Nella letteratura
«L'isola del mondo»: lasciamo il giudizio a Chi sa giudicare
di Sergio Di Benedetto | 01 dicembre 2015
Nel libro di Michael D. O'Brien, Josip non spara ma pianta una croce; mostra un'uscita ai carnefici e offre a se stesso una dolorosa ma necessaria riappacificazione

L'anno liturgico è iniziato domenica con parole che suscitano timore e tremore. È l'annuncio del Giudizio Universale, un evento che ha innegabilmente i tratti delle terribilità, così ben espressa da Michelangelo nel Cristo del Giudizio Universale. Il Signore tornerà, dice il Vangelo, "con potenza e gloria grande", portando "angoscia" e "paura".

Ma l'annuncio del Giudizio è anche una promessa, che può essere letta con le lenti della speranza: la storia ha un fine, il tempo è un procedere verso Cristo risorto. Questo vale non solo per le vite di ognuno, ma anche per il cosmo. La fine del mondo è un andare verso la ricapitolazione del mondo in Dio, come ben ci ha insegnato Pierre Teilhard de Chardin.

Il Giudizio è promessa di bene: perché ogni lacrima sarà asciugata e finalmente trionferà la giustizia, perfetta e divina.

La fine del male, la sconfitta della morte, l'affermazione della gloria. L'ingiustizia sarà riparata, da un Dio crocifisso e risorto, che porta per sempre i segni del suo amore inchiodato alla croce.

Non a noi, ma a Lui spetta il discernimento finale e la sentenza.

È un tema che una scena di un recente romanzo ci ricorda:

"Adesso il vecchio estrae qualcos'altro dalla tasca. Di fronte al serpente pone un crocifisso di legno. Di fronte allo scarafaggio ne poggia un altro.

Facendo un passo indietro, dice a entrambi:

- A meno che non vi pentiate dei vostri crimini, la pressa del timor di Dio estrarrà da voi pieno pagamento. Sappiate che nella corte del Cielo il giudizio divino cadrà presto sulle vostre teste-.

Detto ciò, si rimette la pistola in tasca e lascia la stanza».

Il vecchio della scena riportata è Josip, protagonista del romanzo L'isola del mondo di Michael D. O'Brien, scrittore canadese poco noto in Italia.

In breve la trama (parziale, per non togliere la gioia della lettura a chi volesse accostarsi al libro): Josip Lasta, poeta croato, subisce tutto il dramma del Novecento balcanico: prima l'invasione nazi-fascista, poi la presa del potere da parte dei comunisti, che uccidono la sua famiglia di origine.

Cerca faticosamente di ricostruirsi una vita; conosce Ariadne, si innamora e si sposa. Ma perseguitato per le sue idee di libertà, è catturato e inviato nel campo di concentramento di Goli Otok, l'Isola Calva, tristemente noto per essere stato il carcere degli oppositori di Tito. Dopo diversi anni e dopo aver subito numerose torture, riesce fortunosamente a scappare dall'isola e a raggiungere l'Italia. Viene a sapere che Ariadne è morta di parto, mentre cercava di dare alla luce la bambina che portava in grembo, figlia di Josip. L'uomo decide di lasciare l'Europa e arriva negli Stati Uniti, dove con fatica medica le sue enormi ferite, aiutato dalla luce della fede. Si trova a dover ricostruire una vita distrutta dal Male.

Proprio a New York scoprirà, anni dopo, per caso, che Ariadne è viva, esule nella città americana, ma ormai sposata e madre di cinque figli. Decide di non turbare il suo mondo e di perderla nuovamente, dopo aver saputo che alla donna era stato comunicato che Josiph era morto all'Isola Calva, perché «quando non riescono ad ucciderti, spargono la morte in tutti i modi che conoscono».

Una menzogna identica a quella che aveva raggiunto lui, ideata per impedire il loro ricongiungimento.

Torna in Croazia, pochi anni dopo l'ultima guerra che ha devastato l'ex Jugoslavia. Ormai vecchio, incontra per caso i due carcerieri che lo avevano torturato al campo di concentramento: il "serpente" e lo "scarafaggio", secondo i soprannomi loro attribuiti dai prigionieri. Compra una pistola, li cerca, li trova in un bar, estrae la pistola per ucciderli.

La scena che segue è quella sopra riportata.

Josip non preme il grilletto. Porta davanti alla vita dei due uomini il crocifisso. In cuor suo egli ha già emesso il giudizio e scritto la sentenza: basta solo eseguirla nei confronti di coloro che gli hanno sfigurato l'esistenza. Ma sa che il Giudizio vero non spetta a lui, sa che il Dio crocifisso verrà, nella vita di ognuno, per riparare ogni male commesso o subito. È la «pressa del timor» di Dio, che pretende il pagamento delle proprie azioni, ma offre anche una via di salvezza: la porta del pentimento, vero e profondo, leale e doloroso. Non un oblio, ma una presa di coscienza vera del male realizzato. Solo così la Giustizia evita la vendetta. Josip, moderno Giobbe, non spara: pianta una croce, mostra un'uscita ai carnefici e offre a se stesso una dolorosa ma necessaria riappacificazione. Forse è perdono, forse è rinuncia a colpire. Certamente solo in Cristo è possibile al vecchio perseguitato non compiere la sua giustizia.

Fra poco inizia il Giubileo della misericordia: lasciamo il Giudizio al Giudice, perché Egli che "scruta i cuori" (Rm 8,7) sa pesare il bene e il male sulla bilancia delle vita. Meglio di noi.

 

 

01/12/2015 08:18 Pietro Buttiglione
Toc toc ... Posso?
Dio prima e spesso forse sempre invece del giudizio esercita la Sua gratuita misericordia, profonde la Sua Grazia!!
((((Comunque concordo pienamente: lasciamo a Lui x competenza il Giudizio!😇



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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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