La giornata dei cappuccini
di Fabio Colagrande | 05 febbraio 2016
Le stesse persone disposte ad affrontare attese di ore per entrare in un padiglione dell'Expo trovano da trogloditi aspettare in fila per pregare davanti al corpo di una persona morta...

padrePio

 

Due li ho venerati e fotografati. Tre li ho intervistati. Uno me lo sono bevuto. Ieri, per me, è stata la giornata dei cappuccini.

Come bravo giornalista cattolico sono andato a San Lorenzo fuori le mura, qui a Roma, per seguire, per poi raccontarla, la seconda giornata della traslazione temporanea delle spoglie mortali dei due santi cappuccini della misericordia: San Pio e San Leopoldo. Una scelta di Papa Francesco per offrire come modello le figure dei due religiosi grandi 'confessori' a tutta la Chiesa, in apertura della Quaresima giubilare.

Partivo prevenuto. Ho una devozione particolare per Padre Pio da Pietrelcina. È legata a motivi familiari, come accade per molti, ma anche alla simpatia che provo verso i suoi atteggiamenti burberi e scontrosi. E' molto più facile identificarsi in un Santo che sbotta e risponde male, piuttosto che in un fraticello paziente e garbato. Gli attacchi e le persecuzioni intra-ecclesiali da lui subite in vita, che ostacolarono il suo cammino verso gli altari, nonché l'obbedienza e l'umiltà con cui le sopportò, lo rendono per me, come per molti, un modello di santità cristiana singolare e affascinante.

Attratto dai paradossi, m'incuriosiva non poco anche la figura del piccolo San Leopoldo, cappuccino di origini croate, anche lui grande confessore, capace di rendere il suo fisico fragile insuperabile strumento della misericordia divina. Collocato nella sua urna trasparente accanto al più famoso collega di Pietrelcina, sembrava idealmente fargli da spalla. Giunto a Roma da Padova umilmente in anticipo, rispetto all'illustre confratello proveniente da San Giovanni Rotondo, può approfittare di questa platea giubilare eccezionale per acquisire la notorietà che merita.

Certo, confesso di essere fra quelli che si erano dichiarati un po' perplessi di fronte a queste come ad altre traslazioni di spoglie mortali dei santi. Quasi che questi riti di riesumazione ed esibizione pubblica dei resti mortali mi suonassero irrispettosi del riposo eterno degli stessi. Ma doveri professionali e devozione avevano prevalso.

Recandomi in basilica, mi risuonavano però nella mente gli aspri sfottò ormai proliferanti in rete, in tv e sulla stampa. Sia la traslazione, il viaggio, più o meno blindato, delle salme, come le processioni dei devoti adoranti, sono bollati da giorni da molti come riti tribali, bieche superstizioni. 'Adoratori di cadaveri', 'roba da medioevo peggio dell'Isis', sono i discutibili e contraddittori commenti pubblicati in queste ore per cercare di coprire di ridicolo l'iniziativa giubilare.

Giunto al Verano, trascorse un paio d'ore fuori e dentro la Basilica, fra pellegrini in paziente attesa, ma anche accanto alle due urne a prova di proiettile e nella sacrestia, intervistando alcuni cappuccini, me ne torno in redazione con un'impressione positiva. Niente scene isteriche o folkloristiche, pochi selfie accanto alle reliquie, solo uno sfilare silenzioso e orante di una folla composta in gran parte da anziani, ma anche da disabili. Intervistati, i pellegrini raccontano spesso di aver ottenuto una grazia speciale, o addirittura un miracolo, da padre Pio, quasi sempre la guarigione di una persona in pericolo di vita. Ma lo dicono senza enfasi, con semplicità e un po' di pudore.

Resta il coro degli indignati. Siano non credenti, anticlericali, o cattolici spregianti il devozionismo popolare, il loro cinico disgusto, il loro sarcasmo, la caustica ironia con cui dipingono questo popolo credente m'interroga. Per deformazione cattolica, non riesco a non leggervi una domanda, quasi una richiesta.

