Nella musica pop
L'uomo col megafono
di Sergio Ventura | 06 dicembre 2015
Giovanni mangiava locuste e miele selvatico. Ma - come direbbe Daniele Silvestri - aveva «lo sguardo di un uomo a cui preme davvero qualcosa»

Munch

L'urlo, Munch, 1893

 

"C'era una volta un re che disse alla sua serva - Raccontami una favola! - e la serva incominciò e disse: C'era una volta un re che disse alla sua serva - Raccontami una favola! - e la serva incominciò"...

C'erano una volta Tiberio Cesare, Ponzio Pilato, Erode, Filippo, Lisània, Anna e Caifa. Sette potenti. Sette persone abituate a vedere l'efficacia delle loro parole, l'immediata esecuzione di ogni loro parola, la richiesta continua di una loro parola. Nei loro palazzi, però, nei loro templi...

Ma "c'era una volta [anche] un pezzo di legno" che capitò nella bottega di un vecchio falegname per poi finire nella povera e deserta casa di un bizzosissimo vecchietto. "Non era un legno di lusso" - dalle morbide vesti - "ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d'inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze". Giovanni il Battista. L'impossibile figlio di un sacerdote reso muto dall'arcangelo Gabriele perché l'Elia redivivo potesse venire al mondo. A lui fu dato di contraddire, in nome di Dio, il Potere intellettuale, politico e religioso insieme a quello delle folle. Nel deserto, dunque, egli gridò per il diritto e l'eguaglianza provenienti da Dio. A ragione possiamo ribattezzarlo l'uomo col megafono.

 

Guarda il video di «L'uomo col megafono»

 

"L'uomo e il suo megafono sembravano staccati dal mondo, lui così magro, profondo e ridicolo insieme". Vestito di peli di cammello e contornato da una cintura di pelle, Giovanni mangiava locuste e miele selvatico. Ma aveva "lo sguardo di un uomo a cui preme davvero qualcosa, e che grida un tormento reale". Voce di uno che grida nel deserto, egli "parlava parlava parlava di cose importanti" e "gridava nel vento parole di avvertimento e di lotta". Che gli umili siano innalzati, che gli orgogliosi siano abbassati, che il torto sia raddrizzato, che tutti vedano la salvezza: "Compagni! Amici! Uniamo le voci! Giustizia! Progresso! Adesso! Adesso!".

E proprio perché fosse chiaro l'universalismo della salvezza, il vangelo precisa che fu Giovanni a dover uscire per tutta la regione del Giordano, in quanto "i passanti, passando distratti, a tratti soltanto sembravano ascoltare il suo monologo". Ciò nonostante, questa voce clamante "cercava, sperava, tentava di bucare il cemento", "credeva nei propri argomenti e per questo andava avanti, ignorando i continui commenti di chi lo prendeva per matto". Ed anche quando "la voce era rotta e la tosse allungava i silenzi", mentre "sembrava che fosse questione di pochi momenti", "di nuovo la voce tornava, la voce tornava"e gridava il diritto del Padre all'eguaglianza tra i figli: "Compagni! Amici! Uniamo le voci! Giustizia! Progresso! Adesso! Adesso!".

Al contempo, però, l'uomo col megafono "soffriva" per l'attesa di Giustizia, perché questo paese non è più come prima, perché precario è il mondo, perché siamo la generazione dei 1000 euro al mese, perché tutto è ridotto ad una classifica dove conta solo il primo e il resto è costituito da innumerevoli kunta kinte, provvisti di poche monetine da giocare all'azzardo e di qualche amara ninetta nanna da cantare o di qualche cohiba da fumare...

Ed egualmente "lui soffriva" nell'attesa di una qualche Verità, dentro ad un mondo in cui la dittatura c'è ma non si sa dove sta, forse coperta da qualche bella faccia di fronte a cui si può solo recitare il ruolo del sornione per non cambiare definitivamente aria, sempre che non si abbia il coraggio di rivolgere alle più alte cariche istituzionali il nostro Monito® per ciò che sottoscrivono e il nostro appello per ciò che spesso nascondono...

Probabilmente in conseguenza di questa duplice e difficile attesa, il cantautore romano, pur oscillando tra la latitanza del voglio stare dietro e lo scusatemi se grido e riprendo il mio megafono, ha sempre visto con chiarezza l'ambivalenza di ogni voglia di gridare:

 

Guarda qui il video di «Voglia di gridare»

 

"A forza di gridare la rabbia della gente non fa che aumentare" ed "il rischio è che la forza soverchi la ragione":  "la gente che grida parole violente non vede, non sente, non pensa per niente". Perciò Silvestri se da un lato ha sempre riconosciuto che "uno slogan detto da una voce sola è debole, ridicolo, è un uccello che non vola" e quindi che "la forza certamente deriva dall'unione", dall'altro lato ha sempre messo in guardia il variegato mondo della sinistra italiana: "Non mi devi giudicare male anch'io ho tanta voglia di gridare", ma "il numero è importante, dà peso alle parole, per questo tu ogni volta prima pensale da sole e se ci trovi il minimo indizio di violenza ricorda che si eleverà all'ennesima potenza". Insomma, in perfetto stile siloniano, Silvestri evoca lo spettro del fascismo rosso: "È del tuo coro che ho paura perché lo slogan è fascista di natura".

