Nell'arte
La matematica dei pani
di Gian Carlo Olcuire | 29 maggio 2016
Tocca sottrarre prima di dividere, togliere qualcosa a se stessi e metterlo in conto. Se lo si fa in tanti, c'è una prova del nove che dice se siamo o no nel giusto: la divisione non viene mai precisa, ha sempre il resto

pani

 

LA CONDIVISIONE DEI PANI E DEI PESCI (particolare)

(Raffaellino del Garbo, 1503, Firenze, convento di S. Maria Maddalena de' Pazzi)

 

«I Dodici gli si avvicinarono dicendo: "Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo...". Gesù disse loro: "Voi stessi date loro da mangiare"» (Lc 9,11b-17)

 

È raro vedere, in un'opera su questo miracolo, chi ha fornito i pani e i pesci. Tante Moltiplicazioni lo saltano: per esaltare la potenza di Gesù, preferiscono soffermarsi sulla gran quantità di gente sfamata, circa cinquemila uomini («senza contare le donne e i bambini», precisa Matteo).

Guarda caso, chi dà una mano a Gesù è proprio uno di quelli che non venivano contati (perché non contavano). Paradossale, in un racconto pieno di cifre e di conti: oltre a essere informati su quanti erano i presenti, sappiamo quanto avevano gli apostoli nella cassa comune, da quante persone sedute erano formati i gruppi, quanti canestri sono stati colmati di avanzi... E, ovviamente, quanto aveva con sé il ragazzo.

Stimolato da tanta matematica, l'affresco sceglie di mettere in evidenza quest'ultimo dato, facendo quasi sorridere per lo strano modo di sovrapporre i cinque pani d'orzo. Chi è volgare dirà che Gesù pare un prestigiatore prima del numero («Lo vedete, no, che sono cinque? Ora attenti a quanti ne farò apparire...»). E talvolta noi pure rischiamo di mostrare il miracolo come una magia. Invece Gesù ostenta i pani per insegnarci la condivisione: un'operazione diversa dalla moltiplicazione, perché tiene conto di ciò che viene messo a disposizione.

Andiamo, allora, a rileggere la storia (riportata in ognuno dei quattro Vangeli), dal momento in cui Gesù provoca i suoi: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» (Gv 6). La sua volontà di offrire la cena è evidente, ben prima dell'entrata in scena del ragazzo. E i dodici mostrano l'impaccio di chi è richiesto di un gesto di generosità: si mettono a fare calcoli. Per dire, in ultima analisi, che non vengono, che il quoziente è troppo piccolo, dunque che «la cosa non si può fare». Meglio tendere a zero, non regalare niente e non avere fastidi. Meglio lasciar perdere, lasciare che ognuno si arrangi.

Non capiscono, gli apostoli, che per condividere serve che uno cominci, dicendo «Io ci metto questo». Anche se è poco, è qualcosa: non è zero. Poi Dio t'aiuta: «Quando ci sembra che Dio non faccia niente, cerchiamo qualcosa da offrirgli e da condividere. Qualche briciola ce l'abbiamo di sicuro», ha scritto don Tonino Lasconi.

Anziché contare le cose, Gesù conta sulle persone, vuole che si coinvolgano. E la sua richiesta a Filippo è, in altre parole, «Che cosa possiamo fare noi?»: domanda-chiave di chi vuole condividere e non semplicemente dividere.

C'è una vignetta di Beppe Beppetti, dove un nababbo - tenendo ben stretti i propri averi - commenta il gesto di Gesù: «Il vero miracolo non è la moltiplicazione. Ma la divisione con altri. Non capisco come abbia fatto!». Il nodo è appunto questo, il "dividere con": era il problema (irrisolto) anche del giovane ricco, che osservava i comandamenti e si bloccava sul dono.

