Nella letteratura
Tanti figli maggiori nel tempo del Padre Misericordioso
di Sergio Di Benedetto | 10 settembre 2016
Henri Nouwen ci ricorda che la conversione più difficile è quella di coloro che non sono andati via da casa, credendosi giusti, senza comprendere che il loro cuore non è più vicino al Padre

Le tre parabole che Luca ci offre in questa domenica sono l'icona del Giubileo della Misericordia: la pecora smarrita, la dracma, il figliol prodigo (o, meglio, il Padre misericordioso). In questi mesi sono fioriti libri e commenti a tema, convegni e mostre, spettacoli e missioni.

Oggi vorrei staccarmi dalla prassi che ho usato in queste settimane di accostare al Vangelo un brano di letteratura per andare a un libro di meditazione: L'abbraccio benedicente, di Henri J. M. Nouwen, dedicato alla parabola del figlio che lascia la casa del Padre. Si tratta di un testo molto noto, che immagino tanti conoscano e abbiano letto. Personalmente è un libro a me molto caro, a cui ritorno regolarmente, perché capace di donarmi ogni volta qualche sorso di acqua fresca, e insieme qualche salutare motivo di riflessione. Dopo la morte di Nouwen è stato edito anche Ritornare a casa. Ulteriori riflessioni sulla parabola del figlio prodigo, che raccoglie appunti inediti dell'autore, ma non è al livello del primo libro, al quale farò riferimento.

Siamo agli inizi degli anni '90 e Nouwen rilegge il brano evangelico alla luce del celebre quadro di Rembrandt Ritorno del Figliol Prodigo, oggi conservato all'Hermitage. Sarebbe lungo e fuori dalle mie competenze tentare un commento del quadro e della pagina di Vangelo; di questo si occupa l'autore, filtrando quadro e Parola con la propria vita. Nouwen era un sacerdote cattolico americano di origine olandese, molto stimato e ascoltato; teneva corsi di esercizi e lezioni universitarie, scriveva libri apprezzati. Eppure proprio questo "apparente successo" lo gettò in crisi come uomo, cristiano e prete. Dovette abbandonare tutto e vivere per qualche tempo in una comunità dell'Arca di Jean Vanier, dedicata all'accoglienza dei disabili, tra gli educatori che con dedizione e amore gratuito si occupavano dei loro ospiti. Il nocciolo della sua crisi, che è poi il perno del libro, è quello dell'amore gratuito del Padre: sentirsi amati (titolo di un altro suo libro) senza nessuna pretesa, sentirsi amati da un Padre che ama al di là di ogni nostro limite. Qui sta la sfida, per Nouwen e per ogni cristiano, una sfida radicale, perché consiste nel credere in un Dio che è un Padre che ama sempre:

«Benché abbia rivendicato la mia vera identità come figlio di Dio, vivo ancora come se il Dio al quale sto tornando chieda una spiegazione. Ancora penso al suo amore come a un amore che pone condizioni e penso a casa come a un luogo di cui non sono ancora del tutto sicuro».

L'autore si immedesima nei tre personaggi della parabola, riconoscendo che tutti e tre lo abitano. Egli è il figlio minore, il figlio maggiore, e anche il padre (o comunque quella è la meta).

Mi sembrano di attualità proprio le pagine sul figlio maggiore, colui che si crede giusto e rende quella giustizia uno strumento per escludere, giudicare e condannare, perché in fondo anche lui non vive nella libertà dei figli, ma è schiacciato dal peso della regola:

«La vita obbediente e ligia al dovere di cui sono orgoglioso o per la quale vengo elogiato si fa sentire qualche volta come un peso che grava sulle mie spalle, e continua a opprimermi anche quando l'ho accettato a tal punto da non voler scaricarmene».

La figura del fratello maggiore è davvero di attualità: di fronte a un Papa che apre la porta, nella Chiesa di oggi ad ogni angolo, fisico o virtuale, spuntano fratelli maggiori. Questa è una vera emergenza intra ecclesiale. Sono coloro che, con la massima della "verità come vera forma della carità" pesano e misurano tutto, soprattutto quello che ha compiuto il figlio ribelle. Covano risentimento, che scaricano sovente sul web o nel pettegolezzo, credendo di difendere il giusto onore della casa, una missione alla quale Dio li avrebbe chiamati. Infastiditi da un Padre che corre incontro al ribelle, non solo non fanno festa, ma si autocelebrano come difensori della vera fede, senza riconoscenza per quanto hanno ricevuto. Forse, una radice di invidia abita il loro cuore:

«Ho fatto tutte le cose giuste, attenendomi generalmente alle direttive date dalle molte "figure pastorali" della mia vita - insegnanti, direttori spirituali, vescovi e papi -, ma allo stesso tempo spesso mi sono chiesto perché non abbia avuto il coraggio di "andarmene" come ha fatto il figlio più giovane»

Non tollerano che il Padre possa amare in ugual modo i due fratelli, non vedono che il Padre è uscito incontro al figlio maggiore, come ha fatto con il figlio minore. Non sopportano un Dio che non fa paragoni.