Ciò non toglie che sue recentissime parole, cantate in un simpatico dialetto romanesco, ci ricordino che "per quella vecchia idea de esse tutti uguali (...) ho solo questa lingua in bocca e se mi tagli pure questa io non mi fermo, scusa, canto pure a bocca chiusa"...

 

 

11/12/2015 22:55 Stefano Pugliese
A me invece l'uomo con il megafono ricorda il tipico ragazzotto pseudo ribelle di oggi. Impugna il megafono e grida, o meglio starnazza, quei soliti slogan anticonformisti ed eversivi che probabilmente ha letto su qualche poster in un centro sociale,ovviamente occupato, dove è solito riunirsi con i suoi 'compagni' per farsi due birrette o fumarsi una canna inneggiando alla lotta di classe sulle note di Bandiera Rossa o di Faccetta Nera. Va alle manifestazioni per colmare il nulla che ha nella testa, per sentirsi parte di qualcosa più grande di lui, per unire i pezzi di discorsi strappati qua e là da qualche sindacalista al coro dei suoi simili. Va ai cortei per farsi due foto e pubblicarle sui social network con l'immancabile insulto alla polizia che va dall'articolato ''siete solo servi'' al banale '' #sbirribastardi''. Dai lunghi ed estenuanti vocii, amplificati dal megafono, esce qualche parola di senso compiuto come ''giustizia....progresso!'', di queste parole ne riconosco il suono, ma non ne comprendo più il significato. A forza di abusarne le hanno logorate. Ed è ridondante la solita accusa che viene scagliata contro la società, la quale non riesce a comprendere il povero urlatore e addirittura lo prende per matto. La follia non ha nulla a che fare con questi elementi dal momento che è un concetto ben più complesso che non ha solo lati negativi come ci mostra ironicamente Erasmo da Rotterdam, essi sono presi semplicemente per gli stolti che sono. D'altronde siamo nel mondo in cui chi grida di più ha la meglio -ne abbiamo prova nei settori più disparati: dalla tv di Sgarbi al parlamento dei grillini- e di conseguenza è impossibile cercare di ricomporre i pezzi di un ragionamento razionale. Per questo motivo mi viene spontaneo pensare che l'uomo col megafono dovrebbe riporre questo strumento distruttivo e cercare di convincere le persone con moderazione, perchè se urli con il megafono all'orecchio di quelli che Eraclito chiama dormienti non li svegli, ma rischi semplicemente di spaccargli i timpani. Anche la canzone ‘voglia di gridare’, infatti, lascia trasparire l'idea, che non condivido, che se una persona espone la sua idea da sola risulta ''debole,ridicolo,è un uccello che non vola'' mentre, al contrario, se più bocche siano concordi allora ''avrai l'effetto di un aereo che decolla''. Mi sembra che persista qui il pensiero che una persona debba per forza aggregarsi ad un gruppo per dire la sua.


09/12/2015 19:21 Alice Palazzetti
Ventura Sergio
L'uomo con il megafono mi ricorda il tipico giovane "rivoluzionario" di oggi. Vivace,determinato,speranzoso,ambizioso. Con la capacità e l'energia di credere che il mondo sia nelle sue mani. Animato dalla volontà di non restare con le mani in mano davanti ad presente decaduto e ad un futuro in decadenza. Un megafono in mano. Passo svelto e deciso. Sguardo vivo. La sua voce risuona sulle altre che le fanno da coro. Crede in ciò che fa,in se stesso,negli altri,nelle proprie capacità e va avanti per la sua strada ignorando chi cerca di sbarrargliela. Le sue parole non sono pronunciate a caso. Grida cose importanti. Credo che oggi l'uomo con il megafono non sia solo il ragazzo che ogni venerdì scende in piazza con uno striscione nella mano destra e un megafono nella sinistra. Ma anche un qualsiasi ragazzo succube di professori,genitori o presunti amici che prestano poca attenzione a ciò che ha da dire. Il ragazzo soffre per la sua situazione,poiché le sue parole sono vane, mentre lui tenta di essere incisivo,di inseguire i suoi ideali,di lasciare il segno,di cambiare il mondo partendo dalle fondamenta. Ma se noi tutti fossimo gli uomini con il megafono? Il megafono ci è stato donato alla nascita, è la capacità che abbiamo tutti di farci ascoltare. Chi più potente e chi meno,chi la usa e chi invece la tiene in un angolo con le batterie scariche. Se c'è chi invece,nonostante la voglia di utilizzare il proprio megafono, non lo fa per paura dell'effetto che può avere? Certamente. Il megafono è lo strumento che permette all'uomo di elevarsi, di farsi sentire in un mondo costituito ormai da troppi interessati solo a se stessi che hanno smesso di combattere per la comunità, per la collettività. Ma la parola è uno strumento a doppio taglio. Le grida di speranza di una folla si possono trasformare in grida violente,istigatrici e provocatorie. Vuol dire che per ottenere ciò che vogliamo bisogna ricorrere al silenzio? Ma come farlo oggi? Perciò nella canzone "a bocca chiusa " Silvestri urla per farsi sentire in un mondo dove 'i passanti distratti' non gli prestano ascolto. Urla con violenza per prevaricare gli altri che urlano a loro volta. Tu urli. Io urlo più forte. Ma gridare non vuol dire per forza prevaricazione e violenza bensì anche espressione dei propri ideali,con trasporto e emozione tipiche di quando si crede in ciò che si fa. Non possiamo restare passanti distratti per tutta la vita. Non viviamo da soli. Il mio destino è inevitabilmente legato a quello di un altro. Basta semplicemente cambiare le batterie del megafono e iniziare a gridare ricordando che lo si può fare anche senza lingua,a bocca chiusa, ma con la potenza delle grida che si avvertirà lo stesso.



