Parrocchia, dove vai?
di Christian Albini | 06 giugno 2016
L'unica via possibile è la gestione dell'esistente rinunciando via via a quel che non è più sostenibile o si possono immaginare strade nuove?

Di recente, il papa è tornato a ribadire che trovare una parrocchia, e soprattutto una chiesa, chiusa è un fatto triste. Però, ci sono anche tanti preti che magari sono soli, anziani e responsabili di più comunità che dicono: «Non ce la facciamo».

Se alla chiesa manca il fiato, non ce la fa a uscire! Può sembrare una battuta, ma dietro c'è una riflessione che m'impegna da tempo e mi suscita preoccupazione.

Sono profondamente convinto che la direzione indicata da papa Francesco sia quella giusta: il movimento del Dio biblico e il movimento di Gesù è quello di "uscire", andare verso gli altri. Gesù era un maestro che "sconfinava", dice un credente dallo sguardo limpido come don Angelo Casati. Solo così i cristiani riescono a camminare insieme agli altri uomini e donne, anche lungo le loro strade più buie. Solo così possono mettersi in sintonia con ciò che abita la loro immaginazione e il loro cuore per "farli ardere".

Il punto è che in molti casi non sembrano esserci più le forze per compiere questo passaggio. Tempo fa, sul mio blog ha avuto molte letture il messaggio di un prete tedesco, brillante e apprezzato, che ha deciso di lasciare il ministero in parrocchia e ritirarsi in monastero dopo aver constatato che la comunità cristiana è vissuta come un'agenzia di servizi religiosi, senza che le persone intraprendano veri percorsi di fede e conversione. In questo periodo, l'arcidiocesi di Chicago sta procedendo a un'operazione di accorpamento e chiusura di parrocchie come avviene in tante chiese locali.

Ci sono poi i non pochi preti che vivono forme di fatica, disagio, frustrazione. Tra di loro, quelli che nella pastorale si misurano con la perdita di rilevanza del proprio ruolo e con l'indifferenza della gente, nonché con le proprie problematiche personali. Alcuni si rinserrano in uno spazio controllato e circoscritto facendo della parrocchia un piccolo feudo o fortino, un'isola chiusa che ha scarsi rapporti con il mondo esterno.

Tra coloro che svolgono il loro ministero con dedizione, autentico spirito di servizio, umiltà e attenzione alle persone secondo il Vangelo, c'è chi ha doti pastorali e sa creare comunità, anima parrocchie vivaci, calde, ma si misura altresì con un limite sempre più evidente. Quando si arriva al punto di fare un passo "in uscita", le energie e il tempo non bastano. Conosco parroci davvero validi che vorrebbero andare nelle case e nei luoghi della convivenza, intrecciare nuove relazioni con chi è "lontano" o "sulla soglia", hanno intuizione preziose, ma non riescono a concretizzarle perché la gestione delle attività tradizionali delle nostre parrocchie assorbe completamente loro e i laici che sono disposti a impegnarsi.

L'attuale tendenza ad aumentare le unità o comunità pastorali (o altre denominazioni) segue il più delle volte una logica di aggregazioni e sommatoria dettata dalla necessità di ovviare alla scarsità di preti, senza che ci sia una vera e propria progettualità sottostante.

Tutto ciò non fa che alimentare una logica per cui l'unica via possibile sembra essere quella della gestione dell'esistente rinunciando via via a quel che non è più sostenibile. Si mantengono le strutture andando avanti per "tagli" progressivi, come hanno già fatto tante famiglie e ordini religiosi. È un modo di pensare inevitabile, fino a quando si rimane, con qualche aggiustamento, dentro al modello di parrocchia che è stato ereditato dalla stagione post-tridentina e da una società sostanzialmente rurale il cui contesto socio-culturale era quello della cristianità. Queste parrocchie erano piccoli universi autosufficienti in cui la persona era accompagnata da riti, pratiche e devozioni dalla culla fino alla bara. Oggi, non è pensabile che sia così, perché le persone non aderiscono più spontaneamente a questa modalità pervasiva di vita cristiana e transitano in contesti molto diversificati.

Penso, allora - ne ho parlato anche di recente al CPD di Piacenza-Bobbio - a un territorio dove parrocchie diverse vivono una "pastorale integrata" per quel che riguarda le attività "ordinarie" di catechesi, liturgia e sacramenti. Non "tutti che fanno tutto" ciascuno per conto suo, ma ognuno posta il suo pezzo in una comunione di comunità dove si ragione e ci si percepisce "insieme". Ma penso anche a forme nuove, diverse di comunità cristiana, come del resto l'esortazione Evangelii gaudium invita a immaginare e sperimentare. Le persone hanno bisogno di una proposta di fede e di vita che "parli" a loro, alla loro situazione esistenziale, soprattutto quando vivono condizioni e momenti particolari.

