Dopo COP 21: non basta fare, bisogna cambiare
di Maria Teresa Pontara Pederiva | 19 dicembre 2015
Impegnarsi contro il riscaldamenti climatico va bene, ma è curare il sintomo, non la malattia. Che si affronta solo con l'amore per i fratelli

cop21

 

Bene. L'accordo c'è e molti l'han definito "storico", a partire dal segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki -moon.

Stiamo parlando della Conferenza delle Parti promossa dall'ONU sui cambiamenti climatici (COP 21) che si è chiusa a Parigi l'11 dicembre con l'approvazione, da parte di 195 paesi, di una risoluzione che contiene quanto non era mai stato raggiunto neppure per il Protocollo di Kyoto, dove gli Stati Uniti, per fare un esempio, si erano defilati (e senza troppa eleganza).

Ma in questa occasione c'è un altro elemento da registrare: il coinvolgimento diretto della Santa Sede. Un elemento inedito (di cui forse non sapremo mai la portata effettiva), che ha giocato un ruolo determinante anche a livello di opinione pubblica, e non solo cattolica.

Ai giornalisti che, sul volo verso Manila nel mese di gennaio, chiedevano notizie sull'enciclica annunciata, papa Francesco aveva risposto: "L'importante è che ci sia un po' di tempo tra la sua uscita e l'incontro di Parigi, perché sia un apporto". Ed è anche vero che molti nel mondo hanno considerato la Laudato Si', con tutta probabilità, il contributo più importante.

Tutti contenti e soddisfatti: i grandi della Terra han raggiunto lo scopo. Un problema in meno sul tappeto e possiamo tornare ad occuparci d'altro?

È ancora una volta papa Francesco a metterci in guardia: "La sua attuazione [dell'accordo di Parigi] richiederà un corale impegno e una generosa dedizione da parte di ciascuno", ha ammonito all'Angelus di domenica 13 dicembre. E siamo alle solite, penserà qualcuno: che possiamo fare?

Innanzitutto smettere di credere che si tratti solo di "agire" (quante volte l'abbiamo detto anche per la vita delle nostre parrocchie assalite dall'ansia del fare?). Per la "cura della casa comune", come la definisce Bergoglio, non occorre subito fare, intendendo muovere le mani, perché a monte c'è tutto un lavoro di cambiamento di mentalità, anzi un'autentica "conversione ecologica" l'aveva chiamata già papa Wojtyla nel 2001. Solo allora arriverà il cambiamento dei comportamenti. Perché non esistono "nuovi stili di vita", senza un cambiamento del cuore e della mente.

Un esempio: se nell'Unione Europea la media della raccolta differenziata ha superato lo scorso anno il 45% (e a Trento raggiunge l'80%), ben venga che - messi al bando loschi affari in certe amministrazioni della penisola in questo campo - si raggiunga finalmente qualche punto in più. Ma se si trattasse solo di questo, saremmo ben lontani dallo spirito della Laudato Si'. Un mero dato tecnico che non incide, se non (forse) sulla cifra della tariffa da pagare, privo di alcun coinvolgimento delle persone sui risvolti per il prossimo, vicino e lontano.

Perché se l'ambiente naturale è pieno di ferite, anche l'ambiente sociale ha le sue, e anche profonde, "ma tutte sono causate in fondo dal medesimo male, cioè dall'idea che non esistano verità indiscusse che guidino la nostra vita, per cui la libertà umana non ha limiti" (LS 6).

Soluzioni tecniche sono necessarie, ma ancora non basta: finiremmo solo per curare i sintomi, non la malattia, leggi egoismo, avidità, sopraffazione, spreco. Cambio di mentalità significa "condivisione" e, in fin dei conti, amore per i fratelli ("sacramento di comunione" è il mondo secondo il patriarca Bartolomeo I).

"Non possiamo dire di amare Dio, se non amiamo la sua creazione per intero, il mondo e i suoi abitanti" ricorda il cardinal Turkson, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace e uno dei principali collaboratori per la stesura dell'enciclica.

Il problema allora è un altro: preferiamo che i poveri siano "invisibili" e non mettano in discussione le nostre abitudini di consumo e stili di vita, per continuare come si è sempre fatto, dividendo cioè il mondo in due.

