ROBE DI RO.BE.
Il prete «in crisi»? In adozione in famiglia
di Roberto Beretta | 29 febbraio 2016
Un'esperienza interessante. Ma mi chiedo: perché in tutte le altre situazioni è così difficile che un prete viva insieme a una famiglia?

Un amico mi racconta un'esperienza interessante; una grande diocesi del Nord ha aperto una casa per preti «in crisi» (ce ne sono tante in giro), ma stavolta con una caratteristica particolare: lì i sacerdoti vivono in una normale famiglia, vengono «adottati» cioè da una coppia e abitano con essa e i loro figli, in un contesto del tutto quotidiano.

Mi è venuto un sorriso: devono dunque andare «in crisi», i poveri preti, per poter sperare di tornare a vivere in una famiglia... Finora infatti avevo sentito di istituti religiosi particolarmente dedicati alla cura dei sacerdoti che patiscono problemi con la loro vocazione, di gruppi di mutuo aiuto tra parroci etilisti, di psicoterapie per preti con patologie sessuali, e così via. Che bello ora sapere che qualcuno ha trovato «terapeutico» un ambiente quotidiano come quello familiare, con la sua routine e i suoi alti e bassi, per persone che professano il celibato e per status sono condannati a vivere solitari.

Però mi chiedo ancora: ci voleva tanto? Che ai nostri sacerdoti sia richiesto di rimanere scapoli, forse si può capire o addirittura giustificare, almeno storicamente; ma per abitare da soli, quale ragione esiste? Perché le canoniche, tanto spesso vaste e silenziose, devono «per forza» restare semi-disabitate; perché non si aprono le porte di conventi e parrocchie alle famiglie, ai bambini, alla vita?

Le so già alcune risposte: non è conveniente che un prete conviva con altre persone; un uomo dello spirito ha bisogno di riservatezza; sarebbe meno libero di fronte ai parrocchiani; si creano rapporti privilegiati e si rischia di fare differenze con le altre famiglie; non sarebbe facile nemmeno trovare una famiglia che accetti l'intrusione di un terzo adulto; e così via... Ragioni che indubbiamente vanno considerate, ma che di sicuro non sono «teologiche»: il prete potrebbe vivere in famiglia, non c'è nulla che lo impedisca. E dunque: posto che un sacerdote ne abbia la volontà, e che si trovi la famiglia «giusta», perché non succede praticamente mai?

Mi stupisco infatti di non conoscere esperienze del genere, a parte qualcuna che ha comunque i crismi dell'eccezionalità (religiosi che coabitano in una comunità di famiglie, il prete e la coppia che hanno fondato un centro di spiritualità familiare...). Esistono senza dubbio canoniche dove risiedono famiglie, spesso coppie che svolgono attività pastorale in una parrocchia dove non c'è più il prete: ma non - a mia conoscenza, e spero di essere smentito - case in cui sacerdote e sposi vivano insieme.

Perché questa autentica «anormalità»? Perché due millenni di civiltà cristiana hanno prodotto in Occidente generazioni di «single» più o meno forzati, condannati non soltanto al celibato ma alla vita solitaria? Si può sostenere che la castità per un ministro di Dio sia obbligatoria; ma la convivenza familiare? Eppure è così e - mentre si parla di futuri sacerdoti sposati - nessuno nemmeno sfiora ciò che sarebbe già possibile: il prete in famiglia.

Un parroco che vivesse insieme a una o due famiglie ne avrebbe certamente beneficio, sia per la sua vita personale sia per la pastorale. E invece i due modelli cattolici paiono due assoluti che non si vogliono toccare... Ma se davvero crediamo che queste diverse vocazioni abbiano in sé ricchezze e felicità, perché mai non abbiamo mai pensato di contaminarle?

 

07/03/2016 14:24 Letizia
A San Giuliano Milanese tutti gli addetti al culto (i preti, parroci e non, i diaconi e le suore) si ritrovano tutti insieme due mattine la settimana per tutto l'anno.
Una mattina è dedicata a riflettere e condividere sulla Parola di Dio della domenica successiva, la mattina successiva a confrontarsi sui problemi concreti della pastorale della città.
Almeno una delle due mattine si conclude con un pranzo comunitario.
E' un confronto, una pastorale d'insieme, che va avanti da molti anni e, a quel che risulta, con soddisfazione sia da parte degli addetti al culto sia da parte dei parrocchiani, che vedono i propri pastori non cadere in situazioni di isolamento e tristezza.
A mio parere è una soluzione più idonea di quella riferita da R. Beretta perché più consona alla natura del tipo vita richiesto a preti e religiosi di parrocchia.



