Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi, classe 1966, è giornalista professionista e lavora da una ventina d'anni presso la rivista Il Regno. Scrive di editoria religiosa, Africa, e, in generale, di temi ecclesiali; volentieri si occupa di associazionismo perché è lì una delle sue radici. Sposata con un insegnante, ha tre figli e un cane; si divide con passione e a volte con qualche affanno tra lavoro, casa e scuole dei figli.

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Se la salute diventa salvezza
di Maria Elisabetta Gandolfi | 25 novembre 2010
Quanti libri parlano di autoguarigione, di terribili malattie superate “con la forza di volontà” e di quanto si sia da esse imparato. E chi non ce l'ha fatta?

«Ho deciso: vado dallo psicologo!».

Sarà la mia faccia piuttosto stupita, ma, conoscendo il tipo positivo e ipersalutista del mio vecchio compagno di classe Giovanni, avrei detto che sarebbe stata l'ultima persona a fare un'affermazione del genere. Nulla contro la psicologia. È che non mi aveva mai dato l'impressione di averne bisogno.

Vita sana e regolare, alimentazione attenta, frequenti controlli medici, molta attività fisica, una persona in forma, di cui al liceo tutte noi avevamo preso prima o poi una cotta. Siamo sempre rimasti in contatto e una volta alla settimana ci incrociamo in piscina mentre asciughiamo con il phon i capelli ai nostri figli. Nel frastuono degli apparecchi, però, mi lascio sfuggire un troppo ovvio: “Come mai?”.

La risposta un po' mi sbalordisce e penso di avere capito male: “Perché ho una dermatite che non mi lascia tregua. Devo proprio capire quale stato d'animo l'ha provocata”.

“Già – ribadisco io un po' perplessa – la nostra medicina occidentale lascia sempre un po' in ombra il rapporto tra la malattia e lo stato psichico delle persone; però sei sicuro che questa sia la strada?”. Non è di certo la prima volta che ne sento parlare eppure ogni volta che ritorno sull'argomento c'è un piccolo fantasma che si agita in me e non mi dà tregua con le sue domande.

“Guarda – fa lui molto convinto – tutto ciò che esce dal corpo in forma di sfogo è un dato positivo, perché significa non trattenere dentro di sé rabbia o reprimere sentimenti negativi. Però, per quello che io posso ricordare non sto vivendo niente di negativo. Significa di certo che devo andare a scavare nel mio passato. Mi sono convinto ad andare da uno psicologo che in fondo la pensa come me quanto ad approccio alle malattie e anzi afferma con chiarezza che anche le peggiori forme di tumore, in fondo, sono frutto di stati psichici negativi che accumulandosi nel tempo senza trovare sfogo, si accaniscono sul corpo”.

Non so. Ho concluso la conversazione con un saluto e con il migliore dei miei sorrisi ma senza controbattere, anche perché il contesto uscita-dalla-piscina-all'ora-di-punta-che-devo-andare-a-casa-a-preparare-la-cena non aiuta una riflessione filosofica pacata.

Al primo semaforo rosso sono ancora lì ad arrovellarmi: allora, oltre alla malattia grave, si deve portare anche il peso della colpa per l'essersela – in qualche modo – cercata? E il mio carissimo amico medico, primario affermato dalla brillante carriera, che ha curato con generosità schiere di persone, stroncato in pochi mesi da una malattia fulminante, come si è cercato la malattia?

E chi, se scava un po' nel proprio passato, non trova di che “ammalarsi”?

I pensieri si agitano vorticosamente e guardando dallo specchietto retrovisore mio figlio penso a quegli amici che hanno perso una figlia che aveva solo un anno ma infinite metastasi... Mi viene in mente la domanda degli apostoli a Gesù sul cieco nato: “chi è che ha peccato, lui o i suoi genitori?” (cf. Gv 9,1). Forse con un'accanita risalita della catena genealogica, troviamo il capostipite di tanto male? O forse il male c'è ed è presente nella carne e nel sangue di tutti noi, per il fatto di essere limitati e condannati inesorabilmente a morire?

Certo, è vero che la zia che da sempre soffriva di depressione si è anche ammalata di bronchite e io stessa so per certo che a volte mi viene l'influenza proprio appena termino un lavoro particolarmente impegnativo. Quello che però so per certo è che in tutti questi momenti ho trovato poco conforto nella predicazione della Chiesa, che spesso getta il cuore oltre l'ostacolo e punta diritto alla vita ultraterrena. D'accordo con l'“ultra”, ma è il “terreno” che mi manca. E poi sono d'accordo con Diego Andreatta che qui su Vinonuovo pochi giorni fa stigmatizzava quell'attenzione al tema della malattia tutta conclusa nella “giornata del malato” («Più voce ai malati anche dal pulpito»), una come tante, accanto a quella missionaria, a quella per il sostentamento del clero...

Tuttavia oggi che la visione dolorista è tramontata, non riesco a scorgere molto altro all’orizzonte se non solitudini che poi finiscono per rincorrere vaghe idee affascinate da filosofie e delle medicine orientali; ma anch’esse predicano una forma di salvezza: che sia la forma dell'eresia contemporanea? Però quel senso di colpa gettato addosso a chi sta male proprio non posso accettarlo.

Ormai sono in garage. Mio figlio si è addormentato. Mi fermo così cinque minuti per fare ordine nel mio tumulto interiore. Quanti libri che passano dalla mia scrivania e che parlano di autoguarigione, della necessità di pensare “positivo”, raccontano esperienze di terribili malattie superate “con la forza di volontà” e di quanto si sia da esse imparato per poi cambiare stile di vita! E chi non ce l'ha fatta?

Sì, mens sana in corpore sano, ripetevano come un mantra gli insegnanti che Giovanni e io avevamo al liceo; purché però non diventi una sorta di condanna a stare bene per forza. Mens sana, sì, se significa tenere conto anche degli aspetti non corporei dell'essere malato o del saper vedere nel corpo i segnali che la mente a volte lancia in maniera inaspettata. Ma soprattutto mens sana che ti mostra l'ineludibile limite della vita umana, di un corpo che per quanto (giustamente) mantenuto e curato, è segnato dal male e dal limite. Se poi nella mens s'insinua anche un raggio di fede, anche nel corpore insano si può – forse – trovare un senso che per l'occhio umano è solo stoltezza.

Chissà se trovo le parole per dirlo a Giovanni la prossima settimana in piscina.

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