Nell'arte
Mani e sguardi per un figlio ritrovato
di Gian Carlo Olcuire | 05 marzo 2016
Con la parola riconciliazione lo bruciamo in un secondo. Ma questo avvenimento così semplice e raro viene da lontano, da una ricerca, da un desiderio che solo la scultura riesce a trasmetterci appieno

arturo martini

 

IL PADRE MISERICORDIOSO
(Arturo Martini, 1926, Acqui Terme, Casa di riposo Ottolenghi)

 

«Quand'era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò».(Lc 15,1-3.11-32)


Ha di buono, la scultura, che va subito al sodo: non distrae con sfondi e colori, né perde tempo dietro alle minuzie, ma porta subito a contemplare un gesto. Che non è un abbraccio qualunque, perché, oltre alle mani, giocano un ruolo fondamentale gli sguardi.

La bellezza dell'opera è tutta qui: in questa sospensione di occhi, pelle, palmi, polsi, spalle, gomiti... che, emozionatissimi, si ritrovano. Ricombaciano. E si riaccolgono: nello sfiorarsi, accarezzarsi, sostenersi, capiscono d'essere migliori e d'avere un futuro insieme.

Questo avvenimento così semplice e così raro - che con la parola riconciliazione bruciamo in un secondo - non dura un secondo: viene da lontano, da una ricerca, da un desiderio. E non è prerogativa di un padre e di un figlio: può succedere tra due amici, due sorelle, due fidanzati, due coniugi, una nuora e una suocera, un professore e uno studente, uno Stato e un altro Stato... che si stancano d'essere lontani e tornano ad amare ciò che hanno in comune. Che è più bello di ciò che li ha divisi.

I due «non ci sono per nessuno», come gli innamorati della poesia di Prévert: a bocca aperta per la meraviglia, lasciano a bocca aperta - e a distanza - anche chi guarda. È un momento metafisico (non a caso amato da De Chirico), da godere e basta, senza prima e senza dopo, senza dare o chiedere spiegazioni, senza altri accanto.

Ciò spiega perché l'incontro tra padre e figlio sia il fotogramma che, in assoluto, ha più commosso gli artisti. Poi ci sono le eccezioni, dovute alla voglia di narrare e legate alle "simpatie" di ogni secolo per una parte del racconto: al Cinquecento (Dürer, Bosch, Beham, Rubens...) piaceva il figlio in tenuta da guardiano di porci; al Seicento (Gherardo delle Notti, Rembrandt, Vermeer...), la dissipazione dei beni; all'Ottocento (Rodin, Doré...), il tormento del figlio.

Alla festa finale - quella con parenti e amici, vestiti e cibi da grandi occasioni - gli artisti non si sono mai sentiti invitati. Incerti se includere o no il guastafeste, che ha "sporcato" il lieto fine della storia, hanno optato, in grandissima maggioranza, per dimenticarlo. E un po' se lo merita chi si dimentica d'essere figlio e fratello. Se n'è ricordato Rembrandt, però confinandolo a lato. Soltanto un pittore francese di fine Ottocento, James Tissot, l'ha ritratto mentre rivendica giustizia, con un'opera non all'altezza del personaggio. Auspichiamo artisti contemporanei capaci di dare peso al fratello maggiore: si ispirino pure a noi, sempre più incapaci di gioire del perdonare e dell'essere perdonati.

 

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Gian Carlo Olcuire

Gian Carlo Olcuire è un grafico. Che si sente realizzato quando riesce a far guardare le parole come se fossero immagini e a far leggere le immagini come se fossero parole. Lavora soprattutto per il mondo cattolico ed è appassionato di linguaggi, soprattutto dell'uso (o abuso, disuso, riuso) che se ne fa nel mondo cattolico.

 

 

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