Qui sta la conversione più difficile: è per coloro che non sono andati via da casa, credendosi giusti, senza comprendere che il loro cuore non è più vicino al Padre. Il figlio ribelle sa che ha sbagliato, mentre il figlio rimasto non ha la capacità di riconoscersi peccatore, non si percepisce alla stessa distanza dal Padre, che non è un padrone:

«Finché continuo a guardare Dio come a un padrone di casa, come a un padre che vuole ottenere da me il massimo al minor costo, non posso che diventare geloso, ed essere pieno di amarezza e risentimento verso i miei compagni di lavoro o i miei fratelli e sorelle. Ma se sono capace di guardare il mondo con gli occhi dell'amore di Dio e di scoprire che la sua visione non è quella di uno stereotipato padrone di casa o di un anonimo patriarca quanto piuttosto quella di un padre che tutto dona e perdona senza misurare il suo amore per i figli col metro della loro buona condotta, allora presto mi accorgerò che la mia vera risposta non può che essere una profonda gratitudine».

Infine, il Padre: è la vocazione di ogni cristiano imitare il Padre e diventare come lui:

«Poiché diventare come il Padre misericordioso è lo scopo ultimo della vita spirituale»

Siamo chiamati ad avere mani che accolgono, abbracciano, perdonano. In perdita:

«C'è un vuoto terribile in questa paternità spirituale. Niente potere, niente successo, nessuna popolarità, nessuna facile soddisfazione. Ma questo stesso terribile vuoto è anche il luogo della vera libertà».

Amare in perdita, per amare in libertà.

 

15/09/2016 12:34 Sergio Di Benedetto Di Benedetto
Ci voleva tutto il genio di Rembrandt per dipingere due mani diverse. Forse dovremmo riscoprire il materno di Dio.


14/09/2016 12:36 Francesca Vittoria
Infine, il Padre: è la vocazione di ogni cristiano imitare il Padre e diventare come lui:«Poiché diventare come il Padre misericordioso è lo scopo ultimo della vita spirituale» Siamo chiamati ad avere mani che accolgono, abbracciano, perdonano. In perdita:
E’ stato pronunciato da un Papa, dimostrato anche da un pittore il quale ha avuto la sensibilità di abbracciare il figlio con due mani di fattezza diversa, maschile una e femminile l’altra. Che Dio Padre è anche Madre. Proprio a questo intendo riferire il mio commento. Una madre, e ce ne sono per fortuna , delle quali neanche si parla perché vivono nell’oscurità mediatica , che sono l’emblema della “misericordia” !Quando accolgono un loro figlio , diventato vittima di una qualche debolezza che l’ha portato fuori strada, eppure lo accolgono con amore, si prodigano dimentiche di rimproveri ma prodighe di parole di incoraggiamento sperando che almeno questa loro medicina lo aiuti a rialzarsi! E lo fanno finchè hanno vita! O quelle madri che alla nascita di un loro figlio disabile già, lo accolgono con lo stesso amore, lo allevano, si prodigano per tutta la vita ed è il loro figlio più caro malgrado quanto costi loro di fatiche e ansie, un figlio da difendere sempre da una società che tende a offendere e emarginare, con un “non contano perché di peso, Ecco che in loro è il Dio misericordioso, quel Di Padre che in loro è anche Madre, quel Dio in cui hanno fede e che è il loro aiuto che ricevono la forza necessaria a non disperare mai, malgrado il presente difficile e il timore per il futuro del figlio, perché c’è ancora Lui nella vita dei più deboli …..secondo la Sua Parola
Francesca Vittoria



11/09/2016 10:51 PietroB
SE..
l'unica volta che scrisse lo fece sulla sabbia..LUI!
SE..
gli unici scritti che abbiamo sono dei suoi seguaci e NON suoi… di Lui!
SE..
questi scritti sono spesso in contraddizione, ed è lecito chiedersi fino a che punto ci rappresentino Lui!
SE..
partendo da questo siamo stati capaci di scrivere trilioni di libri, prolusioni, catechismi, lettere pastorali, ecc. ecc.
mi viene fatto di chiedermi. P E R C H E'??
COSA voleva veramente Lui da me?
e mi rispondo:
voleva semplicemente che io fossi LIBERO di amarLo con tutto me stesso.
Per favore, liberatemi da zavorre pesanti e dannose ed inutili.



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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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