La famiglia, la scuola e i ragazzi da incontrare davvero
di Sergio Ventura | 26 giugno 2015
Nelle aule c'è una Chiesa-già-in-uscita che può offrire uno sguardo sui giovani - di frontiera e sulla soglia - che resterebbe altrimenti sconosciuto

La scorsa settimana si è svolto a Roma il convegno diocesano, dedicato al ruolo testimoniale che rivestono i genitori nella trasmissione della fede e della bellezza della vita. Dopo il discorso tenuto da Papa Francesco davanti ai fedeli della chiesa di Roma nel giorno di apertura, e le due relazioni lette nella serata successiva dalla sociologa Elisa Manna e dal direttore dell'ufficio catechistico monsignor Andrea Lonardo, i protagonisti dell'ultima giornata sono stati i laboratori. Migliaia di persone divise in cinquanta gruppi, coordinati ciascuno da una coppia di genitori. In questi luoghi si è praticato l'ascolto di tutti, portando avanti una riflessione quantomeno appassionata, per avanzare infine delle proposte operative sull'amore e l'educazione agli affetti e alla carità da parte dei genitori, sull'accoglienza e l'accompagnamento parrocchiale dei genitori e delle ferite familiari, sull'annuncio di fede ai genitori e sul loro rapporto con la liturgia domenicale, sulla relazione tra i genitori e la scuola. Il tutto rigorosamente da verbalizzare e da consegnare al cardinal Vallini, il quale dovrà sintetizzare il grande lavoro svolto nella relazione finale che verrà letta ai primi di Settembre, in concomitanza all'affidamento del mandato ecclesiale ai presbiteri e ai catechisti.

Anche quest'anno ho deciso di partecipare e, dato il mio lavoro di insegnante, mi sono indirizzato verso uno dei gruppi dedicati al rapporto tra genitori e formazione scolastica dei figli. Esperienza interessante e formativa. Anche perché, da quello che è emerso, mi è sembrato di notare quanto ancora oscilliamo come comunità tra due modalità di essere Chiesa che si affrontano e confrontano da prima che io nascessi. Quella della Presenza. Evidente. A tratti invasiva. E quella della Mediazione. Silenziosa. A tratti nascosta. In termini evangelici, quella del risorto di Tiberiade (Gv 21) e quella del risorto di Emmaus (Lc 24).

 

convegno Roma

 

Da un lato, infatti, è emerso che, si tratti di cultura, carità o bioetica, il compito della scuola e degli insegnanti, in particolare dell'insegnante di religione (ultimo baluardo secondo quest'ottica), dovrebbe essere quello di mostrare. Che non necessariamente coincide con il testimoniare. Mostrare, dunque, quanto di bello ha prodotto nella cultura il cattolicesimo... secondo Comunione e Liberazione; soprattutto laddove tutto ciò è ignorato. Mostrare, poi, quanto di buono fa per i poveri il cattolicesimo... della Comunità di Sant'Egidio; soprattutto laddove tutto ciò non è praticato. Mostrare, infine, quanto il vero debba essere difeso, di fronte agli attacchi della 'ideologia gender', dal cattolicesimo... del Cammino Neocatecumenale; soprattutto laddove tutto ciò è disprezzato. E chi non mostra secondo queste modalità - è stato ventilato - probabilmente si nasconde. Dunque potrebbe essere "molle", privo di coraggio. In definitiva, se non è dei nostri, forse è contro di noi. Potrebbe risiedere in questo atteggiamento l'origine della inaspettata reprimenda che il 'secondo noi' di Avvenire ha dedicato all'intervento finale del family day di sabato, pronunciato dal fondatore del Cammino neocatecumenale, Kiko Arguello.

