Martiri dello Yemen: dal «quanto» al «come»
di Giorgio Bernardelli | 09 marzo 2016
Non è che con la smania di lamentarci perché nessuno tratta i nostri morti come meriterebbero, finiamo per non vedere neppure noi il senso più profondo di questo martirio?

suore Yemen

 

Ok l'abbiamo notato tutti: la notizia del martirio delle quattro suore di Madre Teresa uccise venerdì nello Yemen è stata largamente ignorata dai grandi media laici. E chi ne ha parlato lo ha fatto solo in seguito alla dura denuncia in questo senso pronunciata dal Papa domenica all'Angelus.

Detto questo, però, siamo proprio sicuri che oltre al quanto non ci sia da riflettere anche sul come raccontare oggi un martirio come questo, del tutto gratuito e vissuto con un amore tanto indifeso quanto incondizionato?

Lo dico perché - dopo aver passato gli ultimi giorni a raccontare su diverse testate questa storia - sono rimasto parecchio perplesso nel vedermela spuntare a destra e a sinistra sui social network con toni lontani anni luce dallo spirito e dalla lettera della vita donata senza riserve dalle Missionarie della Carità. Avevamo così fretta di avere il loro santino digitale da sbandierare come un trofeo che abbiamo persino fatto girare una foto sbiadita di quattro religiose col sari bianco e azzurro che in realtà non erano quelle uccise ad Aden. L'unica foto che i motori di ricerca associavano alle suore di Madre Teresa nello Yemen l'abbiamo presa subito per buona, anche se si vedeva che era vecchia. Ci serviva l'icona, non capire chi erano davvero queste donne.

Nella foga - poi - ci siamo dimenticati presto che le vittime di Aden non erano quattro ma sedici. Impegnati a prendercela «con i media laici che non ne parlano e non capiscono» ci siano disinteressati delle altre dodici persone morte insieme alle suore. Chi erano? Da quanto raccontato dal Vicariato Apostolico dell'Arabia meridionale sappiamo che almeno cinque erano etiopi. Un giornale indiano parla anche di volontari. Di certo sono persone che sono morte insieme alle Missionarie della Carità e questa non è una sorpresa. Chi ha visitato le loro case lo sa: il loro modo di vivere la misericordia è un seme che non rimane mai solo. È una forza che contagia. E così è stato anche nel loro martirio, che del resto non è un fatto isolato nello Yemen: hanno condiviso la sorte di migliaia di altre persone che hanno perso la vita in maniera altrettanto brutale nell'ultimo anno, per una guerra che preferiamo non vedere ma alimentiamo comunque anche con le nostre bombe made in Italy.

Martiri si è detto subito. Ma non ricorderemo mai abbastanza che la parola martirio non significa morte ma testimonianza. E di fronte a un testimonianza la prima cosa da fare è provare ad ascoltarla fino in fondo. Siamo così sicuri di averlo fatto davanti a queste morti? Siamo sicuri di aver ascoltato proprio tutto ciò che queste vite donate hanno da dirci?

Ieri ha provato a dare voce alle consorelle uccise suor Cyrene, la madre provinciale per l'Italia delle Missionarie della Carità, in un'intervista molto bella realizzata da Antonella Palermo per Radio Vaticana. «Stiamo vivendo nel silenzio, nella preghiera, nell'ascolto della Parola di Dio e della sua volontà, nella sofferenza ma anche nella speranza che tutto questo sia un seme per una vita nuova, per un nuovo inizio», ha raccontato. E ha aggiunto ancora: «Il Papa ha parlato dell'indifferenza e Madre Teresa diceva che l'indifferenza è il più grande male che affligge l'umanità. L'indifferenza ci fa morire dentro. Il cuore non risponde. La misericordia, invece, rende vivo il cuore. All'attacco, alla violenza, all'aggressività si può solo rispondere con il cuore. Il che significa perdonare».

Questo è il senso vero del martirio di Aden. Questa è la notizia che i media laici non riescono a dare; ed è del tutto normale che sia così, perché non la sanno vedere. Ma non è che con la smania di lamentarci perché nessuno tratta i nostri morti come meriterebbero, finiamo per non vederla neppure noi? Non è che stiamo diventando altrettanto ciechi?

Quelli dello Yemen sono i martiri dei nuovi cristiani della Penisola Arabica. Suore asiatiche e africane, non a caso. Asiatiche e africane come le centinaia di migliaia di lavoratori migranti cristiani che vivono oggi in Paesi come gli Emirati Arabi Uniti, l'Arabia Saudita, l'Oman, il Bahrein, lo stesso Yemen prima di questa guerra sanguinosa. Sì migranti, proprio quella parola che oggi ci fa così paura. Sono martiri di un cristianesimo nuovo, ma che è poi quello del ritorno alle origini: debole, precario, indifeso, forte però della sua arma più potente, l'abbraccio della misericordia.

Le Missionarie della Carità saranno sepolte in terra d'Arabia, come le tre consorelle già uccise qui nel 1998. Là dov'è così difficile costruire una chiesa o vivere pubblicamente la propria fede, oggi ci sono delle tombe che parlano. E noi lo sappiamo: il chicco di grano caduto in terra, dopo che muore porta frutto.


P.S.: L'immagine associata a questo articolo è quella con i volti veri delle Missionarie della Carità uccise. È stata diffusa solo ieri, come è logico che sia in una situazione così difficile. Se volete condividere un'immagine utilizzate questa

 

11/03/2016 14:17 Alberto Hermanin
Caro Bernardelli
come sempre i tuoi contributi sono, invece che elementi per una bella polemica che piace sempre, specie se fatta a spese di altri cattolici magari accusandoli di ignoranza, una occasione per guardarsi dentro. Grazie.
Bisogna sempre riflettere sul come, come scrivi tu. Anzi, prima di tutto sul come. Converrai però che anche indignarsi laicamente per una sorta di congiura del silenzio sulle vittime cristiane che perdono la vita come tali e perchè tali, denunciata proprio dal Papa, non è sbagliato.
E' umano che talvolta si scatti quando si osserva che una qualsiasi offesa recata magari ad un esponente di una di quelle categorie "oppresse" o presunte tali nel nostro viziato occidente faccia spargere fiumi di lacrime ai mass media e sui social, mentre il massacro silenzioso continua nell'indifferenza degli stessi presunti cultori dei "diritti umani" (si, mio nonno).
E poi non manca mai qualche fratello di fede che in preda a desiderio di correttezza ti notifica magari che non si capisce perchè tu ti indigni per il silenzio sulle vittime cristiane, visto che ce ne sono anche tante altre, e magari di più, che non sono cristiane: c'è sempre la possibilità di insegnare agli altri come si vive. E di presumere che se piango troppo per un confratello di fede vuole dire che me ne frego degli altri. A tanto arriva il delirio autodistruttivo non dico di molti ma neanche di troppo pochi.
Riposino in pace le sorelle uccise in Yemen. Il loro sangue, che è già seme come scrive Tertulliano, ci induca a riflettere: mentre qui blateriamo il più delle volte su corbellerie, lì si va in croce con Gesù,e senza chiacchiere. Preghino, per noi, saccenti e arguti polemisti....



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Giorgio Bernardelli

Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione e del sito mondoemissione.it, ha lavorato per dieci anni alle pagine di informazione religiosa di Avvenire, quotidiano con cui tuttora collabora oltre che con il portale internazionale di informazione religiosa VaticanInsider. Porta nel cuore Gerusalemme, città a cui ha dedicato diversi libri e che racconta nella rubrica La porta di Jaffa sul sito www.terrasanta.net.

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