Intendo prospettare, in una diocesi o in parte di essa, delle comunità extra-territoriali in cui ci si dedica ad accogliere, incontrare, ascoltare, accompagnare persone le quali vivono condizioni che non sono interpellate dalle parrocchie così come le conosciamo abitualmente e che non avrebbero la possibilità di dedicare loro attenzioni particolari. Sarebbero, insomma, degli spazi di "primo annuncio". Per analogia, il modello potrebbero essere le cappellanie per gli stranieri nelle grandi città. Poi, in ogni contesto locale bisognerebbe legger i segni dei tempi per individuare le persone a cui si dovrebbe indirizzare uno sguardo privilegiato (giovani, coppie, disoccupati, malati, anziani soli...). Questa non è una soluzione, ma un'ipotesi da studiare. Però, corrisponderebbe a una chiesa che entra nei cammini delle donne e degli uomini di oggi e li condivide, come ha fatto lo stesso Gesù con i discepoli di Emmaus.

 

 

13/06/2016 18:58 Mariarosaria Maione
Condivido l'analisi fatta ,ma mi permetto di evidenziare che ,al di là delle difficoltà oggettive che si presentano per la carenza di vocazioni e di preti ,una comunità che abbraccia solo ,come nel mio caso,due parrocchie avverte ,fisicamente e di conseguenza spiritualmente la presenza del parroco ,tranne per solenni celebrazioni come la Prima Comunione o la Cresima .Accade ,talvolta ,sentire persone o addirittura bambini che ,con l'avvicendarsi di sacerdoti che celebrano la Messa ,chiedono chi sia il parroco .Noi ,che apparteniamo ad una parrocchia che non ha la fortuna di avere ,neanche un coadiutore ,siamo riconoscenti di avere la Messa quotidiana garantita grazie ad un anziano sacerdote (86 anni ),in condizioni fisiche precarie e proveniente da una città non ,di certo, vicina.Nella Comunità sono celebrate due sole Messe una alle ore 8 ,celebrata dal parroco nella parrocchia dove ha sede stabile ed una alle 9 nella sede "periferica ".La domenica sono garantite varie Messe ,grazie al soccorso di due altri sacerdoti .Sono ,così ,gravosi i problemi di un parroco di una comunità pastorale da non permettergli di uscire dalla sua sede ,se teniamo conto che tutto mi sembra sotto il controllo di laici tuttofare ,ognuno con incarichi specifici a tal punto che ,se dovessero mancare per un qualche problema ,non c'è altri che possano sostituirli ,come già accaduto .Chiedo scusa ,per la mia divagazione e lungaggine ,ma è una triste realtà che non si può giustificare del tutto ,specie se si è avuto modo di fare esperienze in altri luoghi dove un parroco celebra ,anche più di due Messe ed è presente ,pur non avendo il dono dell'ubiquità !


11/06/2016 14:14 PietroB
Bisognerà che qualcuno lo informi 🤔


11/06/2016 12:09 Ale.
Pietro, cosa c'entrano qui i farisei?
Chi "parlava male" dei farisei era già Gesù.
Se la critica biblica li ha rivalutati, come affermi, dillo a Papa Francesco, che non perde occasione di "parlarne male" pure lui...



11/06/2016 08:41 PietroB
X don Carlo
Sono almeno 30 anni che sento il lamento di Parroci che nn arrivano a tutto.. Oggi poi che la Parrocchia è diventata "unità.." peggio ancora: da ex manager so che quando si è responsabili in prima persona di troppo, che nn si riesce a seguire..--> = responsabile di NIENTE.
Basta saper leggere quanto siamo presenti nel sociale: abbandonato tutto! Quindi meglio finirla con la responsabilità, magari con strutture matriciali e passare a "Preti pecorai", al servizio di GC e di TUTTI gli uomini.
Ma mi pare che il profilo cui punta il Seminario non sia questo..😭
Chi si ricorda di quanti anni fa si parlava di fare missione QUI?
E poi nn si capisce l'urgenza del cambiamento e ci si riduce a parlar male dei farisei ( che la critica biblica ha rivalutato, tra l'altro😅)



10/06/2016 15:52 Michele Gallamini
Quando Christian nasceva eravamo fidanzati, ma è da allora che pensiamo al senso ecclesiale del Matrimonio cristiano. Più recentemente, ormai nonni, pensiamo alla bellezza del "date voi stessi loro da mangiare" che prelude alla moltiplicazione dei pani.
Apriamo le nostre case, le nostre famiglie all'accoglienza dell'altro, che mangi del nostro - e non, come per una malcompresa "praticità", continuiamo a seguire la via dell'"ognuno porta qualcosa", per vederci in terreno "neutro", sia pure lo spazio parrocchiale! Siate benvenuti in casa nostra, per mangiare del "nostro".
E' prima di tutto nelle nostre case che soffia lo Spirito che ci doniamo nel Matrimonio.
La Parrocchia, anch'essa dono del Signore, è la nostra terra di missione primaria, è qui che dobbiamo essere ministri della accoglienza e della tenerezza del Signore.



