Nella letteratura
Il corpo di Cristo, don Milani e la piccolezza umana
di Sergio Di Benedetto | 28 maggio 2016
Eraldo Affinati racconta il priore di Barbiana come «L'uomo del futuro». Una vita spezzata e donata, come l'Eucaristia che in queste ore passa lungo le nostre strade

È universalmente nota la conclusione della lettera-testamento che don Milani scrisse a due suoi ragazzi:

«Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto. Un abbraccio, vostro Lorenzo».

Un prete, un maestro, che dichiara in punto di morte di aver voluto più bene alle creature che al Creatore. Oppure, forse, d'aver amato il Creatore dentro le creature.

Oggi in molte comunità si celebra il Corpus Domini: un pane e un vino che si fanno compagnia divina del nostro cammino. Supremo regalo, nel momento in cui tutto della vita di Gesù di Nazareth si compie.

C'è però un sacramento ugualmente importante, che egli raccomanda e che Matteo ci trasmette: «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». Stabilisce così la sua dimora in ciò che è piccolo, semplice, povero.

Ad una Eucarestia che ogni giorno rende presente il Signore sull'altare, ne corrisponde un'altra che lo rende presente sulle strade.

È questo che annoda nella mia mente la solennità di oggi con la figura di don Milani, con cui si confronta Eraldo Affinati in un libro recente: L'uomo del futuro. Un libro che merita di essere letto e che ci ricorda quanto il sacerdote che consacra pane e vino sia anche colui che è chiamato a riconoscere il Cristo nei fratelli, amandoli fino alla fine (e con lui ogni cristiano).

Affinati ha il merito di restituirci un don Milani vero, reale, scevro da interpretazioni interessate che nel corso degli anni si sono sovrapposte alla sua figura. Un don Milani duro, prima con se stesso che con gli altri, un insegnante esigente, che l'autore, professore anch'egli, segue nelle tappe della sua esistenza, per carpirne il segreto, o forse solo l'essenza. E così percorre i luoghi fisici della vita del priore.

Non è facile parlare di don Milani anche nel 2016, a quasi 50 anni dalla sua morte:

«La sua esistenza assomiglia a un materiale incandescente. Così abbiamo lasciato che a parlare di lui siano i politici, gli eruditi, i polemisti, chi non lo conosce, chi lo fraintende o, peggio ancora, chi lo beatifica: gli incensatori. D'altro canto le mezze misure sembrano non funzionare con don Lorenzo: o lo attacchi, o lo difendi, o lo insulti, o lo innalzi sull'altare».

Il libro di Affinati ha il merito di rendere attuale la lezione, o meglio la vita, del priore di Barbiana: ad ogni capitolo biografico sul sacerdote si affianca un capitolo sulle Barbiana di oggi, cioè sui luoghi in cui, nella nostra contemporaneità, uomini e donne si spendono e si consumano nel servizio ai ragazzi, o ai poveri. Persone che vivono l'insegnamento come un servizio, l'assistenza come una vocazione senza contrattazioni, la vicinanza ai giovani come una missione inderogabile perché così si edifica un futuro. Utopicamente e al tempo stesso realisiticamente, perché:

«Per sciogliere certi nodi non basta una generazione. Ognuno di noi vede e può agire soltanto su un breve segmento della lunga catena umana».

Commovente la scena dei due allievi marocchini di Affinati che lo accompagnano nella loro terra d'origine a visitare il vecchio maestro, ormai cieco. Altrettanto toccante il racconto di come, seguendo implicitamente don Milani e concretamente un gruppo di bambini poveri, lo scrittore sia arrivato a una suora di Benares che accudisce i malati della città. E qui raccoglie una poesia di una bambina fortemente minata nel fisico, una poesia che ha una conclusione lapidaria e bellissima:

«Perché le donne piangono? Devono dare acqua alla terra»

Lacrime come acqua che feconda e dà vita...

C'è una ferita che don Milani portava con sé, come ogni insegnante, come ognuno che vuole farsi guida di un altro. Fondamentalmente, come chi ha il coraggio di amare, perché si scontra con il limite, con la libertà dell'altro, con ciò che è ostile:

«Illudersi di poter piacere a chiunque è umano. Credere nella mediazione incessante anche. Ma arriva il momento in cui devi accettare le scorie, prenderti in carico le perfidie, mettere in conto le infedeltà. Così comincia il vero viaggio».

Questa fu l'esperienza di don Milani, lodato e osteggiato come pochi altri. È il destino dei profeti, degli uomini del futuro.

Ma soprattutto questa fu l'esperienza di Gesù Nazareno. Perché se abbiamo un'Eucarestia è perché la sua vita è stata tradita, spezzata e donata. Come il chiccho di grano.

Dio in un pezzo di pane e in un calice di vino.

È ancora una volta la lezione dell'umiltà, dell'abbandono, della piccolezza. Che è quanto di più realmente umano ci possa essere.

Come scriveva la bambina poetessa di Benares:

«Perché noi siamo piccoli? Il mondo deve accoglieci tutti»

Barbiane di ieri e di oggi. Eucarestie di ieri e di oggi.

 

30/05/2016 21:03 Angela Gatti Pellegrini
Ero giovane, abitavamo a Firenze, abbiamo vissuto con passione quei tempi eroici, abbiamo amato profondamente il sacerdote Lorenzo Milani.
Angela e Franco



30/05/2016 10:32 Teresa Benedini
Grazie, bellissimo da vivere !


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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, insegnante di Lettere, è ora assistente di Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.

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