Le stesse persone disposte ad affrontare attese di ore per entrare in un padiglione dell'Expo o acquistare l'ultimo smart-phone trovano da trogloditi aspettare in fila per pregare davanti al corpo di una persona morta. Gli stessi che considerano un rito antropologicamente intrigante e ricco di significato culturale l'adorazione di una statuetta di legno praticata da certe tribù africane, alzano il sopracciglio infastiditi di fronte alla vecchietta che bacia l'urna del Santo delle stimmate.

Cos'è che li irrita? L'ingenuità con cui si crede ai miracoli? O forse quella capacità di trovare ragioni di speranza e fiducia in quei 'cadaveri' di due 'uomini di Dio' che diventano quasi un ponte verso l'assoluto, il trascendente?

Conosciamo tutti i pregi, mai abbastanza sottolineati, come i limiti, della religiosità popolare. Eppure ho la sensazione che questi due cappuccini di provincia 'dormienti', rinchiusi nelle loro teche di vetro, capaci ancora di suscitare fede e consolazione, siano una provocazione insostenibile e allo stesso tempo salutare per la nostra vite razionali veloci, globalizzate, hi-tech, iperconnesse, ma spesso piene di angoscia e solitudine.

 

 

11/02/2016 16:36 Alberto Hermanin
Pare che ci azzeccassi sulla scarsa eco del contributo di Fabio Colagrande. Io spoeravo che chi molte volte ha stigmatizzato le processioni come vecchiume trionfalistico ci dicesse la sua anche stavolta. Già mi leccavo i baffi all'idea di difendere questa scelta del Santo Padre. Invece niente. Pazienza.


09/02/2016 21:54 carlo riviello
contributo pregevole davvero, Fabio, condivido tutto, come ovviamente di Alberto.
in tema di religiosità popolare, a don Angelo suggerirei - se non li conoscesse già - una scorsa agli studi di Ernesto De Martino e Gabriele De Rosa.



09/02/2016 14:26 Alberto Hermanin
Noto con un certo interno sogghigno, caro Fabio, i pochi commenti a questo tuo pregevle contributo. Vuole il caso che mia figlia sia stata bloccata nel suo rientro a casa proprio dalla traslazione delle salme dei due santi a San Salvatore in Lauro. Ha notato i molti che pregavano, ha sentito i pochi che imprecavano e bestemmiavano contro questa idolatria che li ha fatti ritardare di un quarto d'ora nel rientro a casa. Alla fine, dopo aver fatto notare ai simpatici bestemmiatori che cose di questo genere accadono per ogni manifestazione pubblica, a cominciare da quelle sindacali o politiche, e aver chiesto come mai tanti simpatici insulti questi cuor di leone non li facciano quando si imbattono in analoghi casi di manifestazione, per esempio a quelle di forza nuova, si è messa a pregare pure lei. Il raccontino serve a far capire una cosa: mia figlia, come me, è lontanissima, per sensibilità religiosa e culturale, da queste forme di pietà popolare. Nè io nè lei sentiamo tuttavia la necessità di insegnare a nessuno il religiosamente corretto.
Tanto più che stavolta non si tratta di biechi vescovi di provincia che fanno processioni di dubbia credibilità magari con inchino al boss mafioso. Eh no, stavolta a volere tutta questa ammuina è stato LUI, il rifondatore del cristianesimo, come il povero Francesco viene sovente indicato. E quindi, acqua in bocca.



05/02/2016 16:43 don Angelo
Forse questo fenomeno merita una lettura più approfondita però. Tante perplessità e profonda estraneità al sentire che ho della fede cristiana. Che è davvero popolare. Ma in questo senso?


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Fabio Colagrande

Fabio Colagrande, nato a Roma a metà dei favolosi anni Sessanta, lavora da vent'anni alla Radio Vaticana come giornalista e conduttore di programmi in diretta. Collabora con L'Osservatore Romano e altre testate cattoliche. Per alcuni anni, ai microfoni di Radio Due, si è occupato di cultura e intrattenimento.

Autore, regista e attore di teatro, per diletto, nel 1995 ha fondato una compagnia tuttora sulla breccia. Felicemente sposato, ha due figli, che spera mettano su un gruppo rock e lo facciano cantare, ogni tanto. Cura un blog personale intitolato L'anticamera del cervello.

 

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