Qualcuno salvi la generazione Millennials
di Sergio Di Benedetto | 13 aprile 2016
Perché non fare almeno un serio esame di coscienza che permetta di capire che cosa, negli ultini decenni, è andato storto, senza accusare semplicemente la secolarizzazione, il benessere, il mondo, il Concilio e quant'altro?

In queste ultime settimane si è fatto un gran parlare di Millennials: non è chiara fino in fondo la categorizzazione, ma mi pare si tratti dei ragazzi nati negli anni '80 e diventati maggiorenni dopo il Duemila, ragazzi che hanno circa 25-35 anni. Di questi, forse a torto, mi sento ancora parte, sia per ragioni di età, sebbene mi collochi ai limiti anagrafici, sia perché ho amici, colleghi, figli di amici, studenti ed ex studenti Millennials.

Si è discusso di Millennials per le tragiche vicende delle ragazze morte in Spagna, di Giulio Regeni, Valeria Solesin (ma voglio ricordare anche il fotografo Andrea Rocchelli ucciso in Ucraina nel 2004). Ho letto molto sui giornali, in queste occasioni: "generazione Erasmus" è un'altra etichetta usata.

Cosa vedo, sperimento, conosco io dei Millennials? Ne faccio una descrizione parziale, dall'osservatorio in cui sono (l'Università di un Paese estero) sapendo che è un punto di vista da non generalizzare e non è una descrizione esausitiva. Ma questa è la mia esperienza.

I Millennials sono mediamente colti, leggono parecchio, molto connessi ma non per forza dipendenti dal web, sanno usare le potenzialità di Internet. Cosmopoliti, si sentono cittadini del mondo, parlano e scrivono in una o più lingue straniere, ritengono il viaggio un'opportunità di conoscenza e la mobilità una risorsa. L'Unione Europea è nei fatti, prima che nelle direttive o nei regolamenti, perché all'Europa sono sostanzialmente grati: di fronte a un'Italia matrigna che spesso li alleva e poi li costringe a emigrare se vogliono procedere nella strada della specializzazione o di un lavoro appagante, l'Europa appare come una terra di possibilità, meno ingessata e più coerente. Anche coloro che rimangono a vivere in Italia viaggiano per lavoro tutte (o quasi) le settimane.

Salvo alcune eccezioni, non sono competitivi e hanno un'etica sociale molto forte: avversano le ingiustizie, hanno sperimentato per primi i disastri del capitalismo selvaggio. Qualcuno è caduto nella tentazione e si è messo a emularne i pilastri nella propria vita, molti ne prendono le distanze. La precarità è un fatto costitutivo della vita, spesso subita, talvolta cercata: non conoscono posti fossi, tutele e garanzie.

Possiedono una sensibilità ecologica profonda, perché la Terra è un bene prezioso e perché, nella loro vita, i cambiamenti climatici sono il presente e il temibile futuro (non hanno che vaghi ricordi di stagioni "normali").

Molti hanno relazioni sentimentali con persone originarie di altre regioni italiane o di altri Paesi europei (o mondiali), conosciute spesso lontano da casa. Tanti convivono, una parte ha relazioni temporanee, qualcuno faticosamente costruisce rapporti a distanza. Pochissimi sono sposati. Ancora meno coloro che hanno figli (sarebbe lungo da spiegare ora che cosa ci sia alla base di questo fenomeno).

All'etica sociale si accompagna spesso un forte soggettivismo: grande tolleranza della diversità, difesa dell'accoglienza, impostano e vivono la vita come ritengono giusto secondo la propria visione del mondo, la libertà è assoluta e ha come unico limite la libertà dell'altro.

La fede è un fenomeno soggettivo: la maggior parte crede in Dio, ma secondo una propria concezione che frequentemente esclude una teologia e che sfiora quasi approcci deistici o agnostici: una divinità probabilmente c'è, probabilmente è buona, ma non si sa realmente chi o cosa essa sia. Gesù fu un uomo buono, un modello morale. Ma se fosse figlio di Dio non si sa. Probabile, ma non certo. Comunque la religione riguarda poco la vita.

