Nella letteratura
Giuda, o dell'assenza di Dio
di Sergio Di Benedetto | 10 febbraio 2016
Dentro la Quaresima guidati da i personaggi dei racconti della Passione. Partendo da quanto scrive Jacopone da Todi sul «sapere digiunare di Dio e soffrirne la mancanza»

GiudaGiotto

Giotto, Il bacio di Giuda (dettaglio), Cappella degli Scrovegni, Padova

 

Per questa Quaresima ho pensato di non scrivere un commento attraverso la letteratura al Vangelo della domenica, come in Avvento, ma osare un altro percorso: riflettere su un personaggio di Quaresima, unirlo a un atteggiamento del cuore e affiancargli poi un semplice testo o un libro, cercando di evitare la traccia della scontato.

Partiamo da Giuda: il traditore, colui che fu destinatario di parole durissime da parte di Gesù: «Guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo è tradito! Bene per quell'uomo se non fosse mai nato!» (Mc 14, 17). L'evangelista Giovanni lo definisce «ladro» perché rubava dalla cassa dei discepoli (Gv 12,6).

Tralasciando la teologia e l'omiletica (ma come dimenticare Nostro fratello Giuda di Primo Mazzolari?), sappiamo che Giuda ha affascinato da sempre la letteratura, da Dante che lo colloca nel fondo dell'abisso infernale (Inferno XXXIV) a Borges (Tre versioni di Giuda), da Eric-Emmanuel Schmitt (la prima parte de Il Vangelo secondo Pilato) e Lanza del Vasto (Giuda) al meno noto Daniel Llitteras (Judas). Parlarne è arduo, ma voglio avventurarmi.

Giuda è un personaggio tremendamente moderno, perché mi richiama "l'assenza di Dio", intesa in due modi.

Il primo: egli cercava un Dio secondo i suoi canoni, i suoi desideri e i suoi progetti. Forse un re, forse un conquistatore. Sicuramente in linea con quanto la casta sacerdotale aveva ritratto nel tempo dell'attesa, quella casta a cui Giuda consegna il Maestro-amico («Amico, per questo sei qui?»", Mt 26.50). Giuda, in fondo, è obbediente al gruppo che deteneva il potere religioso all'epoca poichè la vita del Nazareno lo spiazza, lo disorienta, lo sconcerta. E tradisce.

Mi ha sempre interrogato il bacio a Gesù: che cosa voleva dire con quel gesto? Per indicare alle guardie chi doveva essere arrestato bastava la parola, o un'indicazione: perché un bacio? Non so rispondere...ma so che poi si pente del commercio fatto. Cerca di "ricomprare" il Maestro, invano. Senza più speranza, non gli rimane che il suicidio. Ma ormai il fatto è avviato verso la sua tragica conclusione: la crocifissione.

Giuda è un "senza Dio", perché vende Dio per trenta denari. È uno degli attori della morte del Cristo e questa responsabilità rimane su di lui.

Ma Giuda è anche il sentimento dell'assenza di Dio prima del tradimento: quando decide di vendere Gesù, egli non avverte in Lui il Figlio di Dio. Non riconosce Dio nelle spoglie del Nazareno, che pure lo ha scelto perché condividesse con lui la vita raminga del predicatore.

Dopo il tradimento, ancora più drammatico è il senso dell'assenza di Dio: sconfitto il Maestro, senza più luce, decide di togliersi la vita. Soffocandosi, si strappa l'anelito dello spirito creatore che abita ogni uomo. Il suicidio è una dichiarazione di assenza di Dio. Si uccide perché pentito, si pente perché ha tradito, ha tradito perché non ha più sentito Dio.

Quanti oggi vivono l'assenza di Dio? Un Dio che, forse, si è fatto meno riconoscible, o più silenzioso, in questa epoca?

Quanti, pur avendo fede, avvertono la terribile mancanza di Dio? Quanti vivono la dura prova del suo nascodimento? Basterebbe leggere i diari spirituali di Madre Teresa per cogliere tutto il dramma del nascondimento di Dio.

Eppure, misteriosamente, lì c'è Dio. È la stessa esperienza della croce: dove Dio sembra mancare e tutto grida la sua assenza, misteriosamente egli è presente. Ma non si avverte.

Umanamente questa fede è un atteggiamento eroico, molto più del credere nel periodo dell'abbondanza.

È quanto scrive Jacopone da Todi a frate Giovanni de La Verna. Il pugnace francescano-poeta del '200, fiero avversario di Bonifacio VIII (da cui venne scomunicato e incarcerato), indirizza al confratello ammalato una laude, la numero 68, accompagnandola con una lettera in latino. Su questa voglio soffermarmi, dandone una traduzione mia:

«Ho creduto e credo una grande cosa saper abbondare di Dio. Perché? Perché qui si esercita l'umiltà con il rispetto. Ma ho creduto e credo grandissima cosa sapere digiunare di Dio e soffrirne la mancanza. Perché? Perché qui si esercita la fede senza la testimonianza, la speranza senza l'attesa della ricompensa, la carità senza i segni della benevolenza di Dio. Questi sono i fondamenti sui monti santi. Per questa fondamenta l'anima sale a quel monte di pace in cui si gusta il miele dalla roccia e l'olio dal durissimo sasso».

Fra Jacopone probabilmente scrive partendo dalla sue esperienza di perseguitato. Sono parole di grande bellezza: è nella mancanza di Dio che si esercita la fede vera, la quale non necessita di prove; in quel momento si possono vivere la speranza che supera ogni realtà e la carità gratuita.

Citando il Salmo 86 e Deuteronomio 32, egli ricorda come è dalla prova che si fortifica la fede.

Dove Dio è assente, lì c'è Dio.

È, forse, quello che era chiesto a Giuda e che lui non seppe sopportare, lasciandosi vincere dall'assenza di Dio.

Quaresima è tempo di silenzio e digiuno: a chi si trova a vivere il silenzio e il digiuno di Dio giungano di conforto le parole della lettera di Jacopone e la vicinanza dei fratelli nell'abbondanza.

 

 

10/02/2016 10:52 antonio daniele
http://www.sanmarcoinlamis.eu/2012-09-25-09-37-31/item/2150-durante-l-anno-santo-della-misericordia-non-dimenticatevi-di-giuda?highlight=YToxOntpOjA7czo1OiJnaXVkYSI7fQ%3D%3D


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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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