Dall'altra parte, quella delle periferie, è arrivata la testimonianza di una suora, sempre cattolica, ma del Kosovo. Insegnante in una scuola (e in una città) a stragrande maggioranza musulmana, ella ci ha raccontato come in un luogo dove il cattolicesimo è minoranza religiosa, se non perseguitato, la via del coraggio, dell'appartenenza ed in un certo senso dell'apologetica sia passata attraverso una lunga opera iniziale caratterizzata da pazienza, gradualità e silenzio. Sulla scia di San Francesco - ha chiosato la sorella; e di Francesco (EG, 69) - aggiungerei io... Producendo frutti molteplici ed altrettanto evidenti. La stessa Comunità di Sant'Egidio deve essersi resa conto che in certe scuole superiori non si entra dall'alto, ma dal basso, se da un paio di anni sono gli studenti giovani per la pace a coinvolgere i loro coetanei nelle attività caritatevoli. Con una più efficace discrezione e delicatezza.

Perché allora, mi chiedo, il compito di un insegnante e le sue modalità di approccio dovrebbero essere diversi nella nostra società dove la secolarizzazione - o, come è stato detto, la scristianizzazione - confina il cattolicesimo in una situazione valoriale di minoranza? Perché non fidarsi del fatto che le bellezze della cultura cattolica, la bontà della pratica cattolica e la verità delle idee cattoliche possano, anzi debbano, essere testimoniate in questo modo altro, soprattutto quando il contesto è così difficile perché dominato dall'ignoranza, dall'assenza di vissuto condiviso, addirittura dal disprezzo?

Non è un caso che un paio di insegnanti di religione abbiano attirato l'attenzione su tale conversione di atteggiamento. Un sì deciso - hanno affermato - rispetto alla necessità di "scendere in campo", ma domandandosi poi in quali progetti possano trasformarsi quelle file chilometriche che si creano solo durante i loro ricevimenti pomeridiani e che viaggiano sulla linea della riservatezza e dell'elaborazione in profondità delle relazioni. Constatando che è inutile puntare il dito contro i tecnici delle colonizzazioni ideologiche se poi i genitori si autoesiliano dai luoghi decisionali delle scuole e se i parroci non si svegliano e cominciano ad invitare i docenti di religione a condividere nelle parrocchie un po' di quello scombussolamento che loro stessi per primi, e spesso unici, sperimentano nelle classi. Nella certezza, quindi, che l'insegnante di religione o quello cattolico in generale debba pensarsi e viversi come un vero e proprio enzima - nel senso scientifico del termine...

Quella che invece è totalmente mancata, nonostante venisse invocata dall'instrumentum laboris del convegno diocesano, è una riflessione sulla scuola - e quindi sull'insegnamento (anche della religione) - come luogo in cui le riflessioni e le azioni, le pratiche e le verità di ogni identità culturale, compresa quella ecclesiale, vengono sfidate a ricrearsi e rielaborarsi in modo dinamico (EG, 122); come luogo in cui la fede - ed ogni sensibilità religiosa - matura nel confronto culturale (scontro o incontro che sia), solo in tal modo divenendo sapere saporoso, sapienza.

Lo confesso. Io penso che molti insegnanti di religione siano depositari di un sapere quasi esoterico, ottenuto dal contatto diretto con i loro studenti. Dentro e fuori la Chiesa, infatti, tutti dicono che bisogna costruire ponti con la cultura delle giovani generazioni, e innanzitutto con quei giovani che dopo la Cresima abbandonano la frequentazione della Chiesa. Quasi nessuno, però, si rende conto che questa diaspora di ragazzi viene incontrata ogni giorno e nei suoi anni più difficili soprattutto da noi insegnanti di religione delle scuole medie e superiori. E siccome l'ora di religione è ancora un'ora di cultura teologica e non di catechismo, questi ragazzi condividono volentieri con noi azioni, emozioni, ragionamenti, affetti, valori esistenziali e spirituali difficilmente conoscibili in altro modo. Possiamo, anzi dobbiamo immaginare quindi quanto si potrebbe realizzare di buono in chiave di pre-evangelizzazione, di maturazione della fede, di mediazione tra famiglie e scuola e tra alunni credenti e non credenti, addirittura di accompagnamento spirituale, se si investisse in modo adeguato dal punto di vista pastorale su questa sottovalutata risorsa ecclesiale (EG, 132-133), su questa forma di Chiesa-già-in-uscita che può offrire ad ogni realtà diocesana un punto di vista sui giovani - di frontiera e sulla soglia - che resterebbe altrimenti sconosciuto. Un punto di vista non proveniente dall'esterno, calato sui ragazzi come un narcotico, bensì un punto di vista interno, poi certo da mediare culturalmente, ma frutto dell'ascolto di quello che lo Spirito muove nelle loro profondità.

