Nella musica pop
Tutti i suoni della Passione
di Sergio Ventura | 20 marzo 2016
Vorrei celebrare questa domenica delle palme tentando di far risuonare i centotredici versetti del vangelo domenicale attraverso l'affaticarsi spirituale di alcuni cantautori su o a partire da essi

trionfo

 

"In un'opera rabbinica medioevale (l'"Alfabeto di rabbi 'Aquivà") si raccoglie l'opinione antica che ogni parola della Torà abbia settanta sensi" - scrive Paolo De Benedetti in 'Ciò che tarda avverrà'. E' "come se" - con le parole di Levinas - "ogni persona, con la sua unicità assicurasse alla Rivelazione un aspetto unico della verità, e come se alcuni suoi lati non si sarebbero mai rivelati nel caso in cui determinate persone fossero mancate nell'umanità". In tal senso - "il settantunesimo", secondo l'espressione del biblista astigiano - vorrei celebrare questa domenica delle palme tentando di far risuonare i centotredici versetti del vangelo domenicale attraverso l'affaticarsi spirituale di alcuni cantautori su o a partire da essi.

 

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Nell'ora dell'ultimo sole, giunse dal marinaio un assassino e gli chiese : - Dammi il pane! Dammi il vino! -. E quel pescatore, dal sorriso navigato, "non si guardò neppure intorno / ma versò il vino e spezzò il pane / per chi diceva ho sete e ho fame". Fu proprio il calore di quell'Aprile, di quella cena di passaggio - di quella pesach, a trasformare, secondo Fabrizio De André, il ricordo e la memoria dell'assassino in dolore per il male fatto. In rimpianto per la vita (non) vissuta. Soprattutto se, come potrebbe interpretarsi, il fuggitivo tradì anche il suo benefattore, uccidendolo e versandone il sangue (Lc 22,14-20).

Anche in tal caso, dunque, come già in Tiziano Ferro, non è il pentimento che conduce purificati all'eucaristia, al rendimento di grazia, bensì è l'eucaristia, la grazia resa, che apre il cuore dell'impuro al pentimento. A partire da quello del colpevole evangelico per eccellenza, Giuda, il quale, secondo la speranza di Antonello Venditti, saprà invocare dal buco nero ed infernale in cui si trova solo, umiliato ed addolorato, il perdono di Gesù: "Signore sono Giuda / il tuo vecchio amico ... Scusa se ti disturbo / Se ti cerco ancora / Io ti sto aspettando ... L'ho pagata cara la mia presunzione / Io volevo solo essere il migliore" (Lc 22,21-23.47-48.52-53).

Ma è proprio questo desiderio - quanto veramente ingenuo? - di essere il più grande che si scontra prima e si reincontra poi con l'identità di Dio. Identità che nel Figlio si chiarifica essere come l'identità di uno che serve, che si abbassa a servire: il Dio delle piccole cose direbbero Gazzé, Fabi e Silvestri (Lc 22,24-30). Il Dio che, se è vero quanto professiamo nel Credo, fortunatamente per Giuda "discese agli Inferi"...

Uno scontro simile lo visse indubbiamente dentro di sé anche Simon Pietro. In quella che con De André potremmo ridefinire la guerra di Pie(t)ro. Colui che in un altro noto passaggio primaverile lottò sulla frontiera interiore posta tra il sacrificare l'altro e il sacrificare se stesso, tra la coscienza sacrificale che gli intimava: "Sparagli Piero, sparagli ora / e dopo un colpo sparagli ancora / fino a che tu non lo vedrai esangue / cadere in terra a coprire il suo sangue", e la autocoscienza non sacrificale che gli ricordava: "se gli sparo in fronte o nel cuore / solo il tempo avrà per morire / ma a me il tempo a me resterà per vedere, vedere gli occhi di un uomo che muore" (Lc 22,31-38.49-51.54-62).

