Nella letteratura
Varchiamo la soglia dell'amore che chiama
di Sergio Di Benedetto | 08 dicembre 2015
La festa dell'Immacolata Concezione nel giorno dell'inizio del Giubileo con le parole di Khalil Gibran: «Non aver mai paura dell'amore. Entra nel suo mondo»

L'Annunciazione è uno dei brani più noti del Vangelo, che ha dato origine a molte opere artistiche. Il rischio è, come sempre quando ci troviamo di fronte al conosciuto, di volare sopra le parole con superficialità.

Ma che cos'è l'Annunciazione se non un innamoramento? O una dichiarazione d'amore? Dio che si rivela a una ragazza e, grazie al suo sommesso "fiat", le dona un amore che diviene fecondo di vita, tanto da generare il Figlio di Dio.

È l'amore che chiama, come dice Khalil Gibran, poeta libanese autore del celebre Il profeta. Purtroppo l'autore mediorientale, di fede cristiana, è stato spesso strumentalizzato o ridotto ad aforisma da bigliettino d'auguri. In realtà una lettura seria del Profeta rivela la forza delle sue parole, lontane da superficiali atmosfere rarefatte di buoni sentimenti.

La parte relativa all'Amore è tra i passi più citati del poema; proviamone una lettura diversa e usiamoli come didascalia dell'Annunciazione, ascoltando innanzitutto alcuni versi letti dal grande Arnoldo Foà:

 

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«Quando l'amore ti chiama, seguilo.
Anche attraverso le sue tante vie faticose e ripide.
E quando le tue ali ti avvolgono, abbandonati»

Cosa ha fatto Maria se non abbandonarsi all'amore che chiama? E sappiamo bene quanta fatica sia costata quella fiducia nell'amore, dal momento del confronto con Giuseppe fino al Calvario:

«Non importa se la spada nascosta tra le sue piume può ferirti.
Credi in lui, sebbene la sua voce possa frantumare i sogni e strappare fiori nel giardino della tua anima.»

Quanto è faticoso il cammino dell'amore: ogni uomo che ha osato amare ne è ben consapevole

«Perché come l'amore v'incorona così vi crocifigge. E come per voi è maturazione, così è anche potatura.»

Sappiamo quanto l'amore renda vulnerabili, quanto costi amare. Quanto, ed è l'esperienza di Maria, possa portare alla croce. Ma

«Non aver mai paura dell'amore.
Entra nel suo mondo.
Vivi le stagioni del sorriso, come pure quelle del pianto».

L'annunciazione è anche la Mater dolorosa: due icone della nostra cultura, unite. Non c'è solo il dolore, non c'è solo la felicità. Entrambe le dimensioni coesistono e portano a maturazione il cuore.

Perché tutto ciò che è amore, per una persona che sia compagnia di vita, per i figli, per gli amici, per i poveri, per chi Dio ci fa incontrare, è segno della Sua Presenza:

«Quando amate non dovreste dire: "Dio è nel mio cuore" ma, semmai, "sono nel cuore di Dio"».

E l'amore che ci permette di conoscere Dio; lo dice bene san Giovanni: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1 Gv 4, 7-8)

Il Vangelo termina con parole di fiducia: «Eccomi, sono la serva del Signore».

È la voce di chi, dopo il turbamento iniziale e la conferma della bontà dell'intuizione, attraverso il segno (anche Elisabetta è incinta), prende con speranza la mano che è tesa verso di sé, sapendo che l'Amore guida verso la meta.

«E non crediate di guidare il corso dell'amore, poiché l'amore, se vi trova degni, guiderà lui il vostro corso.»

Oggi inizia il Giubileo: varchiamo la soglia dell'amore che chiama.

 

 

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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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