Indifferenti? Stavolta no
di Assunta Steccanella | 15 ottobre 2015
Vedere a Rio uomini che corrono, saltano, esultano per le Olimpiadi, sapendo che fuori c'erano bambini che adesso non corrono più? Non ce la faccio

Voglio una sollevazione popolare, le manifestazioni di piazza, con gli striscioni.

Voglio un'interrogazione parlamentare che chieda conto di ciò che il nostro Paese fa a livello diplomatico per protestare contro quest'atrocità.

Voglio vedere personaggi famosi dare voce e volto all'indignazione.

Ma soprattutto voglio che si gridi forte: basta!

Mi sento frustrata, e impotente. So bene che non accadrà nulla di tutto questo, lo so perché i bambini di strada non hanno potere, non hanno peso, non hanno voce.

È per loro che scrivo, e anche per me, per sentire almeno di non essermi limitata a scuotere il capo o a versare una lacrima individualistica sulla sorte di chi ha il solo torto di non essere stato mai oggetto di cura.

L'ONU denuncia che, dall'inizio del 2015, a Rio de Janeiro sono spariti circa duemila bambini tra i quattro e i quindici anni uccisi non da bande rivali, da delinquenti comuni, da aguzzini, ma dalla polizia, impegnata a "ripulire" le strade.

Non ci sono commenti adeguati a questo fatto: padre Renato Chiera, fondatore della 'Casa do menor' che da 37 anni si occupa di accoglienza e inserimento sociale, afferma che questa è una prassi consolidata, conosciuta da tutti e troppo spesso condivisa, perché la popolazione brasiliana vive una grande crisi morale, mescolata ad un generalizzato senso di paura. Questi bambini, che vivono allo sbando, disturbano, aggrediscono, rubano, si drogano e spesso finiscono nel giro dello spaccio. La loro epurazione fa quindi comodo: i bambini si uccidono per difendere il capitale, per difendere le cose. Il Brasile, afferma padre Chiera, ha rinunciato al ruolo generativo ed educativo, e quindi ha rinunciato al proprio futuro.

Ora, come accade sempre in prossimità di eventi importanti, questa prassi si è inasprita: si preparano le olimpiadi.

Che io non guarderò.

Un'altra briciola? Un atteggiamento inutilmente snob? Mi è stato obiettato anche questo.

Ma io, di vedere uomini e donne che mostrano tutta la loro vitalità e corrono, saltano, esultano, sapendo che fuori c'erano bambini che adesso non corrono più, non ce la faccio.

 

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Assunta Steccanella

Sono nata in provincia di Vicenza nel 1960. Dico spesso che, dopo il diploma, ho frequentato due diverse università: prima, per diciotto anni, l'ateneo della famiglia; quindi, in parallelo, la Facoltà Teologica, dove ho completato il dottorato.

Ho insegnato religione in un liceo fino al 2010. Adesso, oltre alla ricerca, mi dedico alla formazione: sono impegnata in vari modi nella catechesi di adulti e bambini e nella preparazione dei catechisti e cerco di condividere parte di questo lavoro attraverso il mio blog (www.asteccanella.altervista.org). La famiglia però è e resta la mia prima vocazione: mio marito e i miei tre figli sono preziosi, tra mille altri motivi, anche perché mi fanno capire quando la speculazione mi fa staccare troppo i piedi da terra.

 

 

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