Per questo sono convinto della necessità di pensare ad una sorta di mandato ecclesiale culturale da affidare agli insegnanti di religione, distinto seppur complementare con quello catechetico annualmente affidato ai presbiteri e ai catechisti. Per questo sono convinto della necessità di progettare un organico percorso di ascolto delle esperienze pastorali vissute e sperimentate dagli insegnanti di religione nei loro contesti scolastici, eventualmente propedeutico ad un analogo percorso di reciproca ed arricchente verifica da svolgere insieme ai catechisti. Alea iacta est...

 

30/06/2015 14:02 Charles D. Ward
Nell'813 d.C. la chiesa apriva alle omelie in volgare, prendendo atto di una distanza che si era venuta a creare tra il latino, la lingua alta e solenne della liturgia, e il sermo rusticus del volgo.
Oggi la distanza non è più di tipo linguistico ma altrettanto vasta. La civiltà post-industriale ha trasformato la distopia in realtà, lo scambio frenetico di informazioni accelera ogni cambiamento, il futuro è già presente nel momento in cui scrivo. La Chiesa si trascina dietro un pesante passato e non riesce a raffrontarsi con il presente. Urge un completo ripensamento della struttura in toto, una riorganizzazione che non si risolva nell'operazione mediatico-pubblicitaria di sostituzione dei vertici, ma che anticipi bisogni e necessità reali. C'è già stato un papa Krusciov, ora serve un papa Gorbaciov, è essenziale decidere se la chiesa continuerà a esercitare l'opprimente conservatorismo reazionario e oscurantista dell'inquisizione, o se invece si schiererà dalla parte del cambiamento, tentando di cogliere la fugacità del tempo presente in una società in divenire, rinunciando a ogni istanza repressivo-autoritaristica che sì, la colloca in una posizione minoritaria, e percorrendo il sentiero della modernità - com'è successo in Irlanda - ; un sentiero che conduce ad un'ampia piazza. Una chiesa nuova, consapevole della propria mutevolezza, fedele al popolo piuttosto che al proprio passato, la chiesa "ab Abel" di cui parlava Sant'Agostino, un principio ispiratore che sopravvive e trascende l'istituzione stessa.
(Mt 7,21-23)



30/06/2015 07:37 Pietro Buttiglione
Meditavo su quel "mostrare" di Sergio...
Ecco apparirmi i grandiosi monumenti greci, ad es. Selinunte, eretti sulle alture in modo da mostrare allo straniero la propria FORZA e fargli paura..
Ecco la gran parte di qs.società che vive sul mostrare più che su "essere", dai muscoli di un culturista fino ai tanga ... E meditavo di come la CC si sporchi di quello contro cui dovreBBE contrapporsi, illuminismo, finanza, apparenze giustappunto.
E riflettevo del segno forte di debolezza di questo "mostrarsi", proprio x contrapporsi al diffuso giudizio negativo del mondo, utilizzando, spregevolmente i propri figli x coprire le proprie vergogne, figli spesso combattuti e boicottati e la lista è lunga!
Le stesse adunate oceaniche non è mostrare i muscoli?
Davvero pensiamo che questo sia il modo confacente x i cristiani??
E siamo così ciechi da non capire che si ottiene l'effetto contrario?



