Nell'arte
Il pastore nuovo
di Gian Carlo Olcuire | 17 aprile 2016
Anche "buon pastore" può diventare un luogo comune, una frase fatta, un nome proprio: qualcosa di imbalsamato. Ma basta agitarlo un po'...

buon pastore

IL BUON PASTORE

Mimmo Paladino, 2007, Lezionario domenicale e festivo della Chiesa cattolica italiana

 

«Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono» (Gv 10,27-30)

 

Finalmente un buon pastore nuovo, invece di quello "classico", con pecora in spalla, talmente riprodotto da diventare un luogo comune (e, nella Cei, un logo comune).

Con ciò non si vuole mancare di rispetto all'immagine antica, amatissima dai cristiani, che soltanto nei primi secoli l'hanno riprodotta un migliaio di volte. E l'hanno eletta simbolo senza bisogno d'inventarla: il portatore di ariete era una figura bucolica già esistente, che diceva benevolenza. I cristiani l'hanno utilizzato a modo proprio (come han fatto - in architettura - con le basiliche romane), rendendolo bello oltre che buono e poi associandolo al Cristo, che ha dato la vita per le pecore.

Benché nell'arte cristiana siano presenti anche altre tipologie di pastori (basti ricordare i due bellissimi di Ravenna, Gesù e Mosè, nel Mausoleo di Galla Placidia e nella Basilica di San Vitale, mentre accarezzano una delle loro pecore), il modello più diffuso è quello che si fa carico della pecora smarrita: vera e propria icona della misericordia, adatta soprattutto a rappresentare la prima delle tre parabole "dei perduti e ritrovati" (Lc 15), come le chiamava il card. Martini.

Le ragioni del suo successo sono forse dovute al nostro debole per il lieto fine, oltre al fatto che la figura richiama quella del servo. Ma, riproposta troppo a lungo nella stessa forma, è normale che perda forza: al vantaggio d'essere subito riconosciuta, unisce l'handicap dell'indifferenza al suo contenuto.

Anche dal punto di vista verbale, "buon pastore" può diventare un luogo comune, una frase fatta, un nome proprio: qualcosa di imbalsamato (come "figliol prodigo"), che tiene lontano il significato. Basterebbe agitarlo (ad es. rovesciandolo in "pastore buono"), per far pensare all'esistenza di un pastore cattivo: colui - guarda caso - di cui parla Gesù quando ricorda il mercenario, che solo per soldi ha cura delle pecore, che non le sa amare né chiamare per nome e che davanti al lupo scappa. Nel cap. 10 del Vangelo di Giovanni, letto dall'inizio, si vede come Gesù utilizzi l'immagine del pastore in più modalità, nelle quali fa da leitmotiv la sua capacità di conoscere le pecore e quella delle pecore di conoscere la sua voce.

Perciò va dato il benvenuto alle immagini, come questa di Paladino, che sanno cogliere aspetti nuovi del buon pastore. Del suo colpisce la postura inedita: entrambi di profilo, l'uomo e l'animale paiono ascoltarsi a vicenda, come in confessionale. Con pochissimi segni e un unico colore, l'artista è riuscito a creare il silenzio che unisce i due, necessario a fare spazio all'altro e a conoscerlo. Lo stesso silenzio che chiedono la musica e la poesia, per esistere.

 

 

