvero prese sul serio dentro la gerarchia quando si parla dei giovani.
1) Chi lascia la Chiesa e chi ci ritorna lo fa se si sente amato o no da chi si dice di Chiesa.
2) C'è una netta frattura in loro, tra esperienza di Chiesa ed esperienza di Cristo.
3) Il bisogno di senso e di trascendenza è più vivo ora che 40 anni fa, ma viaggia per strade non intercettate dalla Chiesa.
Di fronte a queste cose è evidente che diventa essenziale il metodo con cui ci si approccia alla questione giovani - fede. L'effetto paradossale è stato infatti, che sia chi è fuori dalla Chiesa sia chi ne fa parte ha apprezzato moltissimo uno spazio libero di confronto in cui loro erano sul serio protagonisti.
Perciò Giorgio ha ragionissima!! Basta parlare sui giovani. Diamo loro la parola su questioni di fede, dento e fuori la Chiesa e proviamo ad ascoltarli. Ma ovviamente questo cozza in modo radicale con l'abitudine della gerarchia che corre proprio il rischio che Giorgio citava.



07/10/2016 09:55 PietriB
Raccogliere da dove? Dalle Parrocchie, naturalmente!
Da dove sono presi i giovani x raduni, GMG & so on? Dalle Parrocchie e Movimenti, semplice!
Per rappresentare istanze vere che ostano alle vocazioni bisogna uscire fuori, da FB fino ai blog e, perché no?, dalle strade. Altrimenti i resterà il solito parlarsi adfosdo dei vari vusti convegni. Già l'autoreferente "accompagnamo" lo significa ad abundantiam



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Giorgio Bernardelli

Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione e del sito mondoemissione.it, ha lavorato per dieci anni alle pagine di informazione religiosa di Avvenire, quotidiano con cui tuttora collabora oltre che con il portale internazionale di informazione religiosa VaticanInsider. Porta nel cuore Gerusalemme, città a cui ha dedicato diversi libri e che racconta nella rubrica La porta di Jaffa sul sito www.terrasanta.net.

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