Nella letteratura
Famiglia: voler bene e (è) perdonare
di Sergio Di Benedetto | 27 dicembre 2015
Etty Hillesum (come nel brano di Gesù dodicenne al Tempio) ha il coraggio di ammettere che c'è un tempo in cui un figlio capisce che voler bene ai propri genitori significa in primo luogo perdonarli. E non è una diminuzione dell'amore

La pagina del Vangelo che leggiamo il giorno della festa della santa Famiglia è molto consolante: anche i genitori di Gesù hanno provato incomprensione, smarrimento e angoscia per il proprio figlio, così come Lui ha conosciuto la difficoltà di essere capito. È la storia di ogni famiglia: genitori, figli, tensioni, custodia delle gioie e delle tristezze della vita familiare.

Nessuno è immune da tutto ciò. Spesso però si sottolinea lo sforzo dei genitori nel crescere i figli, trascurando le fatiche dei figli nell'essere cresciuti dai genitori.

Lo ricorda bene Etty Hillesum, intellettuale olandese di origine ebraica, morta ad Auschwitz nel 1943, autrice di uno dei diari più ricchi, stimolanti e profondi del Novecento:

«È una questione fondamentale, importante e difficile: nel proprio cuore voler bene ai propri genitori. Cioè perdonarli per tutte le difficoltà che ti hanno creato semplicemente con la loro esistenza: difficoltà nell'attaccamento come nella repulsione, e nel peso della loro vita complicata che s'aggiunge alla tua».

Riguardo alle famiglie, spesso sono stati offerti come ideali da raggiungere ritratti edificanti ma poco concreti, abbiamo avuto davanti agli occhi quadretti irreali da santa Famiglia, che la cronaca smentisce assai spesso. La vita, per fortuna, è più complessa e ricca.

Etty Hillesum ha il coraggio di ammettere che c'è un tempo in cui un figlio capisce che voler bene ai propri genitori significa in primo luogo perdonarli. Non è una diminuzione dell'amore, ma è prendere consapevolezza che quell'amore donato non è perfetto.

Si esce bene dal frequente scontro adolecenziale, con il bagaglio di una nuova identità, se si giunge al perdono per quel peso inevitabile che ogni padre e ogni madre pongono sulle spalle dei figli, nel tentativo arduo di educare senza legare a sé:

«Molte persone sono troppo ristrette, troppo chiuse nelle loro idee e così, educando i figli, li legano a loro volta.»

Evitando però, all'opposto, di non rispondere alle proprie responsabilità:

«Mi sembra che i miei genitori siano stati sempre più sopraffatti dall'infinita complicazione di questa vita, e che non siano mai stati in grado di fare una scelta. Hanno lasciato troppa libertà di movimento ai loro figli, non potevano offrirci nessun punto d'appoggio, dato che non ne avevano mai trovato uno per sé; e non potevano contribuire alla nostra formazione perché non si erano mai trovati una forma.»

Il Vangelo di Luca ci ricorda quanto costa voler bene al prossimo, nel senso pieno del termine, cioè colui che ci sta più vicino. I membri di una famiglia sono i prossimi per eccellenza. Questo è il programma che Etty si promette, per voler bene ai più prossimi tra i prossimi:

«Ma questo, in ogni caso, è il programma per il fine settimana: nel mio cuore voler bene a mio padre, e perdonargli se mi sottrae alla mia comoda tranquillità»

Voler bene e (è) perdonare.

In fondo è quello che accade nel Tempio di Gerusalemme tra Gesù, Maria e Giuseppe.

 

01/01/2016 22:02 Marco Tommasino
ritrovo il travaglio di Etty inquesto racconte biblico.
Giuda insegna a suo padre Giacobbe a fare il padre (Gen 43,1-14).
La responsabilità di Giacobbe è di permettere a Beniamino di essere fratello con i suoi fratelli.
Giuda allo stesso tempo prende su di sé la sua responsabilità di fratello, il contrario di Caino.
Poi Giuda affronta Giuseppe (e quattro volte dice che accetta che suo padre sia quel che è, con la sua preferenza per Beniamino; accetta che non sia un padre ideale, consente alla situazione che all’inizio aveva creato odio, volontà di omicidio, menzogna. Addirittura l’amore che aveva scatenato il dramma familiare è ora raccontato da lui con affetto (Gen 44,18-34).



27/12/2015 16:28 antonella mazzei
Ascoltando il brano del ritrovamento di Gesù nel tempio stamane, in chiesa, ho pensato che anche Gesù è stato un adolescente difficile con la sua voglia di autonomia e libertà dalla famiglia per cercare e trovare la sua identità più profonda; e ho pensato alle difficoltà incontrate dai suoi genitori nella relazione con lui. Mi ha colpita la capacità di Maria e di Giuseppe di accettare di non capire il proprio figlio. Ho pensato che, a volte, i rapporti familiari sono incrinati dalla pretesa di voler troppo comprendere e, al fondo seppure inconsapevolmente, voler dirigere la vita delle persone che amiamo, nella pretesa di conoscere ciò che è meglio per loro.
Gesù ci ricorda che il Meglio non ci appartiene ed è nascosto nella nostra relazione, unica e irripetibile, con l'autore della Vita. Essa non è in nostro potere e spesso ci sorprende con la sua fantasiosa libertà di segnare il nostro cammino...



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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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