Nella letteratura
Inutili come il servo o come Giovanni Drogo?
di Sergio Di Benedetto | 02 ottobre 2016
È evidente il contrasto tra i servi del Vangelo e il protagonista del Deserto dei tartari di Buzzati che in un'attesa vuota e irreale brucia le proprie ore

C'è una parola che urta il nostro orgoglio nel brano di Vangelo di questa domenica: è l'aggettivo «inutile». È un'affermazione forte, posta in chiusura, che sembra però illogica: come conciliare «abbiamo fatto quando dovevamo fare» (cioè abbiamo lavorato) con quel «siamo servi inutili»? Ci viene in soccorso il greco, per cui la corretta traduzione potrebbe essere «siamo servi poveri», «siamo solo servi», «siamo semplicemente servi». L'aggettivo greco reso con «inutile» invece richiama la povertà, l'umiltà. Abbiamo lavorato per il Regno, ma non accampiamo meriti: è la chiamata dei cristiani, perché il primo che si è fatto servo è proprio Gesù di Nazareth.

In effetti, se decidiamo di trascorrere la vita cercando in qualche modo di servire il Vangelo, è trovando così un senso al nostro tempo e alle nostre azioni, allora è difficile pensare che siamo «inutili». Credo che sia proprio qui la differenza tra un agire povero, ma in qualche modo utile, e, al contrario, un agire vano.

È l'esempio noto di Giovani Drogo, il protagonista de Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, che in un attesa priva di significato consuma i suoi giorni nella Fortezza Bastiani:

Il tempo intanto correva, il suo battito silenzioso scandisce sempre più precipitoso la vita, non ci si può fermare neanche un attimo, neppure per un'occhiata indietro. "Ferma, ferma!" si vorrebbe gridare, ma si capisce ch'è inutile. Tutto quanto fugge via, gli uomini, le stagioni, le nubi; e non serve aggrapparsi alle pietre, resistere in cima a qualche scoglio, le dita stanche si aprono, le braccia si afflosciano inerti, si è trascinati ancora nel fiume, che pare lento ma non si ferma mai.

È un bruciare la vita sperando nell'arrivo del Nemico, contro cui combattere e ottenere gloria, ma soprattutto rivendicare un senso a un'esistenza passata ad osservare, inutilmente:

Nella vita uniforme della Fortezza gli mancavano punti di riferimento e le ore gli sfuggivano di sotto prima che lui riuscisse a contarle. C'era poi la speranza segreta per cui Drogo sperperava la migliore parte della vita. Per alimentarla sacrificava leggermente mesi su mesi, e mai bastava.

È evidente il contrasto tra i servi del Vangelo, che pur nella loro povertà hanno un fine per cui lavorare, che è il Regno di Dio, e Drogo, che in un'attesa vuota e irreale brucia le proprie ore. Quando finalmente arrivano i nemici, per Drogo è troppo tardi: ha rinunciato all'amore, alla vita familiare, a un trasferimento, ha rinunciato a tutto per, infine, non farsi trovare pronto all'appuntamento con la vita: al momento decisivo egli è vecchio e malato. Il dialogo finale col superiore, che gli intima di lasciare la Fortezza per far posto ad altri, esprime tutta la futilità di una vita spesa così:

-Senti Simeoni- provò, cambiando tono. -Tu lo sai che qui alla Fortezza... si è rimasti tutti per la speranza... E' difficile dire, ma anche tu lo sai bene- (non riusciva proprio a spiegarsi: come far intendere certe cose a un uomo simile?) -se non fosse stato per questa possibilità...-

-Non capisco- disse Simeoni con evidente fastidio. (Diventava anche patetico Drogo? pensò. La malattia l'aveva così rammollito?)

-Ma sì che devi capir- insistette Giovanni. -È più di trent'anni che sono qui ad aspettare... ho lasciato andare molte occasioni. Trent'anni sono qualcosa, tutto per aspettare questi nemici. Non puoi pretendere adesso... Non puoi pretendere adesso che me ne vada, non puoi pretendere, ho un certo diritto di rimanere, mi pare...-

Giunge la consapevolezza finale, un bilancio che Drogo traccia, moribondo in una locanda, mentre affronta con dignità l'ultima (e l'unica vera) battaglia della sua vita, quella con la morte:

Povera cosa gli risultò allora quell'affannarsi sugli spazi della Fortezza, quel perlustrare la desolata pianura del nord, le sue pene per la carriera, quegli anni lunghi di attesa.

E noi, quale inutilità vogliamo avere? Inutili come il servo evangelico o come Giovanni Drogo?

 

04/10/2016 15:33 Sergio Di Benedetto Di Benedetto
Gentile Maria, mi permetto di dissentire dalla sua lettura. Non basta fare il proprio dovere per essere servi "inutili", perchè altrimenti, come diceva Olcuire proprio domenica, si arriva a idolatrare il servizio. Credo sia il senso e il fine per cui si opera che traccia il crinale tra un servo evangelico e un servo non evangelico. Il romanzo di Buzzati è il racconto di un'attesa priva di senso, un'attesa che consuma la vita, tanto che impedisce al protagonista di realizzare una vita di cui pure in qualche momento, sente il desiderio (l'amore). Tanto che è preferibile e quasi desiderata la morte assurda di Augustina. E se anelito alla verità può esserci nel volgere lo sguardo al confine, è altrettanto netto il senso di fallimento di Drogo che, ormai malato, è costretto, contro la sua volontà, a lasciare la fortezza. Il sorriso finale, poi, non è, mi pare, che un'estrema accettazione della morte, come parte di una vita, comunque sprecata. Il cristiano non attende a vuoto, ma attende una Persona che, per fede, tornerà un giorno, egià oggi, come ieri, è viva. Qui si innesta il servizio umile; è il Cristo che dà significato a un servizio e ad un'attesa che, in caso contrario, non possono che essere posti sotto il segno del fallimento.


03/10/2016 17:45 maria
Temo che l'autore di questo articolo non abbia capito che Giovanni Drogo E' il" servo inutile" del Vangelo.
ossia che la metafora di Buzzati come le metafore di Kafka nel Il castello sono metafore spirituali e dunque il "servo inutile" ( ma che fino alla fine ha tenuto fede al suo dovere e al suo impegno) Giovanni Drogo è ciascuno di noi.
chi perderà la propria vita ( agli occhi mondani come Giovanni drogo che sembra aver sprecato la propria vita) la guadagna e chi crede di aver successo invece la perde .
la fiaba di Buzzati è in pieno spirito evangelico



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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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