"Non ci accorgiamo più che alcuni si trascinano in una miseria degradante, senza reali possibilità di miglioramento, mentre altri non sanno nemmeno che farsene di ciò che possiedono, ostentano con vanità una pretesa superiorità e lasciano dietro di sé un livello di spreco tale che sarebbe impossibile generalizzarlo senza distruggere il pianeta" (LS 90).

Qualcuno preferisce la "ricetta" di cose o gesti da fare, nell'illusione di aprire il portafoglio ("perché no? in occasione del Natale un po' di elemosina") e tacitare la coscienza, ma ancora non basta. Premesso che non è il superfluo che ci viene chiesto di dare, bensì "restituire il nostro debito di giustizia" (cfr. san Gregorio Magno), si tratta di togliere dalla nostra mente l'ossessione dell'accumulo di "cose" (quanti potrebbero essere il protagonista de "La Roba" di Verga?) e cercare di uscire da noi stessi.

E il primo passo, ci ricorda ancora la Laudato Si', è la capacità di "fermarsi": "quelli che gustano di più e vivono meglio ogni momento sono coloro che smettono di beccare qua e là, cercando sempre quello che non hanno, e sperimentano ciò che significa apprezzare ogni persona e ogni cosa, imparano ad apprezzare le realtà più semplici e ne sanno godere" (LS 223). È la capacità di vivere il presente con intensità, come unico istante di vita, consapevoli che aspettare domani per un gesto d'amore potrebbe essere tardi.

Perché i fratelli, e i poveri in particolare, (ma vale per qualunque prossimo, figli compresi), aspettano solo la propria dose d'amore. Se diamo loro "solo" cose, soldi o anche da mangiare o una casa, come ricorda padre Fernandez, senza guardarli negli occhi e considerarli "persone", metteremo in moto solo "un eccesso di attivismo" (LS 199) privo di significato evangelico.

Come dire: ben venga qualche rimorso di coscienza quando ci mettiamo in macchina invece di usare un mezzo pubblico o prendiamo un aereo con troppa facilità per una vacanza, quando acquistiamo oggetti solo per inerzia o moda (quando spendiamo a dismisura solo per riempirci lo stomaco con la scusa delle festività ...), ma ciò che resta fondamentale l'atteggiamento di "auto trascendersi". È questa "la radice che rende possibile ogni cura per gli altri e per l'ambiente, e fa scaturire la reazione morale di considerare l'impatto provocato da ogni azione e da ogni decisione personale al di fuori di sé. Quando siamo capaci di superare l'individualismo si può effettivamente produrre uno stile di vita alternativo e diventa possibile un cambiamento rilevante per la società" (LS 208).

 

 

20/12/2015 22:04 massimo menzaghi
"Non possiamo dire di amare Dio, se non amiamo la sua creazione per intero, il mondo e i suoi abitanti"
Io comincerei da qui, da un amore che non si concede troppi distinguo né alcuna priorità, ma ci impegna totalmente...



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Maria Teresa Pontara Pederiva

Maria Teresa Pontara Pederiva, trentina (1956), sposata con Francesco, ha tre figli. Laureata in scienze naturali a indirizzo ambientale a Padova (1978) e diplomata in scienze religiose all’FBK di Trento (1990), ha insegnato scienze naturali per 39 anni nella scuola provinciale trentina. Nella Chiesa di Trento lavora, insieme a Francesco, nella pastorale famiglia e cultura-università, oltre che nella propria parrocchia.

Giornalista freelance dal 1984, si è occupata di famiglia, giovani, scuola, attualità ecclesiale e pastorale, ecumenismo, bioetica, salvaguardia ambientale e custodia del creato.

E’ stata tra i fondatori e redattori delle riviste Il Margine e Didascalie (La rivista della scuola trentina). Attualmente collabora perlopiù con il portale Vatican Insider-La Stampa, le Riviste delle Edizioni Dehoniane e i settimanali diocesani Vita Trentina e Il Segno.

Tra i libri pubblicati assegna un posto speciale a La Terra giustizia di Dio. Educare alla responsabilità per il creato (prefazione di Giancarlo Bregantini) EDB 2013.

 

 

 

 

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