È in questi momenti, antecedenti ad ogni vera scelta, che si comprende fino in fondo l'importanza segnalata da Luca Carboni della meditazione personale, della capacità di pregare per il mondo: "per tutti i violenti ... per i prepotenti ... per tutti i potenti ... per chi mette sempre gli affari prima di tutto ... per tutti gli adulti che hanno smesso di sognare ... per tutti i dolori e le nostre lacrime ... per tutti i ragazzi ... per tutti i bambini ... perché qualcuno gli vada incontro" (Lc 22,39-46).

Soprattutto quando si finisce sotto il bersaglio di accuse ingiuste e di processi artefatti, come quelli vissuti oggi come allora dai poveri cristi di turno, e durante i quali, spesso, certi credenti e certi atei si sono ritrovati amici contro il nemico comune: "Portatemi Dio!" - urla Vasco Rossi - "Gli devo parlare, gli voglio raccontare / di una vita che ho vissuto / e che non ho capito a cosa è servito ... Metteteci Dio / sul banco degli imputati / metteteci Dio e giudicate anche lui con noi / e difendetelo voi / 'buoni cristiani'!" (Lc 22,66-23,25).

Sarà un Dio spiazzante, però, quello che si rivelerà essere l'agnello di Dio - per come cantato da Francesco De Gregori, e la cui via della croce non a caso si dimostrerà essere piuttosto una paradossale cattiva strada, sulla quale le pie donne giungeranno alla comprensione degli eventi solo attraverso delle dure parole (Lc 23,26-31). E al termine della quale, innalzato sulla croce, colui che si chiamava Gesù saprà rispondere agli scherni, alle percosse e agli insulti ricevuti in modo tale da far esclamare allo stesso De André: "inumano è / pur sempre l'amore / di chi rantola senza rancore / perdonando con l'ultima voce / chi lo uccise / tra le braccia di una croce" e "chi gli portò in dono alla fine / una lacrima o una treccia di spine / accettando ad estremo saluto la preghiera l'insulto e lo sputo" (Lc 22,63-65; 23,34-38).

In tal senso aveva testimoniato il buon ladrone, Tito: "nel vedere quest'uomo che muore, madre, io provo dolore, nella pietà che non cedere al rancore, madre, ho imparato l'amore"; in tal senso, nel vangelo, testimoniò anche l'anonimo centurione romano: "veramente quest'uomo era un giusto" (Lc 22, 32-33.39-43). Resta che, questo Gesù "sulla croce sbiancò come un giglio" e "morì come tutti si muore / come tutti cambiando colore" (Lc 23,44-49). La sua salma fu sepolta con cura da una persona buona e giusta, ed era pronta per essere conservata come tale grazie ad aromi ed oli profumati (Lc 23,50-56). Non si sa se per fortuna, o purtroppo, le cose andarono diversamente, ed invece della domenica delle salme abbiamo, o dovremmo avere, la domenica delle palme...

 

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22/03/2016 17:44 Sergio Ventura
Grazie a te don Salvatore :-)

La tua citazione mi ha fatto ricordare un bel contribuito di sj J.P.Hernandez sulla 'mistica atea' del Faber.

Lo si trova a questo link http://bit.ly/1UL9ls9

Buona Pasqua



21/03/2016 07:11 Salvatore Miscio
Grazie, Sergio... proprio ieri ho postato su fb alcuni versi di "Creuza de ma" che per tutto il giorno sono risuonati nella mia mente a commento dell'ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemmme:
"Da dove venite dov'è che andate
da un posto dove la luna si mostra nuda
e la notte ci ha puntato il coltello alla gola
e a montare l'asino c'è rimasto Dio
il diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido" (De Andrè, Creuza de ma)

L'uomo nelle tempeste della vita, nella solitudine dinanzi alle difficoltà sembra ritrovare solo Dio accanto a sè, unico rimasto a cavalcare la vita nella sua ruvidità e fragilità... mentre gli altri si fanno i nidi in posti decisamente più comodi e protetti! Grazie...buona pasqua! don Salvatore Miscio



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Sergio Ventura

Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.

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