Nella letteratura
Il buon ladrone, o della misericordia
di Sergio Di Benedetto | 19 marzo 2016
Come avrebbe scritto Dante nel Purgatorio: «Orribil furon li peccati miei; ma la bontà infinita ha sì gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei»

Gli evangelisti raccontano che, appesi alla croce con Gesù, si trovano due ladroni. Luca, sempre attento al messaggio del perdono, narra che uno sbeffeggia il Nazareno, mentre l'altro gli si affida, in un atto di fede che contrasta con tutte le apparenze. E lì, sul patibolo infamante, nel momento più drammatico della vicenda terrena del Cristo, quando è palese la sua sconfitta secondo i criteri umani, si manifesta la sua vera regalità di Figlio: «oggi sarai con me in Paradiso» assicura al delinquente giustiziato. C'è tanto in quell'avverbio di tempo, in quell'«oggi» che supera ogni barriera e manifesta ancora una volta quanto la misericordia sia la modalità che Dio ha scelto di avvicinarsi all'uomo. È la prima canonizzazione della storia, che brucia le tappe e garantisce la presenza nel Regno di chi non aveva certo alcun merito per entrarci, se non quello di riconoscersi peccatore:

«Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!". Ma l'altro lo rimproverava: "Neanche tu hai timore di Dio, benché condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male". E aggiunse: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno". Gli rispose: "In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso"». (Luca, 23, 39-43)

Di questa illimitata capacità divina di perdonare parla spesso, lo sappiamo, Papa Francesco, ricordando quanto essa superi regole, schemi e Chiese.

Non diverso fu l'atteggiamento con cui Dante descrisse re Manfredi di Sicilia, figlio dell'Imperatore Federico II di Svevia, che il pellegrino incontra nel terzo canto del Purgatorio insieme ai morti scomunicati.

Manfredi, che si era opposto alla politica di diversi Papi suoi contemporanei, morì durante la battaglia di Benevento del 1266, dopo essere stato scomunicato da Clemente IV. La scomunica, è noto, consiste nella condanna più grave che la Chiesa può attribuire a un peccatore, poiché lo esclude dalla vita della comunità, quindi dai sacramenti, e ne decreta di fatto la dannazione.

Dante però non rappresenta Manfredi all'Inferno, ma nel Purgatorio: egli è salvo e destinato alla felicità eterna del Paradiso, sebbene debba subire un lungo processo di purificazione. Si potrebbe dire che Dante sia stato più generoso della Chiesa, la quale, secondo una versione che il poeta ritiene veritiera (ma su cui gli storici avanzano diversi dubbi), oltre alla scomunica ordinò che il corpo del re fosse dissotterrato e i resti dispersi, come a sigillare anche nell'atto concreto del disseppellimento la perdizione eterna del defunto.

Invece Dante, in pochi versi, delinea magistralmente l'immensa misericordia divina, che fa leva anche su un piccolo ed estremo momento di ravvedimento del moribondo per garantirgli salvezza, gioia e pace: si tratta di sentimenti presenti nell'anima purgante, come si capisce dalla prima descrizione del peccatore (vv. 106-108):

Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.

Manfredi, che muore a 34 anni, è presentato come «bello» e «gentile», parole quanto mai cariche di significato per la poesia volgare: è una bellezza non solo fisica, ma morale, essendo il re «gentile», ossia nobile di cuore, oltre che di stirpe. Porta con sé la ferita della battaglia, ma essa non lo priva di un fascino che va al di là del dato realistico.

Le terzine più significative (vv. 118-123) per il nostro discorso sono senz'altro quelle in cui Manfredi stesso esalta la bontà di Dio, a cui egli fa appello dopo aver ricevuto due colpi mortali:

Poscia ch'io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.

Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.

È un'immagine eloquente: la misericordia divina ha braccia tanto grandi che nessuno di coloro che le si rivolgono, in qualsiasi stato siano, trovano un rifiuto. È una «bontà infinita» che copre anche i peccati più «orribili», perché Dio ha il desiderio di perdonare, e lo fa «volontier».

Un ritratto della bontà divina dalle braccia spalancate: è il crocifisso, che accoglie il buon ladrone, Manfredi o qualsiasi uomo che osa bussare sperando nel suo perdono, superando regole, giudizi e condanne.

È bello, entrando nella Settimana Santa dell'anno giubilare, farci accompagnare da questa immagine dantesca: Dio ha braccia grandi, infinite, pronte a sorreggere e a perdonare.

Non diversamente poteva fare il Dio narrato da Gesù.

 

 

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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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