29/06/2015 23:38 Ale.
Sig. Ventura, credo che la questione si ponga su diversi piani.
Per quanto riguarda gli insegnanti di religione, non vi è alcun dubbio che essi hanno l'affascinante ma anche impegnativo compito di dissodare il terreno, cercando "briciole di fede" o, se si preferisce, "segni dello Spirito" per propiziarne la maturazione.
Per quanto riguarda il mondo fuori della scuola, credo che il dualismo cui si faceva riferimento sia una questione prevalentemente italiana. Forse la presenza cosiddetta "invasiva" si è generata alcuni decenni fa come reazione ad un eccesso di "silenziosità" (afasia?) quando il "chiasso" intorno era assordante. Se non erro, lo stesso San Giovanni Paolo II invitava ad "uscire dalle sagrestie".
E' ovvio che chi non è afasico rischia, con le sue parole, di disturbare qualcuno, lo si constata tante volte anche nelle "discussioni" qui su V.N., in cui sovente le parole vengono interpretate in modo distorto (non è questo il caso).
E' ovvio anche che "un bel tacer non fu mai scritto", quindi chi è silenzioso sa che corre il rischio di passare inosservato.
Per quanto mi riguarda, non insisterei nel dover dire se è meglio una forma o l'altra, resto convinta che nella Chiesa vi è spazio per tutti, e che il Signore è l'unico che può e sa giudicare il cuore delle persone. Se poi qualche comportamento appare errato (ovviamente, agli occhi di chi non lo condivide) ben venga la correzione fraterna, purché sia davvero "fraterna".
Mi auguro che quanto da Lei auspicato nell'ultimo capoverso del suo post iniziale possa trovare realizzazione in campo vasto, magari cominciando da singole realtà parrocchiali che, mediante la collaborazione tra IdR e gruppo educatori, possano essere di traino. In una parrocchia che conosco, un' IdR già attiva nel settore adulti, ha dato il via ad una bella esperienza di dopo-scuola trovando ampia collaborazione, e non è l'unica IdR presente nella vita parrocchiale. Può considerarsi qualcosa come un inizio, oppure ha in mente qualcosa di più specifico ed organico?



29/06/2015 08:14 iorio maria luisa
Condivido la tua riflessione e proposta Sergio Ventura. Sono anni anni che dico e chiedo la stessa cosa ad amici parroci,o nei consigli pastorali e vicariali, riunioni idr etc:possibile che agli idr si chiede solo di sopperire alla mancanza di catechisti? Possibile che prima di una qualsiasi proposta di pastorale giovanile o familiare non si pensi di coinvolgere nella riflessione chi al termine di una settimana ha interagito ascoltando e dialogando con circa 400 "diretti interessati" (in un istituto superiore tra alunni, genitori o chi ne fa le veci questi sono i numeri)soffrendo e gioiendo con loro su tematiche esistenziali, etiche,ecclesiali? Quindi,Sì all' ascolto di chi ha il privilegio di ascoltare le reali istanze provenienti da quel mondo a cui vogliamo indirizzare le nostre cure per progettare un'azionè pastorale pienamente Evangelica.


29/06/2015 01:22 Sergio Ventura
Un grazie …

… @ Sergio Di Benedetto (di cui condivido, come traspare dal post, la convinzione che la proposta portata avanti per gli IdR debba estendersi anche agli insegnanti delle altre discipline) e Francesca Vittoria (che ringrazio per la bella idea della lettera, da inviare, però, più al Papa come vescovo di Roma e primate d’Italia che in Curia, dato che quest’ultima opera innanzitutto a livello internazionale)