09/06/2016 12:31 Massimo Buffa
Bella riflessione, offre buoni spunti su cui meditare.
Don Carlo poi mi sembra evidenzi un problema che va risolto: alleggerire i preti (parroci) di tutte quelle incombenze che nulla (o molto poco) hanno a che fare con l'attività pastorale, quali la gestione amministrativa, l'organizzazione, etc. Cosa ci vuole a decidere di affidare queste cose ai laici preparati e (perché no?) stipendiati. Avrebbero più tempo per svolgere ciò per cui hanno deciso di farsi preti, magari ne migliorerebbe la gestione, anche. Inoltre, quante altre attività sono affidate a preti chiusi in uffici? Possibile che non si possano affidare queste cose a laici?



07/06/2016 15:36 lia
Una interessante analisi della realtà delle parrocchie. Credo ci sia un nodo da sciogliere tra i luoghi di studio e pianificazione (facolttà teologiche, diocesi) e concretezza. Una soluzione:obbligare le solite menti pensanti ad uscire nella parrocchia non per fare la messa domenicale ma a turno gestire una parrocchia dopo 3 anni di attività accademica.Troppo comodo rinchiudersi nella biblioteca e pianificare i danni che sono costretti a vivere il povero parroco e la comunità. Quanto "personale " mal utilizzato! per non dire "imboscato"!


06/06/2016 23:19 Sara

" Al di là delle problematiche specifiche della comunità cristiana, credo che dovremmo riconoscere che la comunità umana, prima che quella cristiana, non esiste più, se intesa come condivisione di bisogni e valori comuni a cui si cerca di dare corpo come "insieme" di persone e non solo come singoli."
Infatti il problema più grosso è questo, dalla crisi in poi mi sembra si sia così accentuato questo aspetto.
Non solo nella religione ma in generale, anche nella politica, nello sport,nelle amicizie..




06/06/2016 16:04 don Carlo Rossini
Condivido l'articolo e la discussione che ne è scaturita. Da prete quarantenne sento il gusto di poter contribuire a costruire una parrocchia che sento "mia" (anche se sono solo "vicario di comunità pastorale"), una certa predispossizione pratica non mi fa pesare più di qual tanto, per ora, certe incombenze tecniche ma riconosco che sarà decisivo il ruolo dei laici che però devono avere anzitutto una formazione spirituale e pratica adatta alle responsabilità ricoperte, e poi devono vedere riconosciute, anche a livello economico, le proprie competenze nell'ottica di quel "sostentamento" attuato da anni per i sacerdoti. Così noi preti guadagneremmo in salute e in tempo da poter spendere in relazioni che, attuate in qualsiasi modo, non potranno che essere veramente "pastorali". Il problema della gestione pratica delle strutture parrocchiali è importante perché il Parroco è il responsabile ultimo di tutto ciò che accade in Parrocchia, daal punto di vista pastorale ma anche civile, fisscale e penale. Questo identikit del Parroco di oggi deriva direttamente dalla visione pastorale tridentina, e ha generato sia grandi esempi di santità ma anche grandi disastri! In una società come la nostra, in cui uno solo non può neanche pretendere di essere esperto di tutto ciò che richiede una Parrocchia (penso alle nostre parrocchie milanesi, dove c'è di tutto!), questa delega reale delle responsabilità mi sembra inevitabile. Noi preti siamo "fatti" per proporre Cristo secondo la multiforme fantasia che lo Spirito ispira a ciascuno, ma spesso ci troviamo a vendere caramelle o a risolvere i problemi delle salamelle... e così nascono i pasticci!


06/06/2016 12:40 PietroB
Gil! Non è UN prete, UN caso che può risolvere...
Mancano i laici nella tua analisi.
Poi non sottovalutare Cristo: senza Lui dentro fai socialità, non umanità. Imo.