07/03/2016 14:17 gioia avella
premesso che non ho letto nessuno dei commenti fin qui espressi rispondo soltanto alla domanda che lo scritto di Beretta ha posto a noi ed a me che lo condivido: "perchè arriviamo sempre in ritardo?" e per me la risposta viene dalla idea che vige nel nostro mondo "mortificazione come viatico di salvezza" dimenticando la "risurrezione" di li la gioia che dovrebbe essere ciò che esprimiamo coi nostri comportamenti per coloro che incontriamo nel nostro cammino che ci rende "lieti di diffondere la buonanovella" della venuta del FigliodiDio per salvarci...e il suo SACRIFICIO che ci ha salvati una volta per tutti rendendoci suoi fratelli (sempre che ci si uniformi a Cristo nella vita vissuta) Gioia


07/03/2016 10:22 gioia avella
premesso che non ho letto nessuno dei commenti fin qui espressi rispondo soltanto alla domanda che lo scritto di Beretta ha posto a noi ed a me che lo condivido: "perchè arriviamo sempre in ritardo?" e per me la risposta viene dalla idea che vige nel nostro mondo "mortificazione come viatico di salvezza" dimenticando la "risurrezione" di li la gioia che dovrebbe essere ciò che esprimiamo coi nostri comportamenti per coloro che incontriamo nel nostro cammino che ci rende "lieti di diffondere la buonanovella" della venuta del FigliodiDio per salvarci...e il suo SACRIFICIO che ci ha salvati una volta per tutti rendendoci suoi fratelli (sempre che ci si uniformi a Cristo nella vita vissuta) Gioia


06/03/2016 22:16 Nunzia Rubino
Dal punto di vista del prete in crisi fare esperienza di ospitalita' in una famiglia puo' essere molto utile. Ma il fatto e' che le nostre famiglie nucleari sono sempre piu' chiuse. Non e' che non si ospita il prete, non si ospita nessuno. Conoscete qualche famiglia che ha ospitato un uomo qualsiasi celibe non prete? E se io fossi un uomo solo non prete, potrei chiedere ospitalita' ad una famiglia. Il prete e' solo, vero. La solitudine e' brutta, vero. Lo e' per tutti, preti e non preti.


03/03/2016 16:26 Pietro B
Luca: . Non è vero questo, ed è giusto che il sacerdote abbia tempi per la solitudine, la preghiera, l'ascolto delle persone della comunità...
Ma qui il probl è proprio che qs tempo NON gli resta!!! Circa 25 anni fa qs già emergeva in una mia indagine, e da allora il numero dei preti è sceso drammaticamente, l'età media aumentata, le incombenze cresciute.. Tira tu le somme.



03/03/2016 14:06 E. D.
Condivido e rigrazio Luca per il suo commento vorrei però rispetto a questa osservazione
"Se uno si spende per la sua comunità e trova gioia in questo, non credo senta il bisogno di vivere con famiglie proprio come abitazione" far notare: di che comunità stiamo parlando? Purtroppo a mio avviso è il prete per primo che si trova a vivere in comunità che hanno perso la connotazione di comunità perchè sono diventate unità pastorali dove lui stesso è messo alla prova da mille incombenze e da parrocchiani frustrati insoddisfatti (i più bravi che rimangono perchè gli altri se ne vanno). Allora forse ci sarà anche una famiglia particolarmente vicina a questo prete ma la massa prende le distante da una chiesa che in teoria vuole essere di tutti e raggiungere tutti di fatto non raggiunge nessuno o i pochi "fedeli" e continua ad avvitarsi su sè stessa. Il prete (se è un prete coscienzioso) vive per primo sulla sua pelle questi paradossi e da solo ne porta il peso perchè nelle alte sfere non si ha il coraggio di porre mano a qualche apertura o cambiamento. Allora forse la sua solitudine di prete di campagna non in carriera, diventa segno concreto di cosa vuol dire essere pastore. Il prezzo è davvero troppo alto...



03/03/2016 12:57 CLAUDIO TAVERNA
Basta guardare don Matteo alla TV.


03/03/2016 08:32 Luca
Mi pare che con il pontificato di Francesco (ma a dire il vero già con quello di Benedetto) il tema della solitudine del prete sia stato affrontato e sia in discussione. Non vedo dunque tutta questa negatività e ritardo da parte della Chiesa che, pur con i suoi tempi e modalità talvolta lunghe, si interroga per aggiornarsi. Mi sembra che l'autore riduca un po' semplicisticamente le obiezioni circa il bisogno del prete di essere solo, di avere i suoi spazi. Aggiugno poi che le esperienze di famiglie che vivono insieme è talvolta accompagnata da eccessiva enfasi: sono tanti piccolo fuocherelli che da anni ci sono un po' in giro, ma talvolta chiudono e/o sono esperienze dure di grande fatica umana come è comprensibile come tutte le esperienze di comunità (i religiosi insegnano, in bene e in male). In concreto: è vero che la vita del prete sia stata di fatto molte una volta una "condanna alla solitudine" come la chiama l'autore. Prima però di pensare alla soluzione "facile" del vivere in famiglia, bisogna capire le cause: il perché di questa solitudine, il perché non ha trovato o non trova sostegno nel presbiterio, il perché non senta famiglia già la sua comunità. Se uno si spende per la sua comunità e trova gioia in questo, non credo senta il bisogno di vivere con famiglie proprio come abitazione. Non condivido quindi nell'articolo un pensiero non dichiarato espressamente ma che di fatto im pare traspare: il sacerdozio è una vocazione uguale a quella di un marito, una moglie e una famiglia. Non è vero questo, ed è giusto che il sacerdote abbia tempi per la solitudine, la preghiera, l'ascolto delle persone della comunità. Le fatiche di una vita non basta mescolarle con quelle di un'altra vita, però certo vanno custodite e accompagnate insieme.


