Dare un volto all'altro
di Elena Dini | 22 luglio 2016
La storia di Remaz alla scoperta della Shoah e oltre. Perché nonostante ogni orrore è la conoscenza ciò che ci permette di incontrarci davvero

Per la prima volta dopo dieci anni, l'International Council of Christians and Jews si è riunito negli Stati Uniti, più precisamente a Philadelphia, città che non molti mesi fa aveva ricevuto la visita di papa Francesco che nel campus dell'università gesuita di Saint Joseph, dove si è tenuto il convegno, aveva inaugurato insieme al rabbino Abraham Skorka la statua della Sinagoga e della Chiesa, raffigurate una accanto all'altra in relazione armoniosa, eretta per il 50° della dichiarazione Nostra Aetate. Proprio accanto a questa statua è cominciata la conferenza sul tema delle dinamiche del pluralismo religioso che ha visto alternarsi workshop e sessioni plenarie dal 10 al 13 luglio 2016.

«Probabilmente l'atrocità peggiore del XX secolo è stata l'esecuzione sistematica e la pulizia etnica degli ebrei ad opera della Germania nazista sotto il regime di Hitler». Una frase come questa in una conferenza che tratta di rapporti fra ebrei e cristiani non suona inattesa. A dirmela però è stata una giovane ragazza velata, Remaz Abdelgader. Nata in Sudan, è venuta insieme a tutta la famiglia negli Stati Uniti quando aveva sei anni. Ora studia analisi e risoluzione di conflitti a Washington alla George Mason University e nell'ultimo anno ha portato avanti una ricerca presso il museo dell'Olocausto di Washington. "Un professore mi propose di iscrivermi ad un suo corso nell'ambito del peacebuilding: ci incontravamo una volta a settimana in classe e il resto degli incontri erano al museo dell'Olocausto per fare ricerche negli archivi. Quando sono arrivata lì - racconta Remaz - ho digitato 'musulmano' nel database e sono uscite tante storie di musulmani che hanno salvato la vita ad ebrei durante quegli anni bui".

Iniziando la sua avventura interreligiosa attraverso lo studio e la ricerca, Remaz non ha tuttavia voluto fermarsi a quanto leggeva sui libri e si chiedeva come applicare oggi l'incontro e il dialogo. Ha scoperto l'esistenza di un'iniziativa a Washington che riuniva rabbini ed imam ed ha partecipato ad un evento organizzato da loro. In quell'occasione ha incontrato Allyson, una ragazza ebrea con la quale è rimasta in contatto. "Ci siamo sentite per incontrarci per un breve caffé. Le avevo proposto di farle un'intervista per la mia ricerca. La mezz'ora prevista si è trasformata in quattro ore di dialogo profondo e intenso. Mi sono sentita sopraffatta dalla bellezza della sua umanità".

Un giorno, ad un iftar interreligioso, Remaz incontra una famiglia di rifugiati siriani, arrivati da pochi giorni negli Stati Uniti. Parlando arabo, Remez è una delle poche a poter interagire con loro nell'unica lingua che conoscono. Tornando a casa, Remaz manda un messaggio ad Allyson per raccontarle tutto. "Allyson e sua madre di 74 anni erano state in Grecia per due settimane a lavorare con i rifugiati per cui sapevo che era molto sensibile a quest'argomento. Abbiamo fatto un po' di fundraising e siamo riuscite ad ottenere 1000 dollari. Abbiamo comprato giocattoli e libri per i bambini e altre cose che servivano alla famiglia. Poi Allyson ha suggerito di invitarli a casa sua per festeggiare l'Eid. Quella sera - conclude Remaz - a casa sua eravamo una cinquantina di persone e la famiglia siriana era così felice!"

Dopo aver ascoltato i racconti di Remaz che lasciano davvero una porta aperta verso la speranza, le chiedo quale sia stata la reazione della sua comunità musulmana alla sua ricerca. Il conflitto israelo-palestinese purtroppo non rende semplici i tentativi di incontro. Remaz mi sorride e dice: "Con questa ricerca spero di sensibilizzare la mia comunità e far vedere che ci sono stati musulmani che hanno salvato degli ebrei. Voglio far conoscere questa narrativa ad entrambe le parti e proporre di utilizzarla all'interno dei rapporti fra israeliani e palestinesi. Una storia come questa può rendere più umano il volto dell'altro".

Come Remaz, altri giovani sono quotidianamente impegnati nel campo del dialogo e, alla conclusione della conferenza dell'ICCJ, ho avuto modo di conoscerne alcuni durante il convegno organizzato dal ramo giovanile di questa istituzione, il Young Leadership Council. Dal 14 al 17 luglio, giovani leader ebrei, cristiani e musulmani si sono riuniti per discutere il tema dell'identità religiosa in una società plurale. Attività per approfondire le capacità e dinamiche interreligiose, workshops, visite alle comunità religiose locali ma, soprattutto, tempo condiviso per conoscersi meglio. Parafrasando Remaz: la speranza del dialogo nasce dalla conoscenza che ci permette di dare un volto all'altro.

 

 

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Elena Dini

Elena Dini ha conseguito un certificato in Studi Interreligiosi presso la Pontificia Università Angelicum a Roma e presso l'Hartford Seminary negli Stati Uniti. Lavora nel campo della comunicazione legata al mondo cattolico e ha partecipato a vari programmi internazionali di dialogo fra ebrei, cristiani e musulmani

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