Già: tocca sottrarre prima di dividere, togliere qualcosa a se stessi e metterlo in conto. Se lo si fa in tanti, c'è una prova del nove che dice se siamo o no nel giusto: la divisione non viene mai precisa, ha sempre il resto (come i dodici canestri di avanzi).

Ciò a dire che non si può dare col misurino: Gesù ci insegna a eccedere nel dono, che poi è anche l'unico modo per capire il perdono. Perché «c'è sovrabbondanza nel perdono. È sempre qualcosa a cui non si è tenuti» (Paul Ricoeur). Il passaggio successivo del condividere è regalare se stessi: come ha fatto lui, con il suo corpo e il suo sangue.

 

30/05/2016 18:26 PietroB
G.C. Mi perdonerà se aggiungo al suo il commento di C.Albini:
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Gesù non ha scritto trattati sull'eucaristia. ( ndr: ma neanche CCC...🤔)
Il suo magistero è sempre stata l'unità della sua persona, del suo modo di abitare il mondo e di entrare in relazione. Nei discorsi religiosi si chiama spesso in causa la verità. Ma quale? Come ogni parola, è un contenitore che ciascuno può riempire in modo diverso. Non bisognerebbe dimenticare, allora, che quella manifestata da Gesù è una "verità in atto".

Ieri, solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, è stato letto uno dei testi della cosiddetta "moltiplicazione dei pani e dei pesci" (Lc 9,11b-17), anche se sarebbe più corretto parlare di "distribuzione" o di "condivisione". Mai il testo parla di moltiplicazione, infatti!

E' interessante notare come questo racconto sia stato costantemente letto in chiave liturgica nel corso dei secoli. Eppure, è un racconto che fa riferimento a un fatto molto concreto (la fame di una folla) e non a un atto di culto. Inoltre, esso è narrato per ben sei volte nei vangeli (due in Marco e in Matteo, una in Luca e in Giovanni), per cui risulta in ultima analisi addirittura più frequente dell'istituzione eucaristica nel Nuovo Testamento (quest'ultima è in Marco, Matteo, Luca e nella 1 Corinzi).

Non si può perciò prescindere da questo testo per comprendere l'eucaristia, a conferma di quanto dicevo anche sabato scorso al Consiglio Pastorale Diocesano di Piacenza-Bobbio, a cui ho tenuto una relazione: c'è una continuità profonda tra vita, Parola e liturgia.

Notiamo che i primi destinatari del pane non sono i Dodici. E' questa folla, persone di ogni età, identità e condizione. Luca ci fa notare che tutti costoro avevano seguito Gesù e lui li accolse (cfr. 9,10), usando proprio un verbo greco di ospitalità.

La capacità di accoglienza senza giudizio è fondamentale nel dare identità alla chiesa. Se qualcuno cerca Gesù, viene accolto senza filtri e senza dogane. La sua è un'accoglienza che si prende cura, che vede il loro bisogno. Di qui l'invito agli apostoli: «Voi stessi date loro da mangiare» (9,13). Essi non sono designati come "possessori" del pane, ma sono mandati a darlo alle persone per il loro nutrimento.

Necessità che sono molto umane e appartengono alla sfera della corporeità ci dicono il senso e la destinazione del sacramento. Una vera liturgia non può essere scissa da un'effettiva prassi di condivisione. Ed è una condivisione per tutti, per la fame di tutti, senza discriminare tra giusti e peccatori. Il pane è per chi sente bisogno di nutrimento e si tratta di persone che hanno cercato Gesù, hanno ascoltato la sua parola, sono andati a lui con le sue sofferenze. E lui non li ha lasciati a se stessi.



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Gian Carlo Olcuire

Gian Carlo Olcuire è un grafico. Che si sente realizzato quando riesce a far guardare le parole come se fossero immagini e a far leggere le immagini come se fossero parole. Lavora soprattutto per il mondo cattolico ed è appassionato di linguaggi, soprattutto dell'uso (o abuso, disuso, riuso) che se ne fa nel mondo cattolico.

 

 

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