Nell'arte
Il figlio unico ridato a sua madre
di Gian Carlo Olcuire | 04 giugno 2016
Senza mostrare raggi di luce rosa e azzurra, Gesù fa vedere in quanti modi si possa coniugare la misericordia: restituendo il giovane a sua madre, rimette al mondo entrambi

Naim

L'UNICO FIGLIO DELLA VEDOVA DI NAIN (particolare)

(affresco della prima metà del XIV secolo, Monastero di Visoki Dečani, in Kosovo)

 

«Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: "Non piangere"». (Lc 7,11-17)

 

Sì, va ricordata l'unicità di questo figlio, se si vuole avere - come Gesù -«grande compassione» per la madre, già rimasta senza marito. La fretta della rimozione fa scordare - persino nel titoletto redazionale del Vangelo - un aggettivo importante per capire la disperazione della donna.

Sarà la stessa ragione che non fa dare un nome a chi perde un figlio: un qualcosa di talmente innaturale e inconcepibile che non deve proprio esistere. E quindi non viene fatto entrare nel linguaggio (che però, ai fini della tutela delle vittime, ha coniato i termini vedovo/a e orfano/a per chi ha perso il coniuge e chi - in giovane età - ha perso un genitore).

Anche Gesù potrebbe non vedere, non sentire, non parlare. E tirare dritto, quando incrocia un corteo funebre in uscita dalle porte della città. Invece si ferma, guarda con attenzione e dà ascolto, lasciandosi sciogliere dal pianto straziante della donna. Soffre visceralmente, Gesù, come una mamma nel dare la vita (e questo giovane - assieme alla figlia dodicenne di Giairo e all'amico Lazzaro - è una delle tre persone che lui riporta in vita).

Colpisce, del Signore, il tono forte, per scuotere, con cui dice alla madre di non piangere e al figlio di alzarsi. Un invito a rimettersi in piedi, da estendere a tutti quanti sono nel pianto. Che saranno beati dopo aver ripreso il cammino.

Insomma, senza mostrare raggi di luce rosa e azzurra, Gesù fa vedere - in varie situazioni - in quanti modi si possa coniugare la misericordia: restituendo il giovane a sua madre, Gesù rimette al mondo entrambi, dandoci una dritta per capire qual è il verbo di questa domenica. E ci aiuta a dire, ai genitori che hanno perso un figlio, «Fidiamoci di Dio».

Nell'affresco merita uno sguardo prolungato la gente di Nain, certa del fatto che «Dio ha visitato il suo popolo»: la loro fede rafforza anche la nostra, in Colui che «eliminerà la morte per sempre» e «asciugherà le lacrime su ogni volto» (Is 25,8 e Ap 21,4).

 

 

10/06/2016 00:15 Francesca Vittoria
Una madre soffre per la perdita di un figlio. Quante madri oggi soffrono di perdere i propri figli e non soltanto per incidenti stradali, malattie ma ancor peggio per le cattive strade che hanno scelto. Cristo ha sofferto allora con la madre e pietoso ha restituito al figlio la vita, Questo a prova dell’amore, la vicinanza di Dio all’uomo, la compartecipazione alle umane sofferenze. Ma vuole anche essere un messaggio di speranza per quelli che piangono per aver perso un figlio sapendo che comunque la persona vive ancora, e questo vincolo di amore non si spezza , il Dio nel quale confidiamo è il Dio della vita e questo è molto consolante per chiunque perda una persona cara, la si porta nel cuore ed è bello pensare alle persone care non morte ma vive anche se non le vediamo.
Francesca Vittoria



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Gian Carlo Olcuire

Gian Carlo Olcuire è un grafico. Che si sente realizzato quando riesce a far guardare le parole come se fossero immagini e a far leggere le immagini come se fossero parole. Lavora soprattutto per il mondo cattolico ed è appassionato di linguaggi, soprattutto dell'uso (o abuso, disuso, riuso) che se ne fa nel mondo cattolico.

 

 

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