Quasi tutti hanno seguito i percorsi classici dell'iniziazione cristiana, ma hanno abbandonato presto o tardi la pratica di fede e, a livello di cultura religiosa, la confusione non è poca. Se nella concezione della società sono sostanzialmente vicini alla dottrina sociale della Chiesa (spesso non sapendolo), in campo sessuale non vivono più la distanza o la contestazione verso la morale tradizionale perché semplicemente non si pongono più il problema.

La Chiesa è oggetto di critiche dure, vuoi per lo scandalo della pedofilia, vuoi per l'incoerenza di tanti suoi figli, vuoi per esperienze personali poco felici. Stimano papa Francesco per l'attenzione all'uomo ferito e per l'insistenza che usa nel parlare di povertà necessaria alla Chiesa, ma si fermano sovente a quello che i media riportano, senza approfondire. Le figure religiose, soprattutto i sacerdoti, non sono benevolmente considerate.

Le eccezioni sono rappresentate dai pochi appartenenti a movimenti ecclesiali, che hanno identità più marcate e che sono oggetto (sia a torto che a ragione) di giudizi poco generosi da parte di chi non li frequenta.

Questo è un ritratto semplificato, e come tale contiene margini di errore e giudizi superficiali. Non ho statistiche ufficiali (ho scorso i risultati di una recente indagine realizzata dall'Istituto Toniolo che mi pare in linea con quanto descritto). Ho una mia personale statistica: a un convegno a Basilea che finiva la domenica, su 50 partecipanti, solo in 2 eravamo a Messa. In un convegno negli Stati Uniti che vedeva la presenza di circa 50 italiani su 70-80 relatori, a Messa, la domenica, ero solo.

Questi numeri e tendenze sono confermati da conversazioni e confronti con colleghi e amici.

Ora, di fronte a questo quadro, mi chiedo: dal punto di vista delle fede, bisogna considerare gli italiani della "generazione Millennials" una "generazione persa"? Non voglio qui indagare i motivi alla base di tale situazione, ma domando: cosa si fa per avvicinarli? Come avvicinarli, sapendo che molti si spostano di frequente? Gli strumenti tradizionali non sono serviti e non servono. L'emorragia giovanile continua (e la generazione post Millennials, al momento meno mobile solo per ragioni anagrafiche, non pare incamminata verso altri lidi). La Chiesa italiana, tra convegni poco utili e documenti mai letti, può limitarsi a qualche ritocco nel percorso di iniziazione cristiana, magari anticipando di un anno l'inizio della catechesi, per "prevenire" fughe e uscite? Di più: la Chiesa è ancora capace di osare, di ribaltare prassi, modi, schemi che hanno portato a risultati sostanzialmente fallimentari? C'è un Papa che spinge a provare nuove strade, ma perché si ha tanta paura a percorrerle?

C'è qualcuno che si interessa alla generazione Millennials, o la rassegnazione è tale per cui non rimane che la resistenza nel fortino, magari rimpiangendo i bei tempi andati? È possibile sperimentare linguaggi nuovi, mezzi nuovi, che sappiano scardinare piani pastorali dettagliati che rimangono lettera morta o che risultano tremendamente inefficaci?

E se l'azione non è possibile, o non si vuole tentare, nella convinzione che sia tardi per i Millennials, come evitare che tutto ciò accada per gli adolescenti di oggi, giovani di domani? Invece non capita che si ripresentino stancamente le stesse formule, le medesime proposte?

E se l'inazione non ha alternative, perché non fare almeno un serio, profondo, vero esame di coscienza che permetta di capire che cosa, negli ultini decenni, è andato storto, senza accusare semplicemente la secolarizzazione, il benessere, il mondo, il Concilio e quant'altro?

Si dirà: la testimonianza personale è il miglior mezzo. Certo, ma non basta più. Troppo vasto è il campo. Serve altro.

Lo so, c'è lo Spirito Santo e alla fine Lui arriva comunque, dovunque e per chiunque.

Ma, da uomo, chiedo che qualcuno provi ad avvicinare la mia generazione.