06/06/2016 11:39 glberto borghi
1) Al di là delle problematiche specifiche della comunità cristiana, credo che dovremmo riconoscere che la comunità umana, prima che quella cristiana, non esiste più, se intesa come condivisione di bisogni e valori comuni a cui si cerca di dare corpo come "insieme" di persone e non solo come singoli. Questa è la questione centrale del modo di viviere psotmoderno. Siccome le comunità cristiane non vivono sulla luna, è evidente che anch'esse soffrono lo stesso problema. Per invertire la rotta allora non basta occuparsi delle cose "cristiane". La morte che vedo spesso nelle comunità nostre è una morte per mancanza di attenzione comunitaria "all'umano".
2) Ribadisco che comunità in uscita, nel significato che Francesco sta da tempo indicando, non significa per prima cosa uscire per portare Cristo. Primariamente significa uscire per ritrovare la vita reale" delle persone e imparare da loro come lo Spirito Santo operi già ora in loro. Si tratta di andare a recuperare spessore umano, al cui interno lo Spirito è già presente. Si esce per ritrovare la dimensione umana che abbiamo perso.
3) Se questa operazione viene compiuta con atteggiamento di fede sarà sempliccismmo poi dare il nome di Cristo a ciò che le persone già vivono come senso della vita e desiderio di bene. E partendo da li aiutarene lo sviluppo.
4) Conclusione: i preti che hanno "birra" la smettano di preoccuparsi dell'ordinario e dedichino tempo ed energie a ritrovare relazioni umane con le persone a cui sono inviati. Sono testimone di un diacono permanente invitao nella mia diocesi a gestire 4 parrocchie di zona tradizionalmente molto comunista. Al suo arrivo su un totale di circa 5000 persone, faceva si e no un battesimo all'anno. Catechismo con 6 bambini. Messa con dieci persone. Dopo pochi mesi ha deciso che il suo tempo andava speso per ricuperare le relazioni umane con le perosne, anche senza preoccuparsi apertamente di Cristo. Scopre così un mondo di generosità e dolore in cui "vede" lo spirito all'opera. E sintonizzandosi su quella opera, aiuta sul piano umano e del sostegno personale le persone, che lo riconoscono lentamente come uomo "affidabile". Oggi, dopo 8 anni, non nasce un bambino che non sia battezzato, può entrare nele case di ognuno e a catechismo ha ritrovato quasi 200 bambini e a messa la Chiesa piena. Ora, e solo ora, sensatamente, si sta ponendo il problema di come fare catechismo diversamente, di come fare la liturgia diversamente. E la scelta verso cui si è indirizzato è stata quella di lasciare spazio alle forme e ai desideri delle persone che hanno ripreso a fequentare la Chiesa, ricostruire insieme a loro forme specificamente cristiane che traducano bene quell'umano che è stato recuperato dentro la comunità.



06/06/2016 09:25 PietroB
Commento a caldo ( spero di nn essere il solo xchè il tema è VITALE!)
1) Martini ha puntato subito sulla formazione : mandare in uscita persone senza Cristo e la Parola dentro sarebbe tempo perso.
Tu sei così bravo xchè hai una fortissima radice biblica.
2) imo ci sono molti fratelli OK.. Ah, sia chiaro che da qs pdv nn faccio distinzioni tra laici e preti: dovremmo abbandonare qs categorie in terra di Missione.
3) Queste Persone dovrebbero INSIEME decidere cosa fare nel loro hic et nunc: sempre in contatto con Dio ( ie pregare) e lo Spirito ( discernere).
4) e della Parrocchia cosa ce ne facciamo? Buona la tua proposta : da territoriale a funzionale . Difficile x parrocchie piccole o decentrate.
Preferisco vedere la singola parrocchia come luogo in cui si incrociano e sono rappresentate TUTTE le iniziative che aggregano cristiani nel territorio allargato: forse non dovremmo più chiamarle parrocchie ma Chiesa o incontro...
L 'ultimo venuto che arriva dovrebbe trovare info su tutti gli incontri del circondario.. Ricordo quando volli conoscere RNS: se non era x un caro amico dei Foco... Semplicemente assurdo! Ad es : perchè alla tua scuola biblica di Crema nn si segnalano gli incontri di Treviglio. ? ( e viceversa!)
Un fratello cerca un consiglio sulle scuole in zona? Ecco il tf ed email del riferimento in zona...
Uno cerca un riferimento semplicemente x sentirsi meno solo ? Idem
Finiamola di correre dietro all'ideale di famiglia conjugale e prendiamo coscienza della famiglia che davvero siamo, in cammino verso Lui...



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Christian Albini

Christian Albini (Crema, 1973) marito, padre, insegnante, teologo. Partecipa alla vita cristiana della sua comunità parrocchiale e della sua diocesi, dove è coordinatore del Centro Diocesano di Spiritualità. È autore di libri, articoli e del blog Sperare per tutti. È socio fondatore dell’associazione Viandanti. Su twitter @Sperarepertutti

 

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