… @ Yolanda Beatriz De Riso e Maria Grazia Giordano (che abbraccio per ciò che traspare del loro vissuto ecclesiale :-) e i cui dubbi circa la realizzabilità della proposta sono purtroppo fondati, essendo tale ricezione legata a quella che Gilberto Borghi chiama ‘conversione metodologica ecclesiale’ e che nell’‘instrumentum laboris’ del convegno diocesano era definita ‘convertire il nostro atteggiamento’. Papa Francesco e il cardinal vicario Vallini chiedono tale conversione. Quanto poi il popolo di Dio sia pronto a seguirli non lo so. Di sicuro, come ‘lamentavo’ bonariamente nel post, questo punto della conversione e maturazione dell’identità è stato del tutto trascurato nelle considerazioni svolte dai partecipanti. Comunque, anche se la proposta non sarà per ora realizzabile, avremo svolto quel compito ‘mosaico’ di passare il testimone, senza il quale nessun Giosuè sarebbe mai potuto entrare nella Terra Promessa…)

@ Ale, al (o alla?) quale domanderei: posto che il vangelo legittima le due opzioni di presenza (evidente e silenziosa), è scorretto dire che durante gli ultimi venti (forse venticinque) anni nella prassi ecclesiale italiana si è (legittimamente) deciso che dovesse prevalere la prima opzione? Forse, anche in base ad un giudizio non del tutto positivo sulla seconda? Perché, se così è stato, si sta solo chiedendo a chi di dovere un riequilibrio e una rilegittimazione. Cercando di non dimenticare che “disprezzo e contumelie” colpiscono entrambe le forme di testimonianza, e che il plauso di una piazza e di una parte politica (di dx o di sx che sia) lenisce di molto le sofferenze connesse alla testimonianza stessa. De André, riprendendo Brassens, cantava “morire per le idee, va bé, ma di morte lenta…”. E poi, perché escludere la possibilità che possa esserci “un po’" (ha detto la prof.ssa Giordano) di narcisismo e autoreferenzialità nella difesa della propria identità? Così come, non potrebbe esserci “un po’" di dipendenza affettiva nell’apertura della propria identità? Altrimenti, avari e scialacquatori, non avremmo bisogno di convertirci… Si può essere ‘presenti ma non invasivi’ e ‘silenziosi ma non nascosti’, ma quando uno lo è (invasivo o nascosto), perché l’altro non dovrebbe correggerlo fraternamente? Il problema, sotteso al post, nasce infatti quando (nella storia recente) l’invasivo accusa il silenzioso di essersi nascosto per timore o quando (nella storia meno recente) il nascosto accusa il presente di essere invasivo. In altri termini, quelli di Gilberto Borghi (che ringrazio), il problema nasce quando chi esce per portare il Verbo accusa di nullafacenza chi è uscito per rintracciare briciole di fede in quel Verbo. Come se il seminatore accusasse di mancanza di coraggio o pigrizia chi sta dissodando il terreno. Soprattutto in questo tempo in cui il maggior lavoro mi sembra consistere nel dissodare il terreno: è questo Gilberto che intendevi quando scrivevi, sperando che i “docenti stessi da semplici "terminali" ecclesiali di confine si rendano conto di essere invece attori privilegiati di una nuova stagione di evangelizzazione”?



29/06/2015 00:44 James Stewart
A Maria Gra', lascia perde'... 'sto Ale. è de coccio!!!


28/06/2015 23:10 Ale.
Per maria grazia: Gesù si riferiva ai farisei, che si ammantavano di giustizia esteriore per essere ammirati, mentre Egli sapeva che nel loro cuore erano tutt'altro.
Oggigiorno non è certo prerogativa dei cristiani ricercare il plauso per il solo fatto di mostrarsi tali, anzi molto spesso vengono contrastati e, in caso di incoerenza, maggiormente - e giustamente - biasimati. Sono altri i casi in cui il mondo dà il suo plauso, anche ai cristiani, ma non voglio pensare che questo ne sia la finalità.
Se c'è - come c'è, e non da oggi - questo dualismo tra testimonianza evidente e presenza silenziosa, è perché ciascuno vuole sostenere che la propria opzione è la migliore. Ma è una "gara" fuori luogo, a mio avviso, perché nella Chiesa c'è posto per tutti, e ognuno può trovare, in forma individuale o meglio associata, la possibilità di esercitare i propri carismi nel modo più adatto.
Testimoniare Cristo è un atto che anche Lui ci ha chiesto, ma le modalità di questa testimonianza possono essere molteplici, diverse a seconda dei tempi e delle persone. E, se in buona fede, di certo tutte ugualmente gradite a Dio.



