Quei sorprendenti «cristiani per scelta»
di Fabio Colagrande | 29 novembre 2010
Leggendo nel libro «Luce del mondo» l'identikit che il Papa traccia dei discepoli di Cristo si scopre che dovrebbero essere più uomini del dialogo che apologeti

«E la Chiesa si rinnova» cantava con un sorriso caustico Giorgio Gaber negli anni ’90. L’artista condensava così, con la consueta finezza espressiva, non esente da un po’ di vetriolo anti-clericale, il diffuso scetticismo sulle reali capacità della Chiesa del dopo-concilio di rinnovarsi davvero.

Naturale che, ancora influenzati da quel pregiudizio, e da quello che descrive come un «Pastore tedesco» conservatore e tradizionalista l’attuale Papa, molti di noi siano sobbalzati sulla sedia leggendo il titolo di uno dei capitoli del libro-intervista Luce del Mondo, frutto di un colloquio tra  Benedetto XVI e il giornalista Peter Seewald. Il capitolo 15 s’intitola infatti «Come avviene il rinnovamento?» e contiene, come d’altra parte molte pagine del volume, brevissimi, ma preziosi, direi profetici, spunti di riflessione.

Di fronte all’avanzata inesorabile della scristianizzazione, già da tempo c’è chi prefigura una nuova comunità cristiana occidentale, ridotta, ma più forte. Come se in Europa la selezione della secolarizzazione possa raffinare la Chiesa, lasciando al suo interno solo i migliori. E cioè coloro che hanno resistito all’assalto della mondanità e abbarbicati alla tradizione resistono valorosi.

Nelle sue profonde meditazioni Benedetto XVI disegna, secondo me, uno scenario diverso. Se è vero che anche in Occidente la Chiesa di massa si avvicina alla sua fine, Benedetto XVI, con lo sguardo di speranza della fede, scorge nel presente un nuovo cristianesimo, quello «per scelta convinta». Un nuovo modo di vivere la fede in Cristo come scelta consapevole e non più come consuetudine culturale, sociale, familiare. Un cristianesimo da ravvivare e diffondere – dice il Papa – in modo che «più persone di nuovo vivano e professino coscientemente la propria fede».

È facile intuire che proprio da questa nuova generazione di «cristiani per scelta» la Chiesa si aspetta la nuova evangelizzazione di cui già parlava Giovanni Paolo II. Sbaglierebbe dunque chi volesse descriverli come degli eroi della «resistenza», soldati asserragliati in un’anacronistica cittadella. Tutt’altro.

Sembra piuttosto che dai nuovi, consapevoli, discepoli di Cristo il Papa si aspetti, oltre alla capacità di distinguersi dalla «contro-religione» del relativismo, quella di assumere «la modernità buona e giusta». Il coraggio di rigenerare la propria religiosità, trovando «nuove forme espressive e di comprensione», per tradurre in modo nuovo le grandi e vere formule della fede. Insomma uomini del dialogo, non apologeti.

Ne viene fuori l’immagine di una Chiesa rinnovata perché in grado di comunicare davvero con la modernità e dunque più efficace nella missio ad gentes. Capace di sviluppare il dialogo fede-ragione, di colloquiare con le altre culture e con  la scienza. Una Chiesa che sappia creare un «Cortile dei gentili» dove incontrare i non-credenti interessati a Dio. Insomma, sembra proprio che spetti a questi nuovi «credenti per scelta» riscoprire il cristianesimo come «incontro», quell’incontro con una Persona, Gesù Cristo, «che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Deus Caritas est, 1).

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Fabio Colagrande

Fabio Colagrande, nato a Roma a metà dei favolosi anni Sessanta, lavora da vent'anni alla Radio Vaticana come giornalista e conduttore di programmi in diretta. Collabora con L'Osservatore Romano e altre testate cattoliche. Per alcuni anni, ai microfoni di Radio Due, si è occupato di cultura e intrattenimento.

Autore, regista e attore di teatro, per diletto, nel 1995 ha fondato una compagnia tuttora sulla breccia. Felicemente sposato, ha due figli, che spera mettano su un gruppo rock e lo facciano cantare, ogni tanto. Cura un blog personale intitolato L'anticamera del cervello.

 

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