Nella musica pop
«Metti in circolo il tuo amore»
di Sergio Ventura | 23 aprile 2016
Quando Ligabue racconta la sua ricetta su come «fregar la morte» in fondo non è così lontano dalla strada indicata dal Risorto ai discepoli

la danza

Matisse, La danza, 1910

 

Schiacciato tra un discepolo che lo sta tradendo (Gv 13,21-30) ed un altro che lo sta per rinnegare (Gv 13,36-38), Gesù saprà districarsi tra queste mortifere complicità in opere e omissioni rispondendo sino alla fine con l'amore (Gv 13,1). Quell'agape che ancora oggi è l'unico atto in grado di glorificare Dio e l'Uomo, di far risplendere Dio nell'Uomo, Dio grazie all'Uomo (Gv 13,31-32).

D'altronde, con le parole del rocker Ligabue, all'interno di una relazione d'amore in cui "ne abbiamo vista qualcuna - vissuta qualcuna, ed abbiamo capito per bene il termine insieme", "ognuno i suoi sbagli" a incrinare "promesse oneste ma grosse", ciò che resta sono quelle "briciole" preziose rappresentate da un triplice rendere "grazie" a chi "si sceglie per farselo un po' in compagnia questo viaggio in cui non si ripassa dal via"; ciò che resta, soprattutto, è che "l'amore conta: conosci un altro modo per fregar la morte?"

 

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Fregar la morte, infatti, significa non avere fine, essere infiniti. Perciò Gesù ricorda ai suoi che "ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete", ma - seppur temporaneamente (Gv 14,3) - "dove vado io voi non potete venire" (Gv 13,33). Per lo stesso motivo, Ligabue ricorda a "chi non è mai stato pronto" che, se l'amore conta, "nessuno dice mai se prima o se poi, ma forse qualche Dio non ha finito con noi".

Nell'attesa, affinché i suoi amici non siano turbati, impauriti o rattristati da una tale distanza (Gv 14,1.27; 15,15; 16,6), Gesù confida loro un nuovo comandamento, o meglio un fine (entolé) nuovo: "che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv 13,34). Con la stessa, sorprendente levità Ligabue scioglierà la sua "rabbia" insofferente e controproducente - per tutto ciò che della vita non capiamo, a partire dal non essere capiti qualsiasi sforzo in tale direzione compiamo - nel sentito "invito": "metti in circolo il tuo amore, come quando ammetti 'non lo so', come quando dici 'perché no'? ... metti in circolo il tuo amore, come quando dici 'si vedrà', come fai con una novità..."

 

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E se veramente sapremo passare, come nell'intrigante video che accompagna e spiega la canzone, dalle fallimentari riproduzioni di opere (d'arte) altrui alla gioiosa condivisione di quell'opera (d'arte) imperfetta che noi siamo, allora si innescherà un circolo (artistico) virtuoso. Testimoniato sia da Gesù, il quale ricorda ai suoi seguaci di allora e di oggi che "se avrete amore gli uni per gli altri (...) da questo tutti sapranno che siete miei discepoli" (Gv 13,35), sia dal rocker emiliano, il quale, senza paura delle dicerie altrui e con la speranza di chi non vuole iniziare a morire, professa il suo credo: "credo a quel tale che dice in giro che l'amore porta amore ... se ti serve chiamami scemo, ma io almeno credo ... se ti basta chiamami scemo, che io almeno ... credo"

 

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25/04/2016 10:18 maria grazia giordano
Rimango sempre stupita di quanto la figura e il messaggio di Gesù vengano rievocati nella cultura laica contemporanea,
con approfondimenti di tutto rispetto, e ringrazio Ventura per il suo puntuale lavoro di ricognizione nella musica pop.
Forse ha ragione Vittorino Andreoli, quando afferma che Gesù "corrisponde ad un topos interiore, forse a un modello che è già stampato nella mia mente...un Cristo esterno a me che produce(va) un Cristo identico dentro di me". Una sorta di archetipo universale, "uno specchio in cui vediamo noi stessi" (Harold Bloom).



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Sergio Ventura

Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.

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