Qualcuno salvi i soldati Millennials.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

17/05/2016 00:42 Alessandro
Un po' in ritardo, forse da un'altra prospettiva, forse...
Il "giovane" della generazione Millennials se ne sta sul balcone per guardare giù, per guardare qualcosa di cui non si sente più parte, qualcosa che non lo interpella più perchè troppo distante dal suo vissuto, qualcosa la cui traccia è presente nella sua biografia ma che si è sbiadita senza che nessuno intervenisse per rimarcarla, quel giovane che sta sul balcone (proprio per usare un'espressione del Santo Padre), perchè dovrebbe scendere e "tornare in pista"?
Io, leggendo questo articolo, la cui analisi condivido, mi sono domandato CHE COSA ATTRAE un mio coetaneo (io ho quasi 32 anni) a riprendere parte a quella "vita ecclesiale" (anche se è piuttosto riduttivo definirla così) da cui si è allontanato da tempo?
Qualcuno qualcosa deve farlo... ma ancora oggi credo che, pur essendo vasto il campo (come scrive Sergio), sia la BELLEZZA di chi cammina sotto quel balcone ad affascinare e attirare.
E ancora di più: quella BELLEZZA è il DONO TOTALE (cfr Mc 12,41-44) di sé che può mettere nel cuore di quel "soldato al balcone" il desiderio di saltar giù!



14/04/2016 09:34 Sergio Di Benedetto
Caro Gilberto,
condivido la tua proposta di metodo e di sguardo, che ci spinge a discernere (verbo più che mai bergogliano) in ogni tempo un "kairos" per Dio e in ogni luogo un locus Gratiae e da lì partire per far crescere un seme già gettato dallo Spirito, che serva in primo luogo a noi e alla nostra conversione.
Forse ha ragione Alessandra quando dice che alcuni si riavvicineranno nel momento in cui i figli andranno alla catechesi, o per un evento doloroso. Ma ancora una volta è implicita l'attesa che l'altro bussi alla porta della Chiesa, e non una comunità in uscita.
Ciò che mi sorprende è quanto poco, mi pare, si faccia anche solo per scrutare i segni dei tempi e sforzarci di metterci in ascolto, per poi provare a fare qualcosa, a metterci in cammino verso l'esterno.



13/04/2016 17:43 gilberto borghi
Caro Sergio. Grazie della tua riflessione che ancora una volta mi riporta al cuore di ciò che mi sta a cuore. Condivido la tua lettura e penso davvero che quella generazione (e quella che giá segue) sia una periferia della chiesa. Allora mi viene da applicare anche qui ciò che Francesco ci indica. Andare nelle periferie prima di tutto per imparare come li lo Spirito stia giá lavorando e solo dopo provare a fare da specchio il più possibile fedele a quello Spirito. Il che vuol dire rovesciare la prospettiva. Quella generazione cosa ha da insegnarci sul senso della vita? Messa cosi i caratteri che tu delinei di quella generazione potrebbero diventare proprio le forme con cui oggi lo Spirito lavora in loro. Ad esempio la precarietà allora diventa la possibilitá di smettere di vivee sulle nostre sicurezze e di lasciare che Dio guidi la nostra vita. Ma allora non so più se noi dobbiamo salvare quella generazione o se quella sia una grande occasione per convertirci ancora.


