Nell'arte
Le lingue della Pentecoste
di Gian Carlo Olcuire | 14 maggio 2016
Non più ammucchiati in un elenco, in San Marco a Venezia i popoli sono ripresi dal mosaico uno per uno, col proprio nome e nel proprio abito, ognuno stupito di sentir parlare gli apostoli nella propria lingua nativa

Pentecoste

 

LE LINGUE DELLA PENTECOSTE
(1100-50, Venezia, Basilica di San Marco)

 

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre» (Gv 14,15-16.23b-26)

 

Fra tante rappresentazioni della Pentecoste, non troppo dissimili tra loro (a volte varia solo la lunghezza delle fiammelle dello Spirito), ci ha intrigato la potenza di questa immagine. Prima di tutto per la sua collocazione in una cupola, che ha il valore aggiunto di richiamare la volta celeste e di farci sentire - allo stesso tempo - cittadini del mondo e cittadini del cielo. In secondo luogo, per la voglia di mostrare di che cosa sia capace lo Spirito Santo e di che cosa siamo capaci noi con lui.

È la sua colomba quella che vediamo al centro. Quella stessa colomba che, segnalando la fine del diluvio, era stata simbolo della misericordia di Dio, quella stessa che era discesa su Gesù dopo il suo battesimo... ora è sul trono preparato per il ritorno del Signore, intenta a distribuire il suo dono.

I dodici raggi di luce, che fanno cadere lingue di fuoco sul capo degli apostoli, della cupola sembrano i costoloni e ci ricordano un pensiero di Leonardo da Vinci su questo tipo di copertura. La cui forza - osservava - è nell'unione di tante debolezze, nessuna delle quali sa stare in piedi da sola: ciononostante ogni parte, ancorandosi alle altre e a un centro, può rendere possibile questa meraviglia. Una regola valida anche per gli apostoli, che non solo non possono fare a meno degli altri ma sono tanto più solidi quanto più capaci di unità, senza cedere alle tentazioni dell'individualismo.

Questa Pentecoste veneziana dice anche come il fuoco dello Spirito sia da passare ad altri, non da tenere stretto. Infatti non si ferma sugli apostoli e prosegue, sotto di loro, nell'entusiasmo con cui annunciano alle genti le grandi opere di Dio. Alla base della cupola, tra sedici finestre, sono raffigurati i sedici popoli citati dagli Atti: «Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proseliti, Cretesi e Arabi».

Non più ammucchiati in un elenco, i popoli sono ripresi dal mosaico uno per uno, col proprio nome e nel proprio abito, ognuno stupito di sentir parlare gli apostoli - che erano galilei - nella propria lingua nativa. Ognuno, dunque, esaltato nella propria individualità, non annullato da una lingua comune. E ognuno rappresentato da due persone in dialogo, una anziana e l'altra giovane, a dire la trasmissione del Vangelo di generazione in generazione.

Non esiste immagine della Pentecoste che, meglio di questa, faccia vedere il cambiamento operato dallo Spirito: le lingue, che - dopo Babele - erano segno di divisione, fatte per non capirsi (Gen 11), ora - grazie allo Spirito - servono a capirsi. Ad arricchirsi vicendevolmente di suoni e di figure. A dire Dio sempre meglio e a comprenderlo meglio.

È una felice combinazione che si chiamino allo stesso modo - lingue - quelle di fuoco e quelle della comunicazione: così numerose, così ramificate, così diverse nello spazio di pochi chilometri, riescono a non disperdersi a condizione di restare unite nello Spirito. Un po' come i tralci, che portano frutto se rimangono nella vite...

 

 

17/05/2016 22:50 Mario Scarpelli

No, non si può commentare questa stupenda immagine; occorrerebbe solo mettersi in ginocchio e pregare, dopo aver chiesto (...mentes tuorum visita, imple superna gratia, quae Tu creasti pectora. Qui diceris Paraclitua,altissimi donum Dei, fons vivus, ignis charitas et spiritalis unctio...Tu...).
La Chiesa,nostra Maestra e Guida, domenica scorsa ci ha fatto gustare la sequenza "Veni Sancte Spiritus" (un canto liturgico inserito nella liturgia della messa:
"Veni, Sancte Spiritus, et emitte coèlitus lucis tuae radium.
Vieni, Santo Spirito, mandaci dal cielo un raggio della tua luce.
Veni, pater pauperum, veni, dator munerum, veni, lumen cordium.
Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori.
Consolator optime, dulcis hospes animae, dulce refrigerium.
Consolatore perfetto, ospite dolce dell'anima, soave refrigerio.
*** *** *** *** *** *** ***
Da tuis fidelibus, in te confidentibus, sacrum septenarium.
Dona ai tuoi fedeli che solo in te confidano, i tuoi santi doni.
Amen




17/05/2016 22:41 Mario Scarpelli
No, non si può commentare questa stupenda immagine; occorrerebbe solo mettersi in ginocchio e pregare, dopo aver chiesto (...mentes tuorum visita, imple superna gratia, quae Tu creasti pectora. Qui diceris Paraclitua,altissimi donum Dei, fons vivus, ignis charitas et spiritalis unctio...Tu...).
La Chiesa,nostra Maestra e Guida, domenica scorsa ci ha fatto gustare la sequenza "Veni Sancte Spiritus" (un canto liturgico inserito nella liturgia della messa:
"Veni, Sancte Spiritus, et emitte coèlitus lucis tuae radium.
Vieni, Santo Spirito, mandaci dal cielo un raggio della tua luce.
Veni, pater pauperum, veni, dator munerum, veni, lumen cordium.
Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori.
Consolator optime, dulcis hospes animae, dulce refrigerium.
Consolatore perfetto, ospite dolce dell'anima, soave refrigerio.
*** *** *** *** *** *** ***
Da tuis fidelibus, in te confidentibus, sacrum septenarium.
Dona ai tuoi fedeli che solo in te confidano, i tuoi santi doni.
Amen



16/05/2016 14:29 Ale.
Un plauso a Olcuire, che ha riportato all'attenzione di tutti la meraviglia, intrinseca e simbolica, di questi mosaici veneziani.
A me li aveva fatti conoscere e amare - insieme con altre meraviglie musive - una bravissima e appassionata insegnante, in un corso sull'arte cristiana, e ogni volta (poche, purtroppo) che torno a Venezia non posso fare a meno di ammirarli nuovamente, in specie le cupole dell'Ascensione e della Pentecoste, insieme con il composito splendore dell'Antico Testamento nel nartece.



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Gian Carlo Olcuire

Gian Carlo Olcuire è un grafico. Che si sente realizzato quando riesce a far guardare le parole come se fossero immagini e a far leggere le immagini come se fossero parole. Lavora soprattutto per il mondo cattolico ed è appassionato di linguaggi, soprattutto dell'uso (o abuso, disuso, riuso) che se ne fa nel mondo cattolico.

 

 

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