20/04/2016 11:31 Francesca Vittoria
Basterebbe agitarlo (ad es. rovesciandolo in "pastore buono"……. per il lieto fine, oltre al fatto che la figura richiama quella del servo. Ma, riproposta troppo a lungo nella stessa forma, è normale che perda forza: al vantaggio d'essere subito riconosciuta, unisce l'handicap dell'indifferenza al suo contenuto
Chiedo scusa per una intrusione nell’argomento in altro modo. Il Buon Pastore c’è la tendenza di ravvisarlo nel rappresentante in terra di Gesù Cristo oggi, e nel tempo che stiamo vivendo questa Persona agisce e si muove secondo le necessità che la società tutta necessita per i problemi in cui tutti ci coinvolgono a livello, si può dire planetario. L’essere Pastore oggi non è di verso dall’ieri sono appunto i segni dei tempi che impongono atteggiamenti diversi e questi sono oggi l’essere a portata di mano da chi è sofferente e chiede aiuto. Ma è anche vero che non è soltanto la figura del Papa ad essere Pastore semmai è un esempio che egli rappresenta per i moltissimi pastori quanti possiamo diventarlo ognuno di noi. Si perché il Pastore è o dovrebbe abitare dentro di noi, far agire ognuno di noi secondo il Suo mandato….Il singolo individuo può fare molto, essere una goccia di acqua pulita, ma molte gocce fanno anche un mare. Vogliamo cambiare il presente negativo in positivo? Non aspettiamolo da una organizzazione, dal vedere chi fa il primo passo e seguirlo. Criticare perché chi ha responsabilità prime non si muove a realizzare una risposta evangelica. Resteremmo delusi, come appunto accade che uscendo da una chiesa nessuno saluti l’altro perché ognuno torna nella sua privacy, dopo aver scambiato tanti segni di darsi la mano durante la messa…se non ti vedo , non vedo se hai bisogno(e non soltanto di aiuto economico…perché tanto c’è la Caritas!)….no, accade che se per caso un fedele parla di essere stato aggredito brutalmente per strada non c’è minimamente neppure la buona parola di comprensione! Piuttosto la curiosità di come è avvenuto il fatto, non fa piangere che a quella povera persona anziana è stata gettata a terra sul marciapiede davanti casa mentre portava giù le immondizie nel cassonetto, dolorante le è stato tolto una catenina che portava al collo perché gliela aveva data il figlio non più in vita, con il medaglione del fu marito, oggetto quindi sacro come avere i due famigliari sempre vicini!!! Un ascolto che non ha suscitato nessuna partecipazione emotiva di comprensione, qualcosa che comunque aiuta rincuora la persona ferita. Eppure fare come il “buon pastore”avrebbe fatto si può anche nelle piccole cose, accorgendosi di chi cammina a fianco o si incrocia; capita per esempio di vedere una persona che cammina con un bastone da una parte a reggersi e dall’altro non essere più in grado di trascinare il trolley della spesa, come non dire se ha bisogno di aiuto!Questa ha pensato e detto, ma che angelo! Perché evidentemente era in un momento difficile dove nessuno pensa di fermarsi, si entra nel privato! Indifferenza , presi dal correre verso personali impegno non c’è tempo per il vedere e il sentire “fuori di se” non solo a parlare di comunità. Senti dire che certi preti sono ormai “funzionari” ricevono su appuntamento, non li incontri nel quartiere, tengono bene i muri della chiesa e la sua economia ben suddivisa. Si invita a pregare perché Dio faccia questo e quello, ma Dio se lo aspetta da noi, per questo ha mandato il Figlio per insegnarcelo!!!Quanto tempo si dedica ai propri figli, quello che si avanza perché magari ad altro è dedicato prioritariamente! Non si può rinunciare o insegnare a rinunciare ma è l’0avere la costante ed è l’avere che viene imparato. Quali madri oggi dicono al proprio figlio, come quelle povere di altro tempo “mi raccomando cerca di “ascoltare comportati bene – quel bene insegnato da loro prima e che veniva da una fede, non intellettuale soltanto, ma vissuta quotidianamente!! Indimenticabile insegnamento, segno indelebile per la vita, quello caldo dell’amore che lascia traccia.
Francesca Vittoria



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Gian Carlo Olcuire

Gian Carlo Olcuire è un grafico. Che si sente realizzato quando riesce a far guardare le parole come se fossero immagini e a far leggere le immagini come se fossero parole. Lavora soprattutto per il mondo cattolico ed è appassionato di linguaggi, soprattutto dell'uso (o abuso, disuso, riuso) che se ne fa nel mondo cattolico.

 

 

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