13/04/2016 15:44 Francesca Vittoria
Soltanto una considerazione, perché tutto quanto qui viene riportato, la Chiesa da chi e da quanti viene frequentata, perché l’assenza dei giovani o se anche hanno appreso al catechismo nei primi anni, poi si volatilizzano e ci si domanda perché quel che viene appreso dal catechismo frequentato per alcuni anni, non sembra per molti aver lasciato molto efficace ricordo. Certamente la scienzia e tecnico logica sembra risultare e affascinare e calamitare un interesse che comparato a quello della religione invece assorbe e non lascia spazio ad altro maggiore interesse. Forse occorre studiare un metodo di apprendimento nuovo, quello che si ottiene mettendo in pratica ciò che viene insegnato; vedere ciò che si afferma essere vero. Devo dire che se un sacerdote crede importante far conoscere come seguire la Santa Messa e come parteciparvi, ma non vi è esperienza di Vangelo fin dalle piccole cose di ogni giorno, non credo proprio che al giovane interessi , tanto il risultato è in questa indagine . Tommaso, il discepolo ha avuto bisogno di vedere anche per credere, Oggi sembra proprio che il progresso scientifico ci abbia abituati come Lui ad esigere di vedere per credere,I commercial così insistenti, quotidiani, che interrompono e spezzettano con anche arroganza ciò che ci interessa, sono tutti proposte a provare la bontà di un prodotto, la sua efficacia, la nostra recondita aspirazione e propone quasi risposta ai nostri sia mali, che desiderata etc. E tutto questo attira, convincea a provare, Altro ancora avviene nel campo della medicina, dove si compiono autentici miracoli grazie al progresso scientifico che ricerca e moderna tecnicologia dimostrano si creano. I veicoli spaziali altro campo dove l’uomo sembra un navigatore e ogni meta si apre al tutto è possibile.
Ma è anche vero che Tutto però si blocca quando per una malattia l’individuo ha bisogno di altro, allora scopre i limi della scienza e il suo bisognoso di ricorrere a qualcosa di più potente a Qualcuno a cui cui rivolgersi dal quale ricevere, sollievo quello che solo l’amore può dare, può guarire, può ridare quella cosa preziosa che Uno ha detto un giorno a chi ha confidato in Lui “alzati e cammina” , . Qualsiasi medico sa quanto è importante al paziente per guarire la cura più efficace con le altre è il sentirsi amato, incoraggiato,sostenuto ricevere, “ L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri I testimoni che i maestri, se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni”Giovnni Paolo II°
I genitori dovrebbero essere i primi, e sono i più incisivi nell’educazione giovanile, ma può mancare questa testimonianza basilare e quindi molto importante può essere la frequenza della scuola cristiana ma è la testimonianza, con l’insegnamento e l’apprendimento di testimoniare il credo che. si accede alla fede la quale è dono che Dio da a chi lo ha cercato. Nella società con il negativo esistono i segni di questo positivo soltanto non vengono pubblicizzati, fatti segno di insegnamento utile anzi quel crocifisso è anche un segno ce sconfigge proprio tutto quanto va a danno della persona umana, accusa e ricusa tutto quanto non diventa un bene per tutte le persone, Una scuola è buona quando l’allievo si è evoluto sapendo ciò che è buono per lui e che ne può godere i frutti. Oggi sembra che molta frutta cada dall’albero perché non è buona da mangiare. Quanto è bella la natura che ci circonda se la curiamo con rispetto e quanto di buono di bello è viverci se la curiamo con amore! Francesca Vittoria



13/04/2016 14:38 Sara
Per aggiungere un po' di pessimismo direi che non tutti quelli che non frequentano la Chiesa e non sono sposati sono così cosmopoliti, ecologisti, socialmente impegnati e tolleranti.
Fossero tutti positivi così andrebbe anche bene in fondo.
Cosa fare non ne ho idea. (A parte accettare una sfida culturale piuttosto impegnativa che vedo interessare quasi a nessuno, anche il nuovo Papa)



13/04/2016 12:27 Alessandra F
Condivido molto la sua visione, ma purtroppo ho l'impressione che questa generazione verrà riavvicinata (semplificando molto) quando figlieranno e porteranno la loro prole al catechismo (non a Messa!) oppure nel peggiore delle ipotesi quando una malattia o qualche altro disastro sconvolgerà le loro vite.


13/04/2016 12:26 Alessandra
Condivido molto la sua visione, purtroppo ho l'impressione che questa generazione verrà riavvicinata (semplificando molto) quando figlieranno e porteranno la loro prole al catechismo (non a Messa!) oppure nel peggiore delle ipotesi quando una malattia o qualche altro disastro sconvolgerà le loro vite.


13/04/2016 11:52 PietroB
Consiglio di riesaminare il tutto dentro i movimenti.


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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, insegnante di Lettere, è ora assistente di Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.

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