Nella letteratura
Giovanni, o della fedeltà
di Sergio Di Benedetto | 20 febbraio 2016
Il discepolo sotto la croce come il «prete spugna» messicano narrato da Graham Greene: «Gli parve che sarebbe stato così facile essere un santo. Sarebbero bastati un po' di autodisciplina e un po' di coraggio»

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Racconta il Vangelo di Giovanni che «Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.» (Gv 19, 25-27).

Gli esegeti non sono sempre concordi nell'identificazione del discepolo amato di cui parla il quarto Vangelo, ma io prendo per valida l'ipotesi che si tratti dello stesso Giovanni.

È un particolare non secondario il fatto che sotto la croce si trovasse anche lui: non tutti i discepoli fuggirono impauriti. Giuda tradì, Pietro rinnegò, gli altri scomparvero in quelle ore drammatiche, ma non Giovanni, il più giovane. Giovanni è, forse, colui sul quale meno si sarebbe fatto affidamento, proprio per la giovane età. Non c'erano il focoso Pietro, il testardo Tommaso, ma il ragazzo Giovanni.

È spesso così: quanti godono di meno fiducia perché deboli, fragili, emarginati o semplicemente perché non ancora considerati maturi, ebbene costoro sanno custodire il coraggio della testimonianza. Una testimonianza radicale, tanto da accompagnare Gesù sul Calvario, rischiando una sorte analoga.

Questo perché il debole è veramente presenza di Dio.

Non diversa, mi sembra, è la vicenda raccontata ne Il potere e la gloria di Graham Greene. Nel Messico ndegli anni '30, durante la persecuzione anticristiana operata dal potere politico comunista, un prete fugge di villaggio in villaggio, inseguito da un tenente che lo vuole catturare e fucilare. È l'ultimo prete del Messico: altri sono stati uccisi, o sono rientrati nel mondo laicale sposandosi per non essere condannati a morte.

Questo prete non si è ancora arreso: scappa ma non tradisce.

Sembrerebbe una vicenda agiografica: il sacerdote esemplare che rimane fedele alla sua vocazione. Invece non è così: è un «prete spugna», alcolizzato, padre di una figlia concepita con una donna durante l'ennesima sbornia, incapace di svolgere i suoi doveri sacerdotali con dedizione, impaurito e fuggiasco:

«Gli anni alle sue spalle erano disseminati di analoghe capitolazioni: le festività come i giorni di digiuno e i giorni di astinenza erano stati i primi ad andarsene; poi aveva smesso di darsi la pena di leggere, se non sporadicamente, il breviario, finchè se l'era dimenticato da qualche parte al porto, in uno dei suoi periodici tentativi di fuga. Poi era toccato alla pietra dell'altare: troppo pericolosa portarsela con sé. Non era lecito dire la Messa senza, probabilmente era passibile di sospensione a divinis; [...] La sua vita quotidiana si era riempita di crepe, come una diga, e la dimenticanza si infiltrava nelle fessure spazzando questo e quell'altro. Cinque anni prima aveva ceduto alla disperazione, il peccato imperdonabile [...]. Era un cattivo prete, lo sapeva.»

Ma il prete-spugna alla fine sarà capace di un gesto di fedeltà alla sua scelta giovanile, di fedeltà a quel Cristo che, anche se accontonato, non ha mai smesso di ricordare. Sentirà la nostaglia di quel bene che avrebbe voluto servire, ma che, al contrario, aveva nascosto in una zona d'ombra della propria anima. Penserà che la misericordia di Dio in qualche modo interverrà sulla sua vita tanto meschina. E capirà che la disgrazia più grande, per un sacerdote, è non presentare nemmeno un'anima al Cristo:

«In quel momento, però, non aveva paura della dannazione eterna, e perfino la paura del dolore fisico rimaneva sullo sfondo. Provava solo un'immensa delusione di doversi presentare a Dio a mani vuote, senza un'opera da offrire. Gli parve, in quel momento, che sarebbe stato così facile essere un santo. Sarebbero bastati un po' di autodisciplina e un po' di coraggio. Si sentiva come chi, per pochi secondi, avesse mancato l'appuntamento con la felciità. Adesso sapeva che, alla fine una sola cosa conta veramente: essere santi».

Storie di poveri uomini, peccatori e indegni, attraverso cui passa la grazia e il coraggio della testimonianza.

Dovremmo farne memoria, ogni volta che mettiamo un filtro allo Spirito: forse Lui è già passato, dove meno lo avremo atteso.

 

20/02/2016 18:32 GIOVANNI SPAGNOLO
Come non pensare al prete di Bernanos, quello del "Diario di un curato di campagna", che alla fine della sua vita esclama, riecheggiando Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo: "Che importa? Tutto è grazia"...


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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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