La peccatrice, o del dolore redento
di Sergio Di Benedetto | 28 febbraio 2016
«Poiché non ho aspettative, tu non mi deludi mai». Forse questa fu l'esperienza della peccatrice. Forse la portò davvero a seguire fino alla croce chi l'aveva risollevata.

La tradizione ha identificato la peccatrice che piange teneramente sui piedi di Gesù e li asciuga con i suoi capelli (Lc 7,36-50) nella figura della Maddalena. Probabilmente a torto, mettendo insieme due figure tra loro diverse, come tanti esegeti hanno scritto in questi ultimi anni. Certamente Maria di Magdala ebbe un passato burrascoso, se Marco dice che il Signore l'aveva liberata da «sette demoni» (Mc 16,9). Ma anche quell'espressione nella Bibbia può significare tante cose.

Su un dato, però, tutti gli evangelisti sono concordi: raccontano che sotto la croce - là dove gli uomini non seppero arrivare per paura, ad eccezione di Giovanni - si trovano le donne. Non dovremmo dimenticarlo: l'amore viscerale (misericordioso) delle donne, non solo della Madre, è stato capace dove l'amore maschile ha fallito. E allora mi piace immaginare che comunque - fosse la Maddalena oppure no - sotto la croce ci fosse anche la peccatrice.

Mi piace vedere in lei l'icona del dolore redento: possiamo solo immaginare quanto dovette soffrire durante la sua vita, e quanto il suo desiderio di amore vero, puro e gratuito avesse trovato risposta in Gesù di Nazareth. Quelle ferite inferte da uomini che bramavano solo il suo corpo trovarono guarigione in un Maestro che non solo parlava di amore, ma anche amava come nessun altro sapeva fare, un amore che la donna peccatrice non aveva mai avuto la gioia di sperimentare.

Per questo, credo, seguì sotto la croce Gesù: per gratitudine, per affetto, per amore. E non posso evitare di pensare a quanta disperazione ci fosse nel suo cuore nel vedere lo spettacolo di quella morte.

Quell'uomo le fece conoscere la misericordia senza limiti di Dio: «Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato». È un dolore redento, salvato, perché accolto dall'abbraccio di Dio in assoluta gratuità. C'è un solo criterio: per capire l'ampiezza dell'amore del Padre bisogna amare. È quanto siamo invitati a fare in modo particolare in questo anno giubilare.

Di questo dolore redento parla Il rifugio, dello scrittore americano W. Paul Young.

Il protagonista, Mack, è un uomo profodamente ferito: dopo un'infanzia difficile, si ricostruisce una vita, grazie all'amore della moglie Nan. Tuttavia la pace conquistata viene sconvolta dal terribile omicidio della figlia minore della coppia, Missy. Mack precipita nell'abisso del dolore, arrivando all'indifferenza rabbiosa verso Dio, ma lì verrà a prenderlo il Padre, che si manifesterà all'uomo proprio nel luogo della sua sofferenza più atroce: il rifugio in cui la piccola Missy è stata uccisa.

Sarà in quel vecchio capanno che Mack avrà la possibilità di parlare con tre uomini misteriosi, immagini della Trinità, che gli riveleranno la strada della salvezza. Essa passa innanzitutto dal principio base della gratuità dell'amore ricevuto. Così infatti afferma il Padre:

«Sei stato creato per lasciarti amare. Così per te vivere come se non fossi amato è una limitazione, non una liberazione».

È l'esperienza della peccatrice: lasciarsi amare, e da qui partire per amare, in modo dinamico e coraggioso. Non diversamente lo Spirito, nelle sembianze di un'eterea fanciulla, dice a Mack:

«Io sono un verbo. Io sono ciò che sono. Sarò ciò che sarò. Io sono un verbo! Io sono viva, dinamica, sempre in attività, e in movimento. Sono un verbo vivente. [...] E poiché la mia stessa essenza è un verbo [...], sono più in sintonia con i verbi che con sostantivi. Verbi come confessare, pentirsi, vivere, amare, reagire, crescere, mietere, cambiare, seminare, correre, ballare, cantare, e tanti altri. Gli umani, al contrario, hanno il brutto vizio di prendere un verbo, vivo e pieno di grazia, e trasformarlo in un sostantivo inerte o in un principio che puzza di regole: qualcosa che cresce, vive, muore.»

Il rifugio è un romanzo che, pur non alieno da qualche caduta retorica, ha il merito di suggerire la vicinanza di Dio, di farlo sentire compagno di vita, anche là dove la tenebra sembra impenetrabile. Uno dei fulcri attorno a cui ruota la redenzione di Mack è la comprensione della differenza tra attesa e aspettativa. L'aspettativa imprigiona l'altro nel nostro desiderio, causando frustrazione quando essa non viene soddisfatta. L'attesa invece lascia spazio alla libertà e alla fantasia, costruendo relazioni e non paralizzando l'altro negli schemi dei nostri bisogni: l'attesa è di Dio (come dimenticare il Padre misericordioso che attende il figliol prodigo?), l'aspettativa è dell'uomo, come conferma il Padre a Mack:

«Ciò che provo è una costante, palpitante attesa all'interno della nostra relazione, e ti offro la possibilità di rispondere e reagire a tuo piacimento a ogni circostanza in cui ti trovi».

Dio non ha aspettive verso l'uomo: è amore donato senza pretese, e senza il rischio di delusioni:

«Poiché non ho aspettative, tu non mi deludi mai».

Forse questa fu l'esperienza della peccatrice. Forse la portò davvero a seguire fino alla croce chi l'aveva risollevata. E, proprio per questo, l'averla così a lungo identificata con la Maddalena - colei che prima fra tutti, ricevette la visita del Risorto al mattino di Pasqua - ci dice comunque qualcosa: che il suo dolore ormai era definitivamente redento e non aveva più potere su di lei. Poteva far spazio alla novità della vita di Dio, alla redenzione universale.

 

 

 

 

 

29/02/2016 11:21 Yolanda
"L'aspettativa imprigiona l'altro nel nostro desiderio, causando frustrazione quando essa non viene soddisfatta. L'attesa invece lascia spazio alla libertà e alla fantasia, costruendo relazioni e non paralizzando l'altro negli schemi dei nostri bisogni"
Quanto è importante questa differenza nei vari contesti odierni . Quanto incide nella costruzione di relazioni dove c'è spazio per non solo libertà fantasia e creatività, ma anche per fiducia e speranza. L'attesa fa guardare anche con attenzione a quelle impreviste e provvidenziali occasioni impossibili da vedere se prigionieri dei propri bisogni o desideri. Ma non è così facile sentirsi amati dal Padre come descritto. Anche la peccatrice ha avuto bisogno dell'incontro con un uomo come Gesù.



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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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