28/06/2015 21:48 maria grazia giordano
Per ale: esprimo domande che pongo a me stessa, in una sorta di flusso di coscienza... quindi nessun giudizio su nessuno, ma solo l’espressione di alcune perplessità!


27/06/2015 06:48 gilberto borghi
Caro Sergio,
non sto neanche a dirti quanto condivido le tue riflessioni. Soprattutto su un punto.
Quello che sottolinei piu' volte affermando che noi docenti di religione abbiamo, potenzialmente, una conoscenza esperienziale delle modalita' possibili oggi in termini di evangelizzazione, che nessun altro quasi possiede nella chiesa italiana. Perche' noi presidiamo una frontiera che pochissimi altri nella chiesa abitano. Ma che questa potenzialita' divenga reale e fruttuosa per la chiesa dipende da due fattori, oggi ancora poco sviluppati. Da un lato una conversione metodologica ecclesiale in cui la chiesa "esce" non per portare il "verbo" come primo obiettivo, ma esce per rintracciare i segni che lo Spirito gia' lascia anche fuori dalla chiesa per far partire da li una possibile evangelizzazione. Dall'altra parte una conversione dei docenti stessi che da semplici "terminali" ecclesiali di confine si rendano conto di essere invece attori privilegiati di una nuova stagione di evangelizzazione.



27/06/2015 01:52 Ale.
"Il nostro scopo siamo noi stessi, l’esibizione della nostra identità...".
E chi siamo noi per giudicare le finalità del nostro prossimo? Vediamo forse nel loro cuore, come invece poteva fare Gesù?

Gesù ha anche detto: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni... (Mt)" - " Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura... (Mc) - "...Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra".
Mi sembra quanto meno azzardato accusare di esibizionismo narcisista chi non teme di essere visibile come cristiano nel contesto sociale, soprattutto al giorno d'oggi in cui, anziché lodi e ammirazione, è quasi certo ricevere in cambio disprezzo e contumelie.
Come siamo facili, purtroppo, al pre-giudizio negativo nei confronti degli altri, naturalmente considerando noi stessi come i più giusti e virtuosi!



26/06/2015 21:46 maria grazia giordano
Il collega Sergio Ventura, con la consueta lucidità, coglie una dialettica profonda all’interno della chiesa: “Quella della Presenza. Evidente. A tratti invasiva. E quella della Mediazione. Silenziosa. A tratti nascosta.”
Confesso che la prima modalità l’ho sempre sofferta molto: esserci, farsi vedere, rivendicare la propria identità e visibilità nel contesto sociale. Una modalità un po’ muscolare, ma direi anche narcisista, autoreferenziale. Noi cristiani dobbiamo farci vedere o dobbiamo porci al servizio? Il nostro scopo siamo noi stessi, l’esibizione della nostra identità, oppure il silenzioso servizio al prossimo, in tutte le sue innumerevoli declinazioni? Per me la risposta è ovvia: “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli. Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. (Mt 1,1-6).
Ventura è di nuovo estremamente efficace quando rileva come “ molti insegnanti di religione siano depositari di un sapere quasi esoterico, ottenuto dal contatto diretto con i loro studenti”.
Un’alunna dell’ultimo anno di liceo, alla pizza conclusiva dopo gli scrutini, mi ha detto: “Prof, metà di quello che io sono ora lo devo a lei e alle sue lezioni”. E’ stata la frase di un dialogo fra noi, una confidenza, non so se la ragazza frequenta la chiesa e i sacramenti oppure no, non so se le ho fatto venire la voglia di essere più cattolica o no, ma le sue parole mi sono parse veramente molto significative.
E allora perché nessuno nella Chiesa mi chiede conto di questa mia particolare competenza? Perché questi “ponti” che ho costruito non portano poi, fuori della scuola, da nessuna parte?
Mi auguro che la proposta di Ventura venga raccolta da qualcuno e resa operativa. Mi dispiacerebbe un sacco se dovessi, come capitò tanto tempo fa a Mosè, vedere da lontano la terra promessa senza poterci entrare.



