La lezione di Charlie Hebdo
di Gabriele Cossovich | 06 settembre 2016
Dopo l'attentato abbiamo riempito le nostre bacheche di #jesuischarlie e ora, dopo le vignette sul terremoto, siamo qui a chiederci dove abbiamo sbagliato. Un po’ come i tifosi del Napoli dopo che il loro idolo Higuain è passato alla Juventus… C’è una lezione da imparare!

E alla fine è arrivato! È arrivato il giorno nel quale a scagliarsi sdegnati contro Charlie Hebdo non sono più gli altri. Siamo noi invece, di fronte all'intollerabile vignetta satirica sul terremoto in centro Italia. Il giorno in cui noi non siamo più Charlie e siamo come i tanti che, con più o meno visibilità mediatica, hanno in diverse occasioni fatto sentire la loro voce contro le offese di quelle vignette; siamo come i nostri fratelli musulmani quando condannavano la mancanza di rispetto nei confronti della loro religione; che non sono i terroristi, sono quelli che il giorno dopo l'attentato riempivano le bacheche dei social di #notinmyname.

Noi abbiamo scelto di riempirle di #jesuischarlie e ora siamo qui a chiederci dove abbiamo sbagliato. Un po' come i tifosi del Napoli dopo che il loro idolo Higuain è passato alla Juventus. L'esempio non è fatto a caso: credo infatti ci sia ci sia un'importante lezione da imparare da questo improvviso mutamento di considerazione nei confronti di Charlie Hebdo: dobbiamo smetterla di comportarci da tifosi in ogni situazione!

L'attentato di Parigi è stato qualcosa di indicibilmente terrificante da ogni punto di vista. In quel momento era doveroso esprimere nella maniera più forte possibile tutto lo sdegno, l'orrore e la condanna per un crimine di tale portata. Quello che non abbiamo capito è che lo si poteva fare senza prendere le parti delle vignette di Luz e compagni. Si poteva dire lo sgomento e la riprovazione senza giustificare quell'idea malata di libertà d'espressione portata avanti dalla testata satirica francese, una libertà fatta di provocazione, che non conosce alcun confine, che non si ferma davanti a nulla. Che prevarica ogni forma di rispetto.

Quello che non abbiamo capito è che là non c'erano "i nostri" per cui fare il tifo e "gli altri" a cui fare la guerra. C'erano solo dei criminali senza Dio da condannare (cristianamente da compatire) e delle vite spezzate innocenti da piangere.

Ma invece di essere quelle vite abbiamo preferito essere un'ideologia fatta di insulti e di ingiurie, col risultato di doverci ricredere non appena siamo stati noi ad essere presi di mira. Siamo caduti nell'equivoco di non accorgerci che Charlie Hebdo non è dalla parte di nessuno, non è dalla parte di nessuna cultura, di nessun valore, di nessun sistema di pensiero. Charlie Hebdo fa solo il suo gioco, e lo fa maledettamente bene: vende offese. È l'equivoco in cui, ad esempio, caddero non molto tempo fa quei grillini che inneggiavano a Maurizio Crozza, fino a quando non ha iniziato a far la satira di Grillo e Casaleggio: non avevano capito che un comico non fa campagna per nessuno, fa solo il suo mestiere: prende in giro i politici per far ridere.

Di fronte a questo giornale la domanda da porci è: ci piace il suo gioco o no? Perché se ci piace quando prende di mira Maometto non ci può dispiacere quando se la prende coi terremotati. Perché il gioco non è essere irriverenti verso qualcuno, il gioco è essere irriverenti. Perché il rispetto o è per tutti, o semplicemente non è rispetto.

Questa allora la lezione da imparare: saper distinguere tra indignazione e identificazione, tra solidarietà e tifoseria, anche quando la spinta emotiva vorrebbe annebbiarci la vista portandoci, in nome della contrapposizione, a fare nostre le bandiere più folli.

Questo vale quando si parla di politica, di Chiesa, di Europa, di giustizia, di sicurezza, di immigrati, di burkini... Quando si parla di calcio no! Lì si può, con rispetto per tutti, continuare a tifare!

 

 

12/09/2016 09:16 Maria Teresa Iacuzzo
Trovo riprovevole la vignetta di Charlie Hebdo.Però penso che drammaticamente il giornale satirico abbia voluto porre l'accento su un modo di amministrare la cosa pubblica superficiale e alla buona, quando non in malafede.Trovo che la vignetta pur nel suo linguaggio crudo e violento ci voglia ricordare che la vita umana non è uno slogan, un brand, una tradizione, un prodotto dop. Che sopra tutte queste cose, al di sopra del denaro, la vita va tutelata.Maria Teresa Iacuzzo


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Gabriele Cossovich

Nato a Milano nel 1985, sposato e papà, ho studiato Teologia presso la Facoltà teologica dell'Italia settentrionale. Lavoro come educatore e insegnante.

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