Ecce homo
di Fabio Colagrande | 19 marzo 2016
Dov'è l'uomo seviziato a morte capace di farci venire i brividi ed esprimere l'abisso del male da cui cerchiamo redenzione? In un appartamento del quartiere Collatino, a Roma, epicentro del Giubileo della Misericordia

Un corpo denudato, percosso, torturato e infine crocifisso. L'icona della Passione di Cristo, che ci viene incontro in questa Settimana Santa, rischia ancora di scolorire nell'astrattezza delle brutte immagini dei libri di catechismo o di restare edulcorata da qualche volenterosa opera di arte sacra. E' un'icona 'pulitina' che non ci lorda di sangue. Ha il difetto delle nostre ipocrite vite di fede confinate nell'idealità e nella teoria e non puzza di sudore, paura e lacrime.

Dov'è l'uomo seviziato a morte capace di farci venire i brividi ed esprimere l'abisso del male da cui cerchiamo redenzione? Oggi è tra le pagine del quotidiano che sfogliamo svogliatamente con il caffè. E' quel giovane avvelenato, stordito a martellate, legato, imbavagliato, martoriato, strozzato e infine pugnalato al cuore, poche settimane fa, in un appartamento del quartiere Collatino, a Roma, epicentro del Giubileo della Misericordia. L'autopsia, mentre aiuta gli inquirenti a ricostruire il delitto, dipinge dolorosamente l'immagine della vittima di un sacrificio apparentemente folle e inutile, facendoci avvertire sulla carne le sue sofferenze.

Eccolo, l'uomo. E' qui, a pochi passi da noi. Il suo sangue inzacchera le nostre scarpe nuove. Qui, nella Capitale d'Italia, la diocesi del Papa, dove le ambulanze scorazzano distribuendo cocaina, i topi zampettano sul Lungotevere, la corruzione soffoca più dell'anidride carbonica. La città tremebonda, teatro di spaccio delitti e rapine della criminalità organizzata, illustrata con inedita maestria dal regista Gabriele Mainetti nel film 'Lo chiamavano Jeeg Robot'. Solo che qui non c'è nessuno con i superpoteri a salvarci.

Eccolo, l'uomo. E' un giovane disoccupato che vive di espedienti, in cerca di quella svolta che può dargli un futuro e invece incontra il supplizio, per di più inferto per noia, crudeltà, senza un motivo. Capro espiatorio di cui i genitori, sollecitati da cronisti ottusi e maniacali, si dichiarano incapaci di perdono.

Eccolo, l'uomo. Possiamo avvertire i suoi ultimi rantoli nelle lenzuola, immaginare il suo sguardo sgomento di fronte a tanta insensata spietatezza, spropositata per un 'pesce piccolo' come lui. Presto una parrocchia romana celebrerà le sue esequie, laddove pochi giorni dopo si celebrerà il triduo pasquale. La crudezza del suo martirio, per chi crede, non può restare morbosità splatter buona per le dirette televisive dei salotti pomeridiani. Diventi urlo disperato di speranza, domanda estrema di liberazione, ribellione definitiva al demonio. Nella consapevolezza che solo passando per il corpo, ammettendo il male, accettando i nostri limiti fino in fondo, possiamo ritrovare l'abbraccio del Padre.

 

23/03/2016 07:47 A.V.
Ilmale è onnipresente nella cronaca nera di ogni giorno. Trovo fuorviante fermarsi a riflettere su vite viziose e insensate che senza limiti di nessun genere hanno e continuano a generare mostri. La libertà di scelta e di coscienza dovrebbe non essere un optional.L'abbraccio del Padre avviene là dove il mostro si volge verso di Lui e non si ripiega a sniffare la sostanza di turno.


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Fabio Colagrande

Fabio Colagrande, nato a Roma a metà dei favolosi anni Sessanta, lavora da vent'anni alla Radio Vaticana come giornalista e conduttore di programmi in diretta. Collabora con L'Osservatore Romano e altre testate cattoliche. Per alcuni anni, ai microfoni di Radio Due, si è occupato di cultura e intrattenimento.

Autore, regista e attore di teatro, per diletto, nel 1995 ha fondato una compagnia tuttora sulla breccia. Felicemente sposato, ha due figli, che spera mettano su un gruppo rock e lo facciano cantare, ogni tanto. Cura un blog personale intitolato L'anticamera del cervello.

 

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