26/06/2015 11:18 Pietro B.
In sintesi: venire giù dalla pianta e confrontarsi senza "protezioni"


26/06/2015 09:38 Francesca Vittoria
E’ bello leggere che vi sono insegnanti così appassionati a trasmettere la cultura cristiana !Infatti questa non è una materia come le altre, questa è distinta dalle altre perché entra nell’agire , nel vivere, pensare e progettare la propria vita. Questo significa per l’ insegnante cristiano “seminare” gettare semi nelle menti ma soprattutto nel cuore che i giovani hanno aperto e quanto è importante che questa “buona semente” venga accolta come genitori lo si saprà dai frutti che si spera il Buon Dio faccia la Sua parte. E’ vero anche che se un giovane non riceve esempi di fede nella famiglia per gli insegnanti è più difficile il compito di trasmettere la fede nei valori cristiani i quali esigono “la messa in pratica degli stessi, il viverli per diventare credibili. Per questo trovo le sue idee veramente brillanti, lungimiranti, …….” la necessità di progettare un organico percorso di ascolto delle esperienze pastorali vissute e sperimentate dagli insegnanti di religione nei loro contesti scolastici, eventualmente propedeutico ad un analogo percorso di reciproca ed arricchente verifica da svolgere insieme ai catechisti. Alea iacta est...Finalmente un progetto largo, che esce dal personale, coinvolgente il giovane in esperienze aperte in tanti campi operativi, dove egli può trovare ciò che più “suit him” che più corrisponde alle esigenze della sua persona . Ma che bello, perché non ne parla con il Dicastero che si occupa di promuovere la Fede, oppure perché non scrive direttamente al Santo Padre il quale sarà ben felice di assecondare idee nuove!! Bravo e che lo Spirito la accompagni e renda spedito il suo passo nell’impegno di aiutare queste generazioni nate in un te mpo di cristiana povertà!!!Francesca Vittoria


26/06/2015 09:33 Yolanda Beatriz De Riso
GRAZIE Sergio Ventura. Questo contributo è un profondo respiro d'aria fresca che lenisce le chiusure e contrapposizioni degli ultimi commenti. E' uno sguardo largo senza preconcetti . Solo una perplessità. Sarà realizzabile? Perchè molte delle proposte e degli itinerari possibile li avevo già fatti e proposti sul territorio , erano evidenti già tanti anni fa e con i cambiamenti socioculturali si sono ulteriormente complicati.Impossibile mi fu allora smuovere qualcosa, troppo forti le resistenze e gli stili stratificati e consolidati nelle parrocchie . Fallimento che ha alimentato le mie critiche e risentimenti successivi. Bello sentirsi confermati nelle esperienze di allora da relazioni così precise e orientative ,ma restano i fatti e le difficili realtà interpersonali sul territorio come accennavo in un altro commento. Lo stile di disconoscere ed emarginare il diversamente pensante è molto consolidato sia nel clero che nelle comunità parrocchiali .


26/06/2015 09:26 Sergio Di Benedetto
Ottime osservazioni, ma credo che quanto si dice e si propone a riguardo dedegli insegnanti di religione sia da estendere a tutta la categoria... tanto più che l'insegnante di italiano, o scienze, o inglese ha di fronte a sè tutta la platea studentesca, non solo quelli che si avvalgono dell'IRC. Ho avuto più dialoghi fecondi con i ragazzi parlando di Manzoni al liceo che non al catechismo.


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Sergio Ventura

Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.

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