Nella letteratura
Pietro, o della finzione
di Sergio Di Benedetto | 12 marzo 2016
L'Enrico IV di Luigi Pirandello rimane prigioniero della sua stessa falsità e si condanna a vivere in un mondo di menzogna. Pietro invece trova la forza del pentimento, del pianto e del riscatto

Enrico IV

Franco Branciaroli in un'interpretazione dell'Enrico IV di Luigi Pirandello

 

Rileggendo i racconti della Passione balza all'occhio il conflitto evidente tra la verità del Nazareno e la falsità di coloro che ne vogliono la morte e per questo, attraverso la bugia, cercano di provocarne la condanna. Così racconta Matteo:

«I sommi sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù, per condannarlo a morte; ma non riuscirono a trovarne alcuna, pur essendosi fatti avanti molti falsi testimoni» (Mt 26, 59).

Ai falsi testimoni Gesù oppone il silenzio. Non si difende, non si discolpa. È un accusato che parla poco durante il processo. Giovanni però gli attribuisce un breve ma profondo dialogo con Pilato sulla verità, che termina con la domanda essenziale del governatore: «Che cosa è la verità?».

Una tensione continua tra verità e falsità percorre anche i presenti: così è soprattutto per Pietro, che segue il Maestro dopo la sua cattura, ma da lontano, senza farsi riconoscere. Individuato come uno dei discepoli dell'uomo arrestato, arriva al triplo rinnegamento, il quale non è altro che un crescendo di bugie, fino ad arrivare all'ultima affermazione sigillata da un falso giuramento:

«Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: - Non conosco quell'uomo che voi dite-». (Mc 14,71)

Pietro si pone una maschera sul viso: egli nega ogni rapporto con l'uomo sotto giudizio. Ha paura che gli possa capitare la stessa sorte, non ha realmente la forza del martirio, sebbene a cena avesse poco prima assicurato la sua fedeltà:

«Ma egli, con grande insistenza, diceva: - Se anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò-. (Mc 14, 31)

Pietro non riesce a perseverare: fa un passo indietro e finge di non aver alcuna conoscenza di Gesù. Dice tre bugie, e alla fine alla sua voce si sostituisce quella del gallo che canta, segnando il suo tradimento, verbale oltre che fisico.

Sappiamo che il suo momento di falsità è durato poco, e che alla fine anche lui troverà il perdono sulle rive del lago di Tiberiade, come racconta lo splendido episodio a conclusione del vangelo di Giovanni.

Nella vita, purtroppo, non è sempre così limitato il tempo della menzogna. La verità ha un costo, e spesso ad essa si preferiscono mezze verità, silenzi complici, fino a vere e proprie bugie. Questa è esperienza quotidiana dell'uomo, anche quando si riempie bocca e vita di grandi verità (anzi, soprattutto in queste occasioni, verrebbe da dire guardando all'attualità, dove gli scandali sono all'ordine del giorno).

C'è chi ha costruito un'intera (e proficua) produzione letteraria sul conflitto tra verità e menzogna, come ha fatto Luigi Pirandello. L'autore siciliano ha sviluppato la sua opera sul rapporto tra maschere e realtà, ossia tra ciò che è, ciò che appare, ciò che si mostra.

Emblematico al riguardo è l'Enrico IV, l'unica tragedia del teatro pirandelliano, in cui si rappresenta la vicenda di un uomo, del quale non ci viene dato il nome vero e che viene chiamato come l'antico imperatore. Egli vive 20 anni in una finzione storica prima subita e poi voluta. Infatti, dopo una caduta da cavallo durante una cavalcata in costume, l'uomo crede di essere realmente Enrico IV, di cui indossava gli abiti. Allora tutti gli amici, o pseudo tali, lo assecondano costruendo un mondo di carta per non rivelargli la verità, che potrebbe causare un ulteriore colpo alla sua psiche: tutti fingono di essere nel Medioevo, al tempo dello scontro tra Gregorio VII e l'imperatore. La vita scorre così, nella bugia, fino a quando un giorno Enrico IV si accorge della verità, osservando il dettaglio vero dei suoi capelli grigi:

«Li ho fatti grigi qua, io, da Enrico IV, capisci? E non me n'ero mica accorto! Me n'accorsi in un giorno da solo, tutt'a un tratto, riaprendo gli occhi, e fu uno spavento, perché capii subito che non solo i capelli, ma doveva essere diventato grigio tutto così, e tutto crollato, tutto finito: e che sarei arrivato con una fame da lupo a un banchetto già bell'e sparecchiato».

La finzione ormai è tale che sembra impossibile tornare alla vita, e così per 8 anni simula di essere chi sa di non essere, continuando a indossare una maschera, di fronte ad altri che ostentano di essere chi non sono, per assecondare la sua presunta follia: è una situazione che arriva a un cortocircuito quando, in un inutile tentativo organizzato dagli amici per farlo rinsavire, Enrico IV finirà per uccidere Belcredi, il vecchio rivale in amore. Ma prima avviene il disvelamento della verità, quando cioè il protagonista confessa di esser guarito da tempo:

«Preferii restare pazzo e vivere con la più lucida coscienza la mia pazzia [...] questo che è per me la caricatura, evidente e volontaria, di quest'altra mascherata, continua, d'ogni minuto, di cui siamo i pagliacci involontarii quando senza saperlo ci mascheriamo di ciò che ci par d'essere [...] Sono guarito, signori: perché so perfettamente di fare il pazzo, qua; e lo faccio, quieto! - Il guajo è per voi che la vivete agitatamente, senza saperla e senza vederla la vostra pazzia.»

È una visione pessimistica dell'esistenza: tutto è finzione, per cui vale la pena vivere nella finzione esplicita: è pur sempre una forma di aderenza alla realtà. Ma di fronte al delitto, per evitare il carcere, a Enrico IV non rimarrà che fingersi nuovamente pazzo:

«Ora sì... per forza... [...] e per sempre!».

Pietro ed Enrico hanno lo stesso atteggiamento: di fronte a una realtà che fa loro paura, di fronte a una condanna probabile per Pietro, certa per Enrico, scelgono la bugia.

Ma c'è una differenza: Enrico alla fine rimane prigioniero della sua stessa falsità e si condanna a vivere in un mondo di menzogna. Pietro invece trova la forza del pentimento, del pianto e del riscatto.

In fondo Pirandello ci ricorda che ogni volta che costruiamo un mondo di menzogna, piccolo o grande che sia, non facciamo che danneggiare noi stessi, costruendo una finta libertà che diventa poi una gabbia. Perché dimentichiamo che «la verità vi farà liberi» (Gv 8, 32).

Ma se cadessimo nella falsità, non dimentichiamo che Pietro ci insegna quanta forza dona il perdono per ripartire.

 

 

 

 

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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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