08/12/2015 15:16 Angela Gatto
Un tema, anche questo, ricco di spunti. Talmente ricco da correre il rischio di perdersi e di disarticolare. Trovo assai positiva l'idea di partire dalla musica e dai testi cantautorali per avviare una discussione su questioni di interesse e di attualità. Qui, a farla da padrone è la comunicazione ed il ruolo della parola. I grandi romanzieri di fine Ottocento che hanno scritto pagine meravigliose (le quali hanno dato vita anche ad importanti sceneggiati televisivi) sono stati 'sostituiti' da, seppure famosi e valenti, narratori dal linguaggio veloce, immediato, d'impatto, fors'anche meno curato e più impreciso ma intellegibile ai più. Si è affermata la poesia ermetica e poi gli haiku. Il Santo Padre comunica anche attraverso Twitter e l'incantevole Sherazade, dotata del dono della parola e dell'affabulazione, di questi tempi sarebbe disoccupata ... Intendo dire che la parola va perdendo potere evocativo, valore semantico e lessicale, ma soprattutto va perdendo capacità affermativa e di 'convincimento'. Ritengo che chi detiene il potere debba sapere e potere comunicare attraverso strategie alle quali debbono sottendere, si, idee intelligenti ed appropriate ma soprattutto modelli comportamentali, esempi, condotte. La parola non è bastevole, non è esaustiva se non è accompagnata da espressioni personali legate alla coerenza, alla responsabilità, ad una certa disciplina ed ordine di vita. Papa Bergoglio si afferma per il suo modo d'essere e le sue scelte di vita prima ancora che per i suoi messaggi. Anche i miscredenti lo amano e lo apprezzano. Sandro Pertini era amato ed apprezzato anche tra quanti disdegnavano il socialismo. E Gesù si è avvalso, si, del dono della Parola ma ha dato prova di Sè anche attraverso i miracoli. Dio gli ha chiesto il Sacrificio della Croce per dare agli uomini un modello da imitare. Il che equivale a dire che per essere legittimati, alle esternazioni occorre affiancare le azioni. Non servono, non bastano dunque i megafoni per assegnare autorevolezza alla parola, fascino alla parola. Servono contenuti e condotte esemplari.Con questo non voglio dire che la 'voce' di chi governa non debba arrivare. Dico solo che può arrivare a due condizioni che costituiscono, a mio modo di vedere, due imprescindibili pre-requisiti: 1) non dev'essere infarcita di 'politichese' e, comunque, di 'ese' vari, di sentenze rumorose e di altisonanti slogan (hanno fatto il loro tempo !) 2) deve partire da livelli istituzionali credibili e affidabili. Del resto, chi è stato l'Uomo che ha 'impregnato' e continua ad 'impregnare' di Sè e della Sua Parola le coscienze, che ha raccolto e continua a raccogliere adesioni ed adepti, che ha fatto e continua a fare opinione, che ha operato per gli ultimi ed ha avviato la più grande rivoluzione di tutti i tempi ? Gesù Cristo. E quale testo scritto continua ad agire sulle anime e sulle coscienze restando efficace, attualissimo e moderno ? Il Vangelo. La Chiesa è chiamata, con sempre maggiore urgenza, a dare il segno e il senso di questo carattere di attualità.


07/12/2015 10:00 Angela Gatti Pellegrini
Io non capisco le canzoni se queste non sono scritte, perché sono alquanto sorda .
Questo tipo scandito con cura mi arriva forte e ... deciso!
Ritengo anche che si può urlare anche attraverso gli scritti!!!



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Sergio Ventura

Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.

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