02/03/2016 15:57 Alberto Farina
Il prete è intoccabile perché intorno a questo modo di essere dei preti si è costituita la Chiesa, almeno dal Concilio di Trento in poi. Un modello che indubbiamente ha dato i suoi frutti, ma che ora, mutate le condizioni sociali, non tiene più. Mentre prima la solitudine del prete (pur circondato da mamme, nonne, zie, perpetue e quant'altro) era compensata da un ruolo riconosciuto ben oltre i confini ecclesiali, oggi tale condizione non trova alcuna forma di bilanciamento. Il fatto è che non c'è la volonta di ammettere che "il re è nudo" e che questo tipo di prete ha fatto il suo tempo. L'esperienza raccontata da Beretta è interessante e, quanto meno, aiuterà questi preti a capire che cosa vuol dire la vita di una famiglia normale, con i suoi ritmi, le sue fatiche e le sue impagabili gioie. La solitudine dei sacerdoti dipende anche, infatti, dalla mancanza di sintonia fra chi vive una condizione comune e chi, invece, conduce la propria esistenza secondo modalità che sono molto diverse. Un esempio: gli spazi in cui i sacerdoti, generalmente abitano.


02/03/2016 07:47 Pietro B
Forse la crisi è così profonda che nn bastano ritiri in famiglie o conventi:
http://sperarepertutti.typepad.com/sperare_per_tutti/2016/02/una-chiesa-che-perde-di-significato.html



29/02/2016 22:32 Alfredo Ravara
A Cavriglia prov. di Arezzo una famiglia insieme al sacerdote coabitano e portano avanti la pastorale parrocchiale.


29/02/2016 21:08 remo quadalti
C'è un bel esempio a Modena. Dove il nuovo vescovo, don Erio il Castellucci, ha scelto di vivere in vescicale con una famiglia di origini albanesi


29/02/2016 19:01 fab
Lo stile di vita del sacerdote dovrà cambiare, e di molto.
Le comunità cristiane sono e saranno sempre più piccole e compatte.
Le risorse (anche economiche) per il clero non saranno più garantite come oggi.
Non so come, ma certo nuove esperienze e stili saranno necessari.



29/02/2016 15:56 Federico B.
Quando ero piccolo io molti sacerdoti vivevano con i genitori, le zie, le sorelle (zitelle o anche sposate: conoscevo un sacerdote che dopo la morte prematura della sorella continuò a vivere per molto tempo con il cognato vedovo, che faceva da sacrestano): si chiamavano familiari del clero ed erano segno che la vocazione sacedotale, a cui rispondeva un giovane, convolgeva comunque tutta una famiglia.
I familiari del seminarista si interrogavano e alcuni di loro finivano per seguire il giovane sacerdote nelle canoniche dove era destinato dopo l'ordinazione.
Oggi i giovani sacerdoti sono soli e i familiari, quando non si oppongono apertamente alla vocazione nascente, restano indifferenti e lontani.
Questo dovrebbe far riflettere.



29/02/2016 14:15 A. V.
Emblematico il caso del grande teologo Von Balthasar che visse per alcuni anni presso la famiglia di Adrienne.


29/02/2016 13:22 Pietro B
Trovo di pessimo ( e bigottesco gusto ) il " E tu che fai".
VN non è il confessionale. E Giufa il giudice supremo.
Adm pf confermi.



29/02/2016 11:12 Emilio Giufa
Ma se, oltre allo "stupore" di non conoscere esperienze di famiglie che hanno ospitato sacerdoti in difficoltà, il buon Beretta ci raccontasse di quella volta in cui la sua famiglia ha aperto porte e cuore a quel sacerdote in crisi?


29/02/2016 10:56 Pietro B.
Mi permetto di correggere il "due millenni" di Beretta:con UN millennio. Il secondo.
Infatti nel primo millennio i parroci potevano sposarsi.. ( nel secondo convivere ^--^)



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Roberto Beretta

Roberto Beretta, giornalista e saggista. Ha scritto una ventina di libri, tutti di argomento religioso, di «destra» (Storia dei preti uccisi dai partigiani , Il lungo autunno, controstoria del Sessantotto cattolico ) e di «sinistra» (Chiesa padrona , Le bugie della Chiesa ). L'ultimo è appena uscito e si intitola La santa puttana. È assessore alla trasparenza e alla sicurezza della sua città, Lissone, per una lista civica. Ha due figli e